Il potere dei senza potere (prima parte)
"All’osservatore attento non può sfuggire la rinnovata centralità assunta dalla «questione democratica» nell’intenso dibattito mediatico sui dilemmi delle società contemporanee"

All’osservatore attento non può sfuggire la rinnovata centralità assunta dalla «questione democratica» nell’intenso dibattito mediatico sui dilemmi delle società contemporanee.
Se all’indomani della tanto celebrata cesura del 1989, Francis Fukuyama poteva ancora permettersi di definire tout court democratico qualunque Paese che consentisse ai propri cittadini di scegliersi il governo che vogliono attraverso elezioni periodiche, pluripartitiche e a scrutinio segreto, in base al suffragio eguale e universale, discutere di democrazia oggi significa inevitabilmente oltrepassare l’orizzonte della architettura istituzionale per interrogarsi sull’attuale significato del modello democratico nella mutata realtà dell’epoca globale. Da questo punto di vista si può dire che qualunque confronto sulla democrazia come forma di governo, tenda inevitabilmente a sfociare in una disputa sulla democrazia come «valore politico», questione che al momento appare ben lontana dall’aver raggiunto un punto di convergenza condiviso. Ad essere messe in discussione sono molte delle categorie fondative del moderno lessico della politica: parole-chiave come cittadinanza, partecipazione, consenso, opinione pubblica, rappresentanza, delle quali ci si è serviti a lungo per dare concreta praticabilità ai moderni modelli democratici. In questo vocabolario, che per alcuni ormai non è altro che una collezione di scatole vuote, continuano infatti a risuonare tutti gli equivoci e i punti di tensione irrisolti caratteristici della moderna democrazia intesa come modello politico-istituzionale e forma di organizzazione della vita in comune.
Questo modello definito da Winston Churchill «la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre» sembra scontare un sempre più consistente deficit di funzionalità e legittimazione, proprio in coincidenza con la sua progressiva ascesa a «standard da esportare a livello globale». Per un complessa serie di concause, questa dinamica ha avuto, infatti, il paradossale effetto di rendere i cittadini di alcune delle più stabili democrazie dell’Occidente non solo più critici verso i loro leader politici, ma anche più cinici rispetto al valore della democrazia come sistema, meno fiduciosi che le loro azioni possano influenzare le politiche pubbliche e persino più propensi ad indirizzare il loro consenso in favore di alternative autoritarie. Non sorprende, pertanto, che gran parte del più recente dibattito sul futuro della democrazia abbia assunto i toni del pessimismo e della paura, più che dell’ottimismo e della fiducia, come dimostrano le disarmanti formule con cui è stato riassunto questo frangente storico: «il malessere della democrazia», il «disagio della democrazia» persino la «crisi della democrazia». Lo scenario appena delineato per quanto complesso e articolato, può essere ricondotto ad almeno tre fondamentali contesti in grado di insidiare la capacità di autogoverno delle società a capitalismo avanzato: la complessità dei processi socio-economici di sempre più difficile controllo e gestione, la pervasività e parcellizzazione della comunicazione mediatica e –last but not least- la crisi di sovranità prodotta dai processi di globalizzazione e dalla comparsa di luoghi extra-statuali di decisione politica.
È appunto la sinergia di queste complesse dinamiche che fa emergere in tutta la sua portata la strutturale inadeguatezza di un assetto istituzionale oggi incapace di governare la politica e perciò stritolato dal crescente divario tra ciò che gli elettorati chiedono ai loro governi e ciò che questi sono in grado di realizzare. Sotto le vesti di quella che i politologi tendono ancora a definire come una crisi di governabilità si cela, a ben vedere, il prodotto di una vera e propria crisi di senso della moderna forma di vita democratica e dei suoi fondamentali presupposti.
L’autentico confronto di idee un tempo caratteristico della politica democratica, oggi cede sempre più il passo a una forma di managerialismo post-ideologico che ha svuotato di ogni contenuto la democrazia attraverso la creazione di un nuovo tipo di società, governata unicamente dalla logica del calcolo economico. Il neoliberismo inteso come razionalità politica ha sferrato un attacco frontale alle fondamenta della liberal-democrazia, sostituendone i principi di base con i criteri di costo-beneficio, efficienza, redditività ed efficacia propri della logica di mercato. Ma l’aspetto ancor più inquietante è la trasformazione dello Stato da espressione della sovranità popolare a sistema di gestione degli affari. Al centro di questa linea di pensiero si pone, come è noto, la fortunata nozione di post-democrazia, coniata alla metà degli anni Novanta ed entrata nella ricerca politologica mainstream grazie alla elaborazione di Colin Crouch. È soprattutto attraverso questa parola-chiave che nel discorso pubblico occidentale è venuta, infatti, diffondendosi la convinzione che i regimi democratici contemporanei siano entrati in una nuova e contraddittoria fase evolutiva, nella quale al formale mantenimento delle istituzioni della democrazia liberale si affianca l’opportunità per le masse di partecipare attivamente alla definizione delle priorità della vita pubblica non solo attraverso il voto ma con la discussione e la partecipazione attraverso organizzazioni autonome.
Claudio Piersimoni
Candidato Lega per Olivetti sindaco


























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