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L’uomo che riconosceva gli scomodi

Gino Paoli oltre il necrologio: Genova e il laboratorio di scomodi che ha cambiato la canzone italiana - di Simone Luchetti

Gino Paoli e Piero Ciampi - Generato da AI

Oggi, sul Corriere della Sera, leggo ritratti affettuosi e onesti di Gino Paoli, firmati Cruccu, Cazzullo, Laffranchi, Maffioletti e Veltroni. Li leggo lentamente, come di solito non faccio.

C’è tutto: la poetica, la vita fuori dagli schemi, la politica, gli amori, l’elenco dei genovesi, i duetti, fino al rischio di sdoganare con un necrologio edulcorato tra antologia e gossip.

Ma c’è anche altro: uno spazio che gli è esistito attorno, dentro al quale la canzone sentimentale ha cambiato pelle, rompendo ruoli, sentimentalismo e formule della tradizione melodrammatica. Tolta una certa teatralità e una buona dose di smancerie, Paoli si è affidato all’emozione nuda e a un linguaggio scarno e moderno. Essenzialismo e incisività senza rigonfiare i sentimenti: semplicità apparente che nascondeva un controllo feroce. E geniale.

Scuola genovese: frattura dal nome fin troppo noto. Un laboratorio di irregolari, innanzitutto, fatto di bohème, jazz, chanson française; ma anche di notti lunghe, amicizie, rivalità, sponde e passaggi di mano. Di questo caos creativo Paoli non è solo parte: è il nodo relazionale di una rete di gente diversa, spesso incompatibile, accomunata dall’insofferenza verso la canzone-maniera, la formula, il mestiere senz’anima: Tenco, Lauzi, Bindi, Calabrese, i Reverberi.

Una tradizione che ha cambiato la canzone d’autore italiana molto più di quanto si racconti. Una scuola non di certo canonica, con uno scheletro nato dall’intreccio delle collaborazioni, che qui contano parecchio.

La canzone nasce anche così: da amicizie, mediazioni, fiducia reciproca, scommesse fatte sugli altri. Paoli questo lo sapeva bene. Attorno a lui si muovono autori, arrangiatori, interpreti e altre figure di mediazione, attori di una filiera irrequieta che ha prodotto un’idea nuova di canzone italiana, indisciplinata e scarna di ornamenti, esposta all’inquietudine.

Era uno che si metteva di traverso. Nella vita, nelle relazioni, in politica, dentro la canzone italiana. Di traverso e con una miscela di eleganza e irregolarità: popolare e al contempo inassimilabile.

Di traverso, emergeva anche il fiuto che aveva per gli scomodi. Capiva quando la scrittura usciva dai binari, quando diventava più cruda, spigolosa, viva. Forse fu così che nacque l’amicizia con Piero Ciampi. Fu lo stesso Paoli a introdurlo alla RCA di Ennio Melis, dove il suo enorme potenziale fu riconosciuto oltre la patologica inaffidabilità. Portò in tournée il repertorio ciampiano e nel 1980 incise Ha tutte le carte in regola, omaggio pubblicato dopo la morte. Ciampi rappresentava il punto estremo di una linea che con Paoli e con Genova aveva una parentela vera. Più viscerale, più erratico, più rovinato, ma con identica diffidenza verso l’enfasi, la stessa insofferenza per la forma chiusa, lo stesso rifiuto della canzone ordinata e patinata. Paoli cantava ferite che Ciampi lasciava sanguinare.

Il nome di Ciampi, in fondo al ritratto di Paoli, chiude un cerchio.

Paoli ha scritto molto dell’amore quando è ancora materia viva, della sua instabilità, dell’esposizione alla crepatura. Ciampi, di quella stessa materia, ha narrato il rovescio: la perdita, l’abbandono, la solitudine che rimane.

“Per sapere cos’è la solitudine bisogna essere stati in due, altrimenti bisogna che qualcuno ti racconti cosa sia la solitudine” – disse Ciampi. Parole che potrebbero stare in controluce dietro molte canzoni di Paoli: amore e solitudine sono parenti. Si può cantare la stanza quando è ancora abitata o quando dentro resta soltanto l’eco delle voci.

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Simone Luchetti
Pubblicato Mercoledì 25 marzo, 2026 
alle ore 16:06
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