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Senigallia: la città privatizzata

Riflessioni dell'ex consigliere comunale Attilio Casagrande

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Veduta aerea dell'area dello stadio Bianchelli e del centro di Senigallia

Le città sono un luogo complesso a volte intricato ed addirittura ingovernabile come dimostrano le grandi metropoli del pianeta. Tutte però sono accomunate da due elementi, da un lato la cementificazione massiccia e spesso inutile o meglio utile alla speculazione fondiaria e finanziaria, dall’altro la progressiva privatizzazione di gran parte dei suoi spazi e questo accomuna le grandi come le piccole città.

È quello che possiamo ben vedere anche nella nostra città di Senigallia in cui il fenomeno della cementificazione degli anni ’70 ed ’80 ha creato un lungo asse di edifici da Marzocca a Cesano spesso non legati a nessuna logica abitativa, se non le seconde case per chi se lo poteva e può permettere, naturalmente oltre al richiamo del dio turismo unico elemento di crescita della città, che già in quegli anni aveva abbandonato qualsiasi altra attività produttiva e che vedeva nell’edilizia e nel turismo stesso l’unico volano dell’economia della città.

Ma l’espansione è stata massiccia anche verso l’entroterra e le frazioni ed ahimè lungo l’asse del fiume Misa, con le conseguenze disastrose delle alluvioni che si sono ripetute in questi anni, dovute non solo alla cattiva manutenzione del suo corso, ma anche a causa di quello che ci abbiamo costruito intorno.

Negli anni ’80 siamo stati addirittura sulle prime pagine dei quotidiani nazionali per “l’ecomostro” delle Piramidi di Cesano, che dovevano essere abbattute assieme ad altri mostri edificati sulle spiagge del sud Italia, triste primato marchigiano e a dire il vero la destra in quegli anni non esisteva nella nostra città(!?).

Per quanto riguarda i giorni nostri non voglio entrare, perché non ne ho le competenze e le conoscenze, nel merito delle polemiche dal punto di vista tecnico/urbanistico degli edifici turistici in costruzione sul lungomare sud, nella area ex colonie Enel; sono più preoccupato dell’abbandono di strutture pubbliche o semi pubbliche quali l’ex Iat dietro la stazione (speriamo che l’idea di un parcheggio sopraelevato sia solo uno scherzo o un colpo di sole estivo) o dell’ex Hotel Marche o dell’ex Politeama Rossini (anche qui altri parcheggi?) e pensare che con il Pnrr queste strutture abbandonate e degradate potevano essere recuperate a funzioni e spazi pubblici di qualità.

Ma negli ultimi anni, ed in particolare nella recente stagione estiva in via di conclusione, abbiamo assistito ad un altro fenomeno inquietante, la progressiva svendita ai privati, in particolare a bar e ristoranti, degli spazi pubblici: piazze, marciapiedi, viuzze del centro storico finanche aree a ridosso degli uffici comunali divenuti luoghi di consumo a cielo aperto, tanto che il povero pedone (e lo siamo tutti bene o male finché possiamo) in questa estate ha dovuto compiere una vera e propria corsa ad ostacoli tra tavoli, seggiole, grigliate, file di bicchieri, bottiglie coppe di gelati, parcheggi per biciclette anche sui marciapiedi dei lungomari. Con i camerieri costretti a servire piatti di pesce, tagliare salumi ed arrosti e portare pizze in mezzo ai marciapiedi zigzagando tra gli attoniti passanti in una vera e propria reciproca gimkana, degna di un bazar del Medio oriente.

Per non parlare del continuo aumento dei parcheggi per auto, che anche essi sottraggono spazi pubblici fruibili per altre funzioni.

Il tutto denota un degrado ed una perdita di decoro di chi ha smarrito il senso della collettività e della città come Bene comune, in cui non solo i monumenti dovrebbero essere rispettati (e spesso non lo sono) ma anche i marciapiedi, le strette vie del centro storico, le insignificanti piazzette debbono essere tutelate perché sono un bene collettivo fruibile anche per chi non consuma pesce e salumi, ma vuole solo fare due passi in santa pace nella città.

Attilio Casagrande ex consigliere comunale

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