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“Vi racconto la permanenza al Covid Hotel di Senigallia, dove si sono presi cura di me”

La testimonianza di un medico dell'ospedale, contagiato dal Coronavirus, che ha trascorso l'isolamento nella struttura

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Il Covid Hotel di Senigallia riapre i suoi battenti

Sono un operatore sanitario, medico, impegnato da ormai quasi un anno nella odissea senza fine della pandemia. Ogni giorno i media ci illustrano la situazione con numeri che appaiono in continua crescita.

Ed è vero che questi numeri vanno a toccare anche noi sanitari, trasformandoci in un attimo da operatori a pazienti. Ed è ancor più vero che il nemico, il coronavirus, ci attacca in maniera poliedrica. Da forme caratterizzate da nessuno o lievi sintomi sino a gravi forme di insufficienza respiratoria che conducono spesso al ricovero in terapia intensiva e in molti casi alla fine.

Fatte queste premesse il virus ha colpito anche me! Però mi ha graziato, sono bastati dieci giorni per tornare negativo. Sintomi leggeri, dolori diffusi, febbre i primi due giorni, astenia, tachicardia che fortunatamente sono andati limitandosi nel tempo. Ora la cosa più fastidiosa è l’alterazione dei sapori e degli odori, percepisco sempre un fastidioso odore (e sapore), che io definisco di disinfettante ma che disinfettante non è.

Torniamo ora al 4 gennaio quando, in tarda serata, arrivava l’esito del mio ultimo tampone: ero positivo, ero passato nelle schiere dei pazienti, uno di quei tanti numeri che ogni giorno vanno ad aumentare le file dei contagiati.

Cosa fare? La prima preoccupazione è per gli altri. In fondo io stavo bene. Ma mia moglie, i miei figli e mio suocero ultracentenario nato durante l’epidemia della spagnola, sopravvissuto alla guerra e sfuggito all’ultimo terremoto del 2016? Avrei potuto contagiare tutti. Come affrontare la situazione? Mi viene subito in mente una soluzione: il covid hotel di Senigallia.

Contatto una mia collega che immediatamente si informa. La mattina seguente dopo avere svolto tutte le pratiche necessarie, alla guida della mia macchina, con mascherina indossata, mi presento alla struttura. Mi accoglie Alessandra, gentile e premurosa, che mi invita a seguirla. Metto i guanti e i copriscarpe. Mi spiega tutte le regole dell’hotel. In pratica lì non si esce mai dalla stanza e nessuno entrerà mai al suo interno. Ma non è un problema: il personale sarà sempre presente e sempre contattabile per qualsiasi richiesta. Mi fornisce un numero telefonico e io lascio il mio, sarò in ogni caso chiamato da loro anche al solo fine della rilevazione della temperatura corporea. Alessandra mi accompagna sino all’ascensore degli “sporchi” (per intenderci il percorso contaminato), mi indica il numero della mia stanza, la 203, e mi saluta.

La porta dell’ascensore si chiude così come i miei contatti con l’esterno. Camera 203, entro: essenziale e pulita, vista mare e anche col balcone dal quale in seguito ho potuto incontrare alcune colleghe che dalla strada si erano fermate a salutarmi.

Trovo asciugamani, lenzuola e coperte, sacchi per l’immondizia, disinfettante idro-alcolico, scopa e pattumiera, spugnetta per le pulizie. Ci sono anche delle mascherine, una bottiglia di acqua con i bicchieri di plastica. C’è pure il Wi-Fi e la TV e il riscaldamento a manetta che subito spengo. Il numero della reception è ora fra i contatti WhatsApp e le successive conversazioni avverranno anche tramite chat. E lì che invio la rilevazione della mia temperatura corporea due volte al giorno. I pasti vengono lasciati fuori dalla porta ad orari prestabiliti tre volte al giorno. Il mercoledì e la domenica si mettono fuori i rifiuti ben sigillati. Gli asciugamani mi sembra il giovedì e forse le lenzuola il lunedì. Comunque non è un problema, è tutto ben specificato in due fogli di istruzioni che Alessandra mi ha consegnato all’arrivo. 

I giorni trascorrono tutti uguali e l’unica via di comunicazione è il telefono. Sento i miei familiari, alcune delle mie colleghe e anche i miei amici. Ma la cosa più importante è che imparo a comunicare con le ragazze che ho inserito nella voce generica di Reception. Non hanno un volto, ma solo una voce e un carattere. Silvia, amica di una mia collega e alla quale mi aveva raccomandato, che mi ha sempre trattato con affetto, Marianna, mia vicina di casa che per puro caso scopre che abitiamo nella stessa via, sempre premurosa e desiderosa di accontentarmi, Simona che ha seguito le procedure della mia dimissione.

E tante altre che si sono susseguite nei turni e di cui non conosco i nomi ma che hanno sempre esaudito le mie richieste. Unico uomo Andrea, del turno notturno, persona dalle mille capacità, da tutti conosciuto come musicista e abile cuoco che ha rivelato il suo animo profondo e sincero.

Così sono passati i miei dieci giorni di permanenza, mentre i miei familiari a loro volta erano isolati in casa, aiutati per le necessità da vicini e amici.

La mia autonomia era certamente limitata dalle mura della camera, ma il personale ha cercato di alleviarmi il disagio in tutti i modi possibili. Anche il caffè dopo pranzo e un’inaspettata e gradita cioccolata calda, offerta in un pomeriggio qualsiasi, hanno contribuito a rendere meno amara quella triste monotonia.

Grazie a queste persone e all’ottima organizzazione il tempo è trascorso veloce sino al 14 gennaio quando Alessandra, che mi aveva accolto, era nuovamente presente per la dimissione. Mi comunica che sono libero e mi invita a scendere utilizzando questa volta l’ascensore dei “puliti”. Il virus dal nome terribile, sars-cov2, non c’era più!

La mia macchina era parcheggiata nel cortile dell’albergo, chissà se si accenderà? Infilo la chiave, parte, faccio manovra ed esco. Alessandra sul cancello a salutarmi.

Grazie di cuore!

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