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Dal Musinf un’intervista al fotoreporter Giorgio Pegoli

"Chiacchierata" con Katiuscia Biondi in occasione degli incontri di fotografia 2013 di Arles

Giorgio Pegoli con Katiuscia Biondi Giacomelli

Ecco il testo dell’intervista di Katiuscia Biondi a Giorgio Pegoli, pubblicata nel portfolio presentato in occasione degli Incontri di fotografia 2013 di Arles da Enea Discepoli:

GIORGIO PEGOLI: una fotografia umanitaria

Siamo nello studio fotografico di Giorgio Pegoli, in una giornata estiva del 2012, lui mi mostra le sue fotografie scattate a Sarajevo durante l’invasione serba del territorio bosniaco: un’etnia cerca di ampliare con l’uso delle armi i suoi confini politico-geografici, con il pretesto religioso di ricostruire la grande Serbia Ortodossa.

Quest’anno è il ventennale della guerra dei Balcani (1992/95) e Pegoli mi chiede di guardare le sue foto, sentendo come un’urgenza di mostrarle a qualcuno per lasciarle ancora parlare.

Sotto ai miei occhi le terribili diapositive, mentre il fotografo cerca di raccontarmi i particolari della guerra e di tutte le guerre (Giorgio ha scattato anche in Vietnam, Libano, Nicaragua, San Salvador, Ciad, Iraq, Afganistan). E mentre il fotografo mi ripeteva a ritmi regolari: “La macchina fotografica mi ha dato la forza per andare a constatare di persona cosa gli uomini stavano vivendo“, all’improvviso un elemento, in quel fiume di immagini, mi balza agli occhi, per la sua insistenza, un aspetto che lega tutte le foto tra loro: nelle sue foto di guerra, quello che Pegoli fotografa, non sono le cannonate in diretta e le fucilate, di questo mi informa a parole, come dei sibili assordanti e della paura scatenata al loro suono caotico e mortifero; ciò che invece Pegoli fissa nella mente fotografica è l’effetto delle azioni dell’uomo, in uno spazio ben definito sotto il potere del male, dove la violenza spazza via ogni legge civile e umana. Quello che si sente forte in tutte queste immagini è il vuoto lasciato da quelle interminabili pallottole, e eppure, in questo vuoto, ogni cosa sembra brulicare, soffrire, decomporsi, anche le case sembrano fatte di carne che sta per marcire, così come la faccia di un’anziana, in un paesaggio distrutto, porta quel caos violento in volto, tra le sue rughe, nel suo dolore. Le strutture architettoniche distrutte sono il simbolo di ciò che resta dell’uomo, che prima le abitava e che ora è un niente.

Poi mi balza agli occhi una foto di un autobus vuoto in mezzo ad una strada deserta e polverosa, qui è cancellata ogni traccia di ciò che è stato umano, un autobus dilaniato da centinaia di proiettili si incrocia con un’auto a cui è toccata la stessa sorte, e la fotografia ci restituisce una sorta di spietata “x”, la “x” del non più riconoscibile, di un’incognita crudele: dove sono finiti tutti? Cos’è l’uomo ora? Pegoli mi racconta di aver assistito alla scena della sparatoria, da lontano, nel momento in cui quell’autobus veniva fermato e in cui venivano fatti scendere i passeggeri per poi violentarne le donne prima di ucciderli tutti. Ma poi prosegue “Io non l’ho voluto fotografare perché queste foto sarebbero andate sui giornali e le avrebbero viste i parenti delle vittime“.

Pegoli, come tutti i fotoreporter e i giornalisti presenti a Sarajevo, era lì per una missione etica ben precisa: questa di Sarajevo era la prima guerra nell’era della comunicazione globale e la presenza sul campo dei media di tutto il mondo è stata fondamentale per documentare una situazione che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta per via dell’isolamento a cui i Serbi avevano chiuso i Bosniaci. Pegoli mi racconta che per i civili e i militari bosniaci, i giornalisti rappresentavano un barlume di speranza per la salvezza, una possibilità di non restare chiusi in questo assedio disumano. Le macchine fotografiche e le telecamere erano l’occhio che poteva salvare, l’occhio che poteva vedere e vedendo, modificare la realtà, e ripristinare umanità.

Giorgio Pegoli: Siamo partiti verso Zagabria nel 1991, in treno. Io avevo il lasciapassare come giornalista fotoreporter con accredito in zone di guerra… ed ho seguito anno dopo anno questa guerra fino a quando gli americani hanno spazzato via le postazioni che circondavano Sarajevo, sancendo la fine dell’assedio e della guerra balcanica…
Katiuscia Biondi: Come mai la guerra? Mi dicevi che sin da giovanissimo hai sempre usato la macchina fotografica per i ritratti, per “guardare da vicino l’uomo e capirne i meccanismi sociali”… in queste zone di guerra che “ritratti” cercavi?
GP: Volevo vedere fino a che punto può arrivare l’uomo. Quando si deve studiare l’uomo… (pausa di riflessione)…
KB: …non si può prescindere dalla violenza…
GP: L’uomo può avere una violenza illimitata. Devi trovare il modo per studiarlo. Guardando le reazioni alle azioni, classificando il sintomo di reazione… Quando ci sono violenze inaudite ci sarà stata una causa, e io voglio studiarla. Io ho il mezzo: la macchina fotografica, che è una grande verifica. Fotografando i visi con i ritratti, cominci a fare una scheda delle persone, puoi leggervi le sofferenze che hanno avuto. Nei luoghi di guerra, ho notato, i civili accettano quello che arriva e si lasciano andare…
Il lavoro di noi fotografi non deve essere invadente, non devi andare con la macchina fotografica a tutti i costi, all’inizio la macchina fotografica non deve nemmeno comparire, devi all’inizio entrare in empatia, deve instaurarsi un rapporto tra te e la persona che hai di fronte.
KB: Quindi, la fotografia come mezzo di messa in comunicazione tra la gente…
La vivi così la fotografia…
GP: Prima il dialogo e poi la macchina fotografica che ti immortala tale dialogo. E nel momento dello scatto fotografico, io capisco bene che loro si sentono a loro agio, come se nessuno gli avesse mai fatto prima una proposta simile, una proposta attesa però…
KB: Si sentono finalmente guardati…
GP: Importanti! Questo è per me lo scopo della fotografia. La mia opera deve dare importanza all’umanità. Io fotografo per verificare di persona cosa sta succedendo all’uomo, sono compassionevole con i bambini, i feriti. Una volta mi sono staccato da dosso il giubbotto antiproiettile per metterlo addosso ai bambini bloccati nelle buche delle bombe. Piovevano calcinacci dall’Hotel Holiday Inn producendo un gran scricchiolio su una lastra di vetro sotto cui erano rimasti i bambini. Loro erano quasi tutti orfani.
Sotto l’assedio, Sarajevo era il tiro al piccione: quando i cittadini bosniaci portavano via i morti per la sepoltura, i Serbi gli sparavano addosso; quando andavano a rifornirsi dell’acqua alla “fontana della morte” gli sparavano perché era un punto allo scoperto, ma quello era un passaggio obbligato, perché non c’erano più né forniture d’acqua, né di gas, né di cibo, che razionato passava soltanto dal tunnel che collegava la città assediata all’aeroporto internazionale presidiato dall’ONU. Fino a che è scoppiata una grande reazione a tutto questo, i giornalisti hanno fatto conoscere al mondo intero la situazione che i bosniaci stavano vivendo, sono accorsi in massa a Sarajevo per mettere allo scoperto questo massacro in corso, nel ’94 arrivarono le televisioni (dal ’91 che c’era l’assedio!) sconvolgendo i piani di isolamento e segretezza dei Serbi con cui avrebbero decimato la popolazione bosniaca. Noi, quando eravamo lì a scattare foto, abbiamo dovuto toglierci di dosso tutti i pass, e anche dalle auto, sennò ci avrebbero riconosciuti come giornalisti e ci avrebbero sparato addosso, c’era una taglia sulle teste dei giornalisti. Ne sono morti 198. Ma alla fine l’assedio è stato debellato, grazie al potere di presa di possesso della realtà e alla presa di coscienza che la fotografia ha saputo espandere nel mondo”.

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