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Fotografia a Senigallia: le origini e il contesto storico-culturale

di Massimo Renzi

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Paul StrandE’ pressoché impossibile definire il momento iniziale di un’attitudine, di un movimento o di una tradizione.
Si può però affermare con certezza che nel 1939 accadde qualcosa che innescò una serie di eventi e circostanze tali da far si che nei decenni a venire fosse coniato il termine “scuola senigalliese”, in riferimento alla fotografia.

In quell’anno per altri motivi passato alla storia, un  trentacinquenne originario di  Lucera, colto, raffinato, di famiglia benestante, così distante dallo stereotipo dell’immigrato del sud, fece di Senigallia la sua residenza, e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1961.
Si era laureato in giurisprudenza a Roma, ma ben presto aveva realizzato –complice anche la sua agiata condizione- che la carriera forense non gli avrebbe permesso di soddisfare appieno le sue più intime aspirazioni, e gli parve naturale, oltre che giusta, la decisione di  dedicarsi alla sola cosa che lo interessava realmente: l’arte.
Una cultura indiscutibilmente  umanistica e un’innata sensibilità fecero di Giuseppe Cavalli un fine e attento conoscitore delle arti visive, letterarie e musicali, vissute  e interpretate attraverso una chiave di lettura marcatamente crociana.
Nel 1930, dopo aver completato gli studi a Roma, fece ritorno per qualche anno nel paese nativo.
In quel luogo e in quel periodo dovette scoccare la scintilla della vocazione fotografica: i suoi primi scatti, risalenti a quegli anni, già lasciavano intravedere quel magico, surreale e disinteressato utilizzo della realtà come elemento compositivo della rappresentazione, che caratterizzerà la sua intera esperienza in divenire.
Di certo non poté sfuggire a un uomo così la consapevolezza della condizione di  gap culturale –nei confronti delle avanguardie europee e statunitensi- in cui versava la fotografia italiana in quei primi decenni del novecento, narcotizzata da un ventennio di dittatura che si adoperò a ridurla strumento di propaganda del regime, lasciando al fotografo che non volesse sottomettersi al giogo della strumentalizzazione propagandistica la sola via della ricerca formale e dell’esasperazione tecnica.
Pervase da complessi d’inferiorità nei confronti della supremazia artistica del vecchio continente e desiderose di emergere in una forma espressiva moderna e autoctona, le avanguardie intellettuali americane, oltretutto libere da precetti culturali (mancando in loco una tradizione figurativa paragonabile a quella europea), individuarono nella fotografia –fin dagli ultimi anni dell’ottocento- lo strumento ideale per conseguire lo scopo.
La Photo-Secession guidata da Alfred Stieglitz, che riprese il termine già usato Alfred Stieglitzprovocatoriamente in Europa per  rivendicare dignità artistica alla fotografia, con la “Mostra di Fotografia Pittorica” di New York del 1902 cui presero parte Steichen, Coburn, Schutze, Watson, Eugene, Keyley, Day, Withe, oltre allo stesso Stieglitz, rappresentò –più che la consacrazione del pittorialismo- la prima importante, concreta e pubblica affermazione della fotografia come forma espressiva autonoma e scevra da ogni sudditanza, e avviò un processo artistico-culturale che portò di lì a pochissimi anni alla nascita della fotografia moderna con l’ascesa di Paul Strand.
Nello stesso periodo in Italia, anche a causa del contesto storico, il dibattito culturale in seno alla fotografia lateva, e quand’anche presente assumeva toni d’intensità neppure raffrontabile a quella d’oltreoceano, quasi a voler arrendersi al destino di borghese strumento di riproduzione della realtà profetizzato da Baudelaire.
Giuseppe Cavalli sembrò farsi carico della responsabilità di scuotere la fotografia italiana dal torpore in cui versava, e la condusse per mano, coadiuvato da un elitario gruppo di intellettuali, verso i territori dell’arte, senza sudditanza alcuna e con la dignità e l’autonomia che oggi le sono universalmente riconosciute.

Nel prossimo numero di questa rubrica cercheremo di capire ciò che fece e ciò che rappresentò Giuseppe Cavalli , senigalliese d’adozione, per la fotografia italiana del novecento.

Massimo Renzi
Pubblicato Martedì 5 febbraio, 2008 
alle ore 9:56
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