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Senigallia: la rabbia e l’orgoglio

"L'orgoglio dei senigalliesi che che da 4 giorni spalano, accatastano e si aiutano"

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Via Rosmini -Foto Lorenzo Ceccarelli

Si continua a spalare fango, a raccogliere i pezzi delle abitazioni e delle vite spazzate via in un attimo dalla piena del 3 maggio. La gente piange su porzioni di vita andate perdute nell’acqua. I numeri, ancora approssimativi e impietosi, parlano di 18mila alluvionati, più di cinquemila case colpite e almeno una cinquantina di aziende messe ko. Impossibile quantificare con precisione le auto seppellite dalla piena.

Senigallia piange le sue vittime: il 6 maggio sono stati celebrati i funerali di Aldo Cicetti e Iris Conti, due delle tre vittime dell’alluvione. L’ultimo saluto a Nicola Rossi è stato dato il giorno prima. Al dolore dei cari si mischia la rabbia e l’amarezza, ‘negligenza’ è una delle parole più diffuse e il dito viene puntato verso l’amministrazione che non avrebbe gestito in maniera ottimale l’emergenza.

Rabbia: è questo il sentimento comune che si percepisce girando tra i cumuli di macerie e la domanda che serpeggia un po’ ovunque è “Perché non siamo stati avvertiti dell’arrivo della piena?”. Domande più che legittime anche se prevedere un disastro di questa portata, nonostante il nostro territorio sia soggetto a pericolo idrogeologico, era quasi impensabile. La piena era attesa in altre zone mentre il fiume ha saltato gli argini alle porte della città con i drammatici risvolti che sono tuttora sotto gli occhi di tutti.

Una rabbia che si scaglia contro ogni tipo di sciacallaggio: quello dei ‘curiosi’ che attraversano Senigallia per vedere con i loro occhi la portata del disastro e scattare qualche foto ‘ricordo’, o peggio quella degli sciacalli che cercano qualcosa di un qualche valore da arraffare. Purtroppo sono state diverse le segnalazioni, soprattutto al calare del sole, di loschi figuri che rovistavano tra le macerie o addirittura provavano ad introdursi nelle case lasciate incustodite. Anche questo è un (tristissimo) risvolto di questa calamità.

Ma in mezzo a tante cose da buttare ce ne sono alcune preziosissime da salvare: l’orgoglio dei senigalliesi che si sono rimboccati le maniche e che da 4 giorni spalano, accatastano e sopratutto si aiutano come forse difficilmente accadrebbe nella vita ‘normale’. E ancora la solidarietà di coloro che sono stati risparmiati dalle acque: una solidarietà non solo morale, ma fatta di pale, stivali e tanto olio di gomito, fatta di gente venuta da città vicine e lontane per dare il proprio contributo.

Tra questi spiccano tanti giovani, spesso anche minorenni, quella stessa generazione spesso additata da media e vox populi con appellativi poco lusinghieri. Anche questo è un risvolto della tragedia. Una delle cose da non buttare: di più, una delle preziose risorse da cui ripartire.

 

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