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Oltre la logica del visibile

"Archeologia dei sentimenti" di Enzo Carli

"Archeologia dei sentimenti" di Enzo CarliIl filosofo anglo-americano Max Black pubblicò negli anni ’70 un saggio sulle implicazioni concettuali dei termini “raffigurazione” e “rappresentazione”.
L’argomento trattato, che in prima analisi potrebbe apparire come un ozioso accanimento dialettico, ovvero quel “..prurito che spinge il filosofo a lambiccarsi su ciò che non appare problematico ad altri”,  è in realtà un argomento col quale, più o meno consapevolmente, ogni fotografo è tenuto a confrontarsi ogni volta che si accinge a realizzare uno scatto.

Se non si riesce ad accettare l’idea che un’immagine possa raffigurare (o ritrarre) qualcosa e al contempo rappresentare (o significare) tutt’altro, diviene problematico comprendere come per Cavalli la “pallina” non sia solo una pallina, e come per Giacomelli il paesaggio non sia solo un paesaggio.

"Pallina" di Giuseppe CavalliAl contrario, evitando di precludere alla fotografia potenzialità espressive aggiuntive alla sua intrinseca -quanto illusoria- funzione documentaria, si possono aprire infiniti spazi di ricerca e inconsueti orizzonti creativi.

Rientra allora nell’ambito del “possibile il fotografare un sogno, un sentimento, una melodia, un profumo, un frammento di memoria, un’emozione, un tempo perduto, e tutto ciò che in sostanza non appartiene alla consueta dimensione del visibile, pur senza l’ausilio di astrazioni esasperate.
In questi spazi mentali da sempre si muovono i grandi fotografi senigalliesi, a partire dai sopra citati Cavalli e Giacomelli, e nel medesimo versante di ricerca ha operato per oltre un decennio il gruppo de “I Fotografi del Manifesto” con le sue “verifiche”, di cui lo stesso Carli può essere considerato il principale ispiratore culturale.

Paesaggio di Mario GiacomelliCome l’archeologo che affonda le mani dove altri non vedrebbero che terra e sabbia, e da oggetti consunti, frammenti divorati dal tempo, sapientemente individuati, trattati e interpretati, riporta alla luce civiltà sepolte, allo stesso modo Enzo Carli opera con la sua fotografia.

Egli pone l’occhio, ancor prima dello strumento fotografico (suo “medium congeniale”), in sintonia con la “zona d’ombra” dell’ “essere”, alla ricerca – nella dimensione del visibile – di quegli equivalenti simbolici , di quelle “tracce” , di quei “reperti” appartenenti al suo universo emozionale, che rielaborati, ricostruiti, rigenerati nella loro valenza evocativa, restituiscono l’essenza fruibile di queste entità – i sentimenti – che sfuggono alla logica lineare del tempo.

"Archeologia dei sentimenti" di Enzo CarliFanno parte del passato ma vivono nel presente, oppure appartengono al presente ma affondano le radici in eventi lontani. Li si potrebbe definire “residui non volatili dello scorrere del tempo”, in quanto è nel loro persistere la differenza sostanziale tra essi stessi e le emozioni.

Lo si può ben vedere, questo microcosmo di sentimenti, materializzarsi nello scorrere delle immagini di Enzo Carli.
Sentimenti lievi, ma anche struggenti, nostalgici, intrisi di situazioni affettive riconducibili ora alla famiglia, ora ai luoghi del passato, ora all’infanzia; passioni e pulsioni erotiche, e ancora il sentimento della natura e il compiacimento della solitudine, accentuato dall’atmosfera crepuscolare che avvolge gran parte delle immagini.

"Archeologia dei sentimenti" di Enzo CarliDopo anni di sperimentazioni volte ad estenderne i limiti, le soluzioni linguistiche adottate da Carli in questa sua “Archeologia dei sentimenti” appaiono improntate alla sobrietà; gli scatti assumono i caratteri dell’istantanea, quasi una rivalutazione dell’”attimo rubato”, irripetibile, che può concorrere e coesistere in piena dignità con l’immagine “studiata”.

Questo fare apparentemente documentario evoca l’immagine del diario di bordo di un navigatore solitario, in cui si susseguono annotazioni istantanee e profonde riflessioni su un veleggiare in acque vicine e amiche, o in oceani sconfinati,
ma comunque fantastico e denso di sensazioni, poiché, come ebbe a dire Marcel Proust, “un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi”.

di Massimo Renzi

Massimo Renzi
Pubblicato Lunedì 6 luglio, 2009 
alle ore 11:04
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