Senigallia Concerti: Taverna canta Čajkovskij, Bamert scolpisce Brahms
Il pubblico applaude: un sold-out che fa bene alla città - FOTO

Mentre raccontiamo ancora il successo del concerto dello Stefano di Battista Quintet con la Colours Jazz Orchestra, ci troviamo nuovamente una platea che conferma come La Fenice sia un teatro vivo.
In questa domenica appena passata, infatti, il matinée sinfonico al teatro senigalliese ha presentato un dato di partenza semplice e prezioso, la sala gremita.
Senigallia Concerti porta la città nel nome. Dove d’estate corrono le frequenze del rock’n’roll e della cultura americana anni ‘50, una serata sinfonica quasi sold-out non è solo un successo di calendario: è un segnale culturale. Ed è la notizia dentro la notizia.
Una rassegna che cresce e allarga la base, grazie al lavoro dell’ass. LeMuse, che ne è promotrice con il comune di Senigallia, e alle scelte del direttore artistico Federico Mondelci, che ha saputo disegnare un cartellone di grande valore accordandolo in chiave di territorio e di primo ascolto, centrando anche l’obiettivo di coinvolgere giovani studenti. Un bel messaggio per l’amministrazione che ha sostenuto la manifestazione: edizione dopo edizione, il percorso è in crescita e lascia sperare in una collaborazione sempre più forte.
È lo stesso Mondelci a chiedere un applauso di benvenuto per le scuole e per gli insegnanti, parte integrante di questa bella sinergia: l’I.C. Senigallia Centro – Fagnani (prof. Elena Solai); l’I.C. Marchetti (prof. Roberto Mori e Claudia Del Moro); l’I.C. Belardi Senigallia Sud (prof. Tommaso Torreggiani e Laura Lucchetti); l’I.C. Giacomelli e la Scuola Mercantini (prof. Stefania Imperiale); la Scuola Media a Indirizzo Musicale di Ostra (prof. Lara Moroni e Lara Goroni); l’I.C. di Corinaldo (prof. Tommaso Torreggiani e la dirigente Marilena Andreolini); il Liceo Classico Perticari (prof. Margherita Bellocchi e Patrizia Pasquali); il Liceo Scientifico Medi (prof. Gabriele Ciceroni); il Centro Provinciale Istruzione degli Adulti di Senigallia (prof. Chiara Ciceroni) e l’ARS Musica di Chiaravalle (prof.ssa Elisa Bellavia)
In programma due capisaldi: il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90 di Johannes Brahms. Ad eseguirli: l’Orchestra Filarmonica Marchigiana (FORM) diretta da Matthias Bamert e Alessandro Taverna al pianoforte nel Čajkovskij.
Due mondi diversi che hanno messo in evidenza, con chiarezza, il profilo interpretativo del podio e del solista. Un cambio di pelle che è stato uno dei piaceri dell’ascolto.
Nel Concerto di Čajkovskij, Taverna si è imposto con una cifra netta: precisione, solidità tecnica, virtuosismo sempre governato e una qualità melodica costante. Il n.1 vive anche di muscoli, slanci, energia percussiva: il pianista li ha attraversati con sicurezza, ma senza perdere il canto. Il fraseggio e la chiarezza del disegno restavano sempre leggibili, anche dove la scrittura chiedeva potenza.
Il passaggio più riuscito, però, è arrivato dove il gesto si ritrae. Nel secondo movimento, le zone più quiete — al limite del piano e del pianissimo — hanno trovato un’interpretazione introspettiva e sensibile. Lì il virtuosismo è diventato ascolto del suono, controllo del peso, capacità di far respirare una frase senza gonfiarla. È una qualità che fa trattenere il fiato alla platea, ché sente la musica parlare a bassa voce e reggere la tensione con pochissimo.
Sul podio, Bamert ha guidato la FORM in maniera pulita e sorvegliata. Nel Čajkovskij questa scelta ha dato ordine e trasparenza: attacchi chiari, archi compatti, equilibrio ben tenuto nel dialogo con il pianoforte. Una lettura che non cerca l’effetto né sovrappone personalità alla partitura: costruisce una forma stabile e leggibile, lasciando che il solista si racconti senza sovrascritture.
Con Brahms, questa coerenza è diventata naturalezza. La gestione dei pesi, la cura del fraseggio, il cesello degli incastri tra sezioni hanno fatto emergere la sinfonia come architettura emotiva. La tensione — che in Brahms nasce dal dettaglio più che dall’enfasi — è stata riprodotta e percepita con continuità. L’impressione magica, se così si può dire, può essere riassunta in una frase: quando sembra che si sia arrivati a un limite, la musica lo supera. Ogni livello contiene una tensione completa, che appare definitiva, e proprio per questo il gradino successivo sorprende. Personalmente, ho trovato la direzione molto raffinata ed elegante, nel senso etimologico del termine.
La presenza di molte scuole in sala è un segnale bello e concreto: è un investimento sul futuro dell’ascolto. Lo sono anche gli applausi tra un movimento e l’altro, o quando gli archetti sono ancora sulle corde: faranno anche storcere il naso ai più esperti, ma raccontano una cosa semplice. C’è gente che entra in teatro per la prima volta, si emoziona, reagisce. Il rito si impara col tempo: intanto ci si appassiona al suono. Il senso della serata va letto anche in questo: è il suono di un pubblico che entra e magari sbaglia un’etichetta, ma si appassiona e torna.
Se la rassegna continua su questa traiettoria, Senigallia Concerti sta facendo qualcosa di importante: non solo portare titoli prestigiosi, ma costruire un pubblico.
Prossimo appuntamento
Il prossimo appuntamento con Senigallia Concerti è per domenica 15 febbraio alle ore 17:00, questa volta all’Auditorium San Rocco, con un tributo a William Shakespeare: Un piede a terra, l’altro fra le stelle, con Lucia Fiori (soprano), Sofia Marzetti (arpa), Mara Fabiani (flauto) e le voci di Mauro Pierfederici e Alessio Messersì. Musiche di John Dowland, Thomas Morley, William Lawes, Claudio Monteverdi, Giulio Caccini, Andrea Falconieri e anonimi del Seicento.
info su marchefestival.net








































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