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“Questo Primo Maggio non può avere alcuna accezione di Festa”

"Si continua a morire troppo sul lavoro"

Primo maggio 2015

Questo Primo Maggio non può avere alcuna accezione di “Festa”.


Ricordiamo che la Festa dei Lavoratori, celebrata oggi in molti paesi del mondo, fu istituita per ricordare le lotte e le conseguenti conquiste ottenute dai lavoratori nella direzione di un concreto miglioramento delle proprie condizioni di vita, una fra tutte la riduzione della giornata lavorativa: “Otto ore di lavoro, otto di riposo, otto di svago”. Una lotta principalmente portata avanti da operai, dal loro impegno e dal sacrificio delle loro vite, ma che ha generato conquiste riconducibili ad ogni mestiere e classe sociale.

Da quelle lotte è passato ben più di un secolo e, nonostante la Carta costituzionale definisca nel suo primo articolo il nostro Paese come una Repubblica democratica fondata sul lavoro, i principi che di fatto governano il sistema/lavoro al giorno d’oggi rinnegano quotidianamente questo assunto costituzionale e quelle battaglie e conquiste lontane.
Nell’Italia del 2026 di lavoro si muore. Si muore ogni giorno nei cantieri e nelle fabbriche, nei campi e nelle strade, ad evolvere sono le forme del moderno schiavismo e le condizioni imposte a discapito delle conquiste dello scorso secolo, nello spregio dell’applicazione dei principi costituzionali e della più che esaustiva normativa italiana in materia di sicurezza del lavoro.

Si continua a spostare l’onere del controllo sul lavoratore stesso, che intensifica lo sforzo per guadagnare di più penalizzando la propria salute e sicurezza.
Si continua a morire nel dedalo delle ditte appaltanti, nell’assenza di coordinamento degli organi ispettivi, nel caos del lavoro irregolare che, soprattutto nei cantieri, continua a far salire sulle impalcature lavoratori privi di formazione impiegati a basso costo con contratti (quando esistenti) privi di alcun valore legale.

Continuano a morire – e gli ultimi dati INAIL di febbraio 2026 lo confermano – gli operai nella fascia 65-69 anni per i quali i 30 crediti della “patente a punti” non risultano sufficienti a scongiurare i rischi dei 30 anni di lavoro gravoso che pesano sulle loro spalle.
A fare notizia, e in ogni caso per un breve momento, solo le morti relative ad incidenti plurimi – le stragi – o quelle di vittime giovani e giovanissime con profili social spendibili a livello mediatico in fotografie e followers.

Come ANMIL oggi crediamo fermamente che l’abusato concetto di “Cultura della sicurezza” non possa esimersi dall’andare di pari passo con la rifondazione di una “Cultura del lavoro” che parta dai lavoratori stessi e dal sostegno che il Terzo Settore, sinergicamente con le parti sociali, possa e debba conferire loro con sempre maggior forza.
Gli strumenti a nostra disposizione sono pochi e minati da politiche sempre più ostacolanti ma che non sono riuscite, in alcun modo, ad arginare la nostra rabbia.
Celebriamo il Primo Maggio in un Paese e in un anno segnati dall’abuso del termine “sicurezza” senza mai conferirgli la sua reale accezione e senza mai applicarlo fattivamente al lavoro attraverso provvedimenti chiave quali: l’istituzione di una Procura Nazionale dedicata, il concreto rafforzamento dell’organico dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro ripartito in maniera egualitaria tra tutte le regioni e territori, la sinergia dei controlli e delle conoscenze condivise tra l’assurdo labirinto dei 15 organi di vigilanza esistenti oggi, la legge sul salario minimo e sulla tutela dei superstiti alle vittime del lavoro.
Celebriamo il Primo Maggio in un Paese che ha visto, nel 2025, 1.880 studenti sono rientrati a casa feriti mentre svolgevano la “formazione scuola-lavoro” (ex alternanza scuola-lavoro alla quale un nuovo provvedimento ha modificato il nome e null’altro).

Tutto questo è inaccettabile e, nella cornice della evidente inconsistenza dei provvedimenti istituzionali volti ad arginare questo dramma di civiltà, il cambiamento deve imperativamente partire da noi: invalidi del lavoro, superstiti alle vittime, cittadini, sindacati, datori di lavoro, lavoratori stanchi di questo sfruttamento normalizzato e bisognosi di fare squadra verso una denuncia che sia, per chi la porta avanti, concretamente spalleggiata.

Le “mosche bianche” diventino un esercito. Noi di ANMIL siamo qui per sostenervi e sostenerci sull’intero territorio nazionale.

Da

Anmil

Redazione Senigallia Notizie
Pubblicato Giovedì 30 aprile, 2026 
alle ore 9:50
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