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Quando Senigallia e Ancona litigavano per la Fiera

Oggi la neve, 200 anni fa l'epidemia: soccorsi e polemiche in Italia in tempo di calamità

Peste

L’Italia sta vivendo giorni indubbiamente difficili a causa dellemergenza neve.
Se da un lato sono moltissime le persone che si stanno adoperando per aiutare chi è in difficoltà, non mancano nemmeno le polemiche ed i rimpalli di colpe per una gestione dell’emergenza che – si lamenta da più parti in giro per la penisola – non sempre è stata adeguata e tempestiva.

L’ultima, in ordine di tempo, è la diatriba esplosa in Molise sui soccorsi giunti in ritardo in alcuni centri come Conca Casale (Isernia), rimasta isolata per tre giorni dopo l’arrivo delle neve; e intanto, quella tutta istituzionale tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il responsabile nazionale della Protezione Civile Franco Gabrielli, protrattasi per giorni a mezzo stampa, sembra non voglia davvero sopirsi.

Il buon senso – o semplicemente il rispetto del proprio ruolo istituzionale – renderebbe in questi casi ancor più opportuno prodigarsi in impegni concreti e collaborazioni, ma non è certo la prima volta che le peggiori calamità naturali (si pensi anche ai terremoti) vengano anche sfruttate e strumentalizzate – di certo cinicamente – per portare – come si suol dire – acqua al proprio mulino, difendendo il proprio operato.

Senza voler prendere parte nelle polemiche, non si può non osservare che – ad un’analisi attenta – certe reazioni dinanzi all’emergenza di questi giorni, riecheggino almeno in parte quelle già manifestatesi in un passato talvolta anche molto lontano, e per questo inevitabilmente perdute nel buio della memoria, ma che ogni tanto riemergono attraverso fonti scritte arrivate fino a noi e che ci riguardano da vicino.

E’ il 1836, l’Italia – di cui nel 2011 si sono celebrati i 150 anni – è ancora soltanto un’entità territoriale non unita in un unico Stato sovrano: Senigallia e Ancona, già allora centri di una certa rilevanza sull’Adriatico, fanno dunque ancora parte dello Stato Pontificio.
Entrambe hanno meno della metà dei rispettivi abitanti attuali e sopravvivono con un’economia piuttosto povera, che garantisce una stentata sussistenza alla popolazione, nei due casi in gran parte analfabeta.

A turbare la monotona vita di questi due centri medio-piccoli, arriva una calamità: rapidamente apparsa in tutta Europa nel giro di pochi anni, si diffonde infatti una grande epidemia di colera, sconosciuta malattia infettiva del tratto intestinale che proprio dall’estesa povertà traeva origine, proliferando grazie alla sporcizia di case e persone, alla totale mancanza di servizi igienici, alla contaminazione dell’acqua e dei cibi operata dal vibrione responsabile dell’epidemia.

Per chi vive nel XXI secolo, non è facile immaginarsi una realtà così diversa da quella contemporanea, nella quale vivere assieme ad animali o in gruppi di persone era la regola, l’abitudine del bagno era quasi totalmente sconosciuta, e vivere nella sporcizia e nell’incuria era quanto di più usuale potesse esservi.

Così diverse, eppure – per altri aspetti – così simili: perché dinanzi all’emergenza – allora come oggi – emersero impreparazione e rimpalli di colpe, che videro protagonisti anche comuni vicini le cui rivalità campanilistiche determinarono strumentalizzazioni politiche e polemiche che – non ci si sorprenda – sapevano essere feroci anche senza l’odierna piattaforma virtuale o la carta stampata.

Avvenne proprio così tra Senigallia ed Ancona: la sospensione della fiera senigalliese – la più importante dell’Adriatico – decisa per evitare un allargarsi del contagio, gettò nel più profondo sconforto la popolazione cittadina che – non ritenendo necessaria una decisione così estrema – accusò esplicitamente Ancona di gelosia per la propria leadership commerciale.

La calamità diventò così uno strumento di politica economica e di guerra commerciale, di scontro politico, di polemica accesa ed ininterrotta. L’ambiguo comportamento del governo pontificio – che dopo aver proibito la fiera senigalliese diede il via libera a quella anconetana – scatenò poi le ancor più accese proteste di Senigallia che inviò come proprio emissario a Roma il cardinale e vescovo cittadino Fabrizio Sceberras Testaferrata – al quale ora è dedicata una via del centro storico – senza che la decisione venisse modificata.

Non era d’altronde ancora il tempo del senigalliese Pio IX, il cui pontificato sarebbe iniziato solamente dieci anni dopo, nel 1846, e l’entourage di Gregorio XVI non volle sentire troppe ragioni.

Ancona pagò la scelta con un numero di decessi decisamente superiore a quello senigalliese, esempio lontano – ma forse attuale e di certo non isolato – di come la difesa degli interessi particolaristici, personali e privati, possa prendere il sopravvento su quelli di salute ed incolumità pubblica.

Un vecchio epiteto ciceroniano ci ricorda spesso che “Historia magistra vitae“, la Storia è maestra di vita, perché raccontandoci il passato ci insegna come regolarci sul presente: forse però, non tutti i contemporanei hanno studiato abbastanza.

Commenti
Solo un commento
Valentina 2012-02-10 10:47:17
E' proprio vero....si dice sempre "era mej quand'era pegg'"...alla fine cambiano certi stili di vita ma la gente è sempre uguale, tutta basata sulla forma e non abbastanza sulla sostanza...e se invece di tante chiacchiere si facessero più fatti, quanto sarebbe meglio!?! Un abbraccio al mio grande amico Andrea, uno degli ultimi baluardi della cultura rimasto in questo mondo fatto di superficie...
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