La bellezza della città è di tutti
Riflessioni e proposte da Italia Nostra Senigallia per un uso più democratico e qualificato degli spazi urbani

La cura della bellezza della città, che si tratti di un viale alberato o un giardino, di un monumento storico o un’architettura di pregio, di un museo o di uno spazio urbano da arredare e valorizzar e così via, dovrebbe avere la massima considerazione nell’azione ammnistrativa perché attiene all’immagine della città stessa e alla qualità della vita dei cittadini.
Il cittadino ha il diritto di godere di un ambiente urbano accogliente, di pretendere dagli amministratori la difesa della bellezza dei luoghi e delle architetture stratificatesi nel tempo, di sentire protetta la quiete del luogo dove abita dal chiasso e dal sovraffollamento, di poter passeggiare tranquillamente senza fare lo slalom fra tavoli e sedie, di poter avere una panchina pubblica su cui sedersi per riposare e chiacchierare con gli amici senza dover sottostare all’obbligo di pagare il pedaggio ad un bar, di poter fruire dell’ambiente naturale che lo circonda come cosa propria o bene comune, che si tratti di un parco o di una spiaggia, di sentirsi insomma padrone a casa propria.
Della città fa parte anche il litorale, che non è solo una risorsa da sfruttare a fini economici, ma anche un ambiente naturale da preservare (es. le dune) e da lasciare in parte alla libera fruizione dei cittadini attraverso la disponibilità delle spiagge libere, non relegate solo agli estremi della periferia. Il paesaggio costiero va tutelato come elemento di bellezza naturale al pari della bellezza della città storica, ponendo di limiti alla sua occupazione da parte dei concessionari, evitando quindi che la sua immagine venga imbruttita dalla congerie degli ingombri inamovibili abbandonati tutto l’anno senza cura sulla spiaggia; in particolare da quei gabbioni di varia misura, foggia e colore, allestiti senza un regolamento e senza decoro.
In questi casi non manca mai chi si preoccupa di ribadire una concezione, ritenuta di sano pragmatismo, ma in realtà poco lungimirante, teorizzando il primato degli interessi economici e quindi il diritto quasi illimitato all’utilizzo degli spazi pubblici (piazze, strade, spiagge) da parte dei concessionari delle attività di ristorazione, balneari, alberghiere. L’imperativo sembra essere quello di richiamare più folle possibili e il successo di una manifestazione è determinata dai numeri senza curarsi del chiasso, della confusione, del basso livello, dello stress cui sono sottoposti il centro storico e l’arenile. Così le manifestazioni e i mercati riempiono gli spazi già non molto ampi del centro storico, susseguendosi quasi senza soluzione di continuità con il loro carico di folla, rumore, banchi di vendita, mercatini, bancarelle, tendoni ecc., tutte cose che potrebbero trovar luogo anche in spazi più ampi e periferici. In questa stessa logica avviene la mutazione silenziosa del centro storico per effetto ella diminuzione degli indici di abitabilità, che favoriscono l’affitto estivo e la trasformazione in B&B rispetto alla residenza stabile.
Analogamente sul lungomare al chiasso e ai decibel si aggiunge l’occupazione senza limiti dell’arenile. Le richieste dei gestori della ristorazione e dei concessionari delle attività balneari (ma ormai le due attività si sovrappongono) sono cresciute molto negli ultimi anni, assecondate spesso da tutte le amministrazioni, perché fonte di consensi elettorali. L’ultimo esempio è la recente concessione agli operatori balneari di aumentare i giorni e gli orari di apertura delle attività (fino alle 3 di notte) aumentando così anche il livello dei decibel e l’affollamento senza considerare i risvolti sociali negativi di queste consuetudini.
A questo punto vorremmo concludere dicendo che Senigallia dispone di molti spazi di grande valore scenografico, come i giardini della Rocca, piazza del Duca, lo sfondo di porta Lambertina su via Carducci, Piazza Garibaldi, o anche certe prospettive delle mura se restaurate e restituite nella loro immagine originaria. Si tratta di spazi che offrono molte possibilità di utilizzo per pubbliche manifestazioni di qualità e arricchiscono anche l’attrattiva della città, accompagnando gradevolmente la presenza quotidiana di turisti e cittadini. E invece assistiamo spesso ad una banalizzazione e ad uno sfruttamento esasperato e caotico di questi spazi con il suo carico spettacoli musicali senza limiti di decibel, bancarelle, tendoni e gazebo (giardini della rocca) e tavoli e sedie a volontà.
Esperienze passate di grande successo dimostrano che esistono alternative per un utilizzo più selezionato, decoroso e consono alla qualità di questi spazi. Ricordo ad esempio la manifestazione denominata ARTE VIVA, basata sulla esibizione di artisti e artigiani, anche di alto livello, nel centro storico, una manifestazione durata 5/6 anni. Oppure l’esibizione di piccoli complessi di musica etnica e popolare itineranti nelle strade del centro. O anche le rassegne di jazz, gli spettacoli teatrali, il cinema d’essai. Come dimenticare poi la memorabile rappresentazione del “Masaniello” con le musiche di Roberto di Simone (poi “Nuova Compagnia di Canto popolare”) e la partecipazione di Anna Teresa Rossini e Mariano Rigillo, in piazza Roma nel 1974, che può costituire un esempio nobile di utilizzo del centro storico con spettacoli e manifestazioni di qualità e non necessariamente banali e “fracassoni”.
Va ricordato che ad un certo punto a segnare il declino di queste manifestazioni furono anche le critiche degli operatori del lungomare che lamentavano lo svuotamento dei loro esercizi nel dopocena da parte dei turisti attratti dalle manifestazioni del centro. La possibilità di fruire del lungomare per una bella passeggiata o per una seduta al bar o al ristorante evidentemente non bastava più. Forse sarebbe stata necessaria anche una sua riqualificazione. Ma fu più facile assecondare la tendenza in atto di moltiplicare le attività ed estenderle alla spiaggia, ampliando gli orari e il volume delle emissioni sonore, ma non certo qualificando questa parte così pregevole della città.
La sezione di Italia Nostra di Senigallia ha presentato ai candidati alla carica di sindaco della città le seguenti proposte in tema di beni culturali e ambientali.
La prima proposta riguarda Palazzo Gherardi, che dovrebbe avere una duplice destinazione museale, ospitando il Museo della città e il Museo della fotografia. Il Museo della città dovrebbe ruotare attorno la storia urbanistica, una storia così ricca di vicende da rappresentare una specie di filo rosso cui legare tutti gli eventi sociali, economici e culturali, che hanno caratterizzato l’evoluzione della comunità urbana dall’età romana al ‘900. Si tratterebbe di un museo, in cui gli oggetti materiali, gli spazi e gli eventi andrebbero rappresentati e raccontati mediante immagini digitali e installazioni visive interattive organizzate secondo un percorso cronologico. Il Museo della fotografia auspicato da tempo e da più parti sarebbe legato alla vicenda degli artisti senigalliesi del secondo ‘900 e soprattutto ovviamente a quella di Giacomelli.
La seconda proposta riguarda i beni monumentali, partendo dalla Cinta delle mura, un complesso monumentale che rappresenta l’immagine stessa della città storica, già studiato e illustrato magistralmente dal Piano delle mura, redatto qualche anno fa da tre architetti cittadini. Lo studio, propone una serie di interessanti e valide soluzioni per la valorizzazione del sistema delle mura, ma non ha avuto fin qui alcun riscontro significativo; in sostanza è stato dimenticato, lasciando le mura nello stato di sempre, non cogliendo al meglio le occasioni finora presentatesi e trascurando perfino la loro pulizia. La filosofia del Piano è quella di restituire al monumento innanzitutto la visibilità, prima condizione perché torni ad esistere e ad essere presente nella percezione dei cittadini, nonché presupposto per la sua fruibilità nelle forme possibili.
Alle mura è connessa la valorizzazione della Rocca Roveresca, che manca tuttora di una illuminazione adeguata, nonché di quei due gioielli che sono la Porta Lambertina e la Porta Maddalena. La prima, elevata maestosamente sulle due quinte di case che bordeggiano la breve strada fino al ponte, valorizza tutto lo spazio urbano circostante e gli attribuisce un’elevata qualità scenografica. E tuttavia, anch’essa non è valorizzata come dovrebbe, perché nascosta dalle file di alberi (potati orribilmente) che bordeggiano la strada e la coprono parzialmente, privandola di quell’effetto di fondale scenografico che potrebbe e dovrebbe avere la sua visuale da oltre il ponte.
La terza proposta riguarda il verde urbano, parte del quale, quello posto ai bordi delle strade dei quartieri residenziali, non è più compatibile con lo stato attuale delle strade e dei marciapiedi. Molte alberature sono state realizzate in passato con specie inadatte e con criteri sbagliati e molte di esse andrebbero sostituite progressivamente, specie laddove gli spazi delle strade e dei marciapiedi sono poco ampi e per questo motivo impercorribili. Particolarmente problematici per i residenti risultano i numerosi ligustri (alberi oltretutto di poco valore estetico e ambientale) e spesso (spiace dirlo) anche molti pini, collocati troppo a ridosso delle abitazioni, con le note conseguenze al manto stradale, ai marciapiedi e ai muri di recinzione, alla pulizia di cortili e grondaie
La soluzione però non può essere data dagli abbattimenti episodici e casuali; è necessaria una pianificazione delle sostituzioni impostata su progetti condivisi e con soluzioni nuove e più adeguate per la viabilità ciclo-pedonale. Tutto ciò senza comportare un impoverimento della copertura vegetale e quindi una diminuzione delle capacità di mitigazione dell’inquinamento e delle temperature estive e di altri effetti benefici sulla qualità della vita dei cittadini. Necessaria forse la diminuzione del numero degli esemplari, ma non condivisibile la sostituzione con essenze di minore grandezza.
La quarta proposta riguarda il potenziamento della la viabilità ciclo-pedonale nel centro città. Per rendere possibile alleggerire la morsa del traffico e sostenere l’obbiettivo della pedonalizzazione del centro storico sono necessari due interventi: aumentare le aree di sosta sul fronte sud del centro storico ed agevolare la mobilità ciclo-pedonale. I parcheggi e le are di sosta all’interno e all’esterno del perimetro delle mura sono diminuiti notevolmente nell’ultimo ventennio in seguito alla pedonalizzazione di piazze e strade. Il settore a risentire maggiormente di queste modifiche è quello che fa capo a via Leopardi, che rappresenta l’accesso alla città dai popolosi quartieri del Portone, delle Saline, di via Marche e limitrofe. Non è facile individuare qui nuove aree di sosta, dopo che molte di quelle disponibili sono state edificate o sono in corso di edificazione. Restano a portata di mano però due soluzioni molto funzionale: l’area dell’ex Politeama e quella a destra del ponte Zavatti uscendo dalla città.
Il tema delle piste ciclabili è stato fin qui più uno spot elettorale che un programma serio. Se si eccettuano i percorsi esterni, come quelli del Lungomare, delle Saline e della Cesanella, usare la bicicletta nella parte centrale della città è abbastanza difficoltoso, se non pericoloso, per l’intensità del traffico, per la ristrettezza delle sede stradale, i fondi sconnessi (vedi i selciati di via Pisacane e F.lli Bandiera), per gli ostacoli costituiti dai ponti, dai marciapedi e dalle rotatorie e soprattutto per i sensi unici a causa della mancanza di percorsi protetti. A questo punto più che di piste ciclabili, per le quali non c’è più spazio, proponiamo di individuare e attrezzare percorsi protetti misti ciclo/pedonali.
Esiste comunque ancora qualche margine di intervento. Ne proponiamo uno: la realizzazione di un percorso ciclabile ad anello attorno il centro storico, attraverso un intervento sullo Stradone Misa e sull’alveo del fiume. Attualmente la ristrettezza della sede stradale dello Stradone Misa, il traffico intenso e continuo, i marciapiedi sconnessi e angusti rendono estremamente difficile e pericoloso non solo l’uso della bicicletta, ma anche il transito dei pedoni. La soluzione per ovviare a questa situazione critica può essere solo l’ampliamento della sede stradale dal lato del fiume, sostituendo l’argine in terra battuta con un argine e parapetto in muratura simile a quello esistente fra il ponte Garibaldi e il molo; in questo modo è possibile ricavare lo spazio necessario per ampliare la sede stradale e realizzare marciapiedi e una pista ciclabile. Questa nuova pista verrebbe a costituire il tratto di congiunzione di un percorso ad anello attorno il centro storico partendo dalla rotatoria e dall’auspicato parcheggio della Penna, costeggiando le mura lungo via Leopardi, proseguendo lungo il fiume per lo Stradone Misa e via Rossini fino al sottopassaggio per il porto. Un progetto non avveniristico, ma coraggioso e realistico, anche se realizzabile solo nel lungo periodo con un progetto che sappia attingere a finanziamenti sovracomunali, soprattutto europei.
La quinta proposta riguarda infine un tema poco considerato: la tutela del paesaggio costiero. L’intervento più urgente è sicuramente quello della riqualificazione dei Lungomari, che attualmente, specie quello di Levante, non offrono un’immagine molto decorosa. Ma al di là dei marciapiedi, delle alberature, dell’arredo, dell’illuminazione e quanto altro, quello che ci interessa qui è evidenziare la scomparsa del paesaggio costiero. Un plauso va fatto sicuramente al progetto di tutela di quel che resta delle dune costiere, un progetto che va comunque sempre monitorato. Ma questo non basta a conservare qual poco di paesaggio costiero ancora esistente. Infatti nella parte più edificata e centrale della costa, sia a Levante che a Ponente, la veduta del mare è poco più che un miraggio: di fronte alle barriere costituite dalle edificazioni in continua espansione e dalle brutte e disordinate recinzioni dei campi per la pallavolo il mare si può solo immaginare.
Perciò è’ ora di dire basta! A Senigallia non esistono solo i bagnini e i ristoratori, che le cui richieste non sembrano avere un limite. Basta agli ampliamenti di bar, ristoranti e quanto altro sulla spiaggia. Basta a quelle recinzioni spesso malandate e sempre indecorose che fanno sembrare alcuni tratti del lungomare quasi degli allevamenti di animali domestici. Se proprio non se ne può fare a meno, vanno normate attraverso regolamenti che obblighino ad una progettazione decorosa e omogena e soprattutto vanno smantellati da ottobre a maggio per restituire al paesaggio costiero un minimo di naturalità e permettere ai cittadini di godere della vista del mare e tornare ad essere padroni di questo lembo di natura almeno durante le passeggiate dall’autunno alla primavera.


























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