Intervista con Moreno Cicetti, nuovo direttore sanitario Opera Pia di Senigallia
"In questa fase di conoscenza generale della struttura mi si presentano problematiche che non avevo mai gestito, ma l’esperienza in ospedale mi aiuta"

Intervista con il dottor Moreno Cicetti, in carica nel nuovo ruolo di direttore sanitario dell’Opera Pia Mastai Ferretti.
Come sono trascorsi questi primi tre mesi in struttura?
Si tratta di un mondo tutto nuovo dal punto di vista medico per me, che negli ultimi 30 anni ho lavorato nella sanità pubblica nei reparti di Chirurgia generale di Pesaro e Urbino. Prima di tutto sto cominciando a non perdermi nella grandezza della struttura! Piano piano mi sto facendo conoscere, mi affaccio per salutare nelle camere e nella chiesetta dove trovo sempre qualcuno. È fondamentale vivere questa fase esplorativa e approfondire la conoscenza delle persone: ho bisogno dell’aiuto degli altri, dagli amministrativi ai manutentori. Io non sono il risolutore, il mio è un lavoro di squadra, non per niente quando mi sono presentato ho usato la metafora della strategia di un allenatore. Giocare a basket per tanti anni (il dottor Cicetti ha un trascorso nel basket senigalliese, ndr) mi ha insegnato molte cose.
Perché ha accettato questo ruolo?
Principalmente perché mi piace fare il medico e perché sono curioso di natura. Ogni giorno all’Opera Pia apro un nuovo cassetto dove trovo cose interessanti che mi spalancano nuovi visioni. In struttura sono direttore sanitario, quindi guida e supervisore della qualità dei servizi sanitari e assistenziali della casa di riposo, ma anche medico aggiuntivo della RSA demenze, l’unico reparto che è struttura sanitaria extra ospedaliera e che necessita di un medico aggiuntivo rispetto al medico di medicina generale.
Mi sto avvicinando al mondo neuropsichiatrico, studio, approfondisco. La curiosità mi ha sempre spinto nella vita. È un pregio anche che la struttura sia ubicata nella mia città: posso finalmente tornare a vivere Senigallia con pienezza.
Che difficoltà ha riscontrato?
In questa fase di conoscenza generale della struttura mi si presentano problematiche che non avevo mai gestito, ma l’esperienza in ospedale mi aiuta. Lavorare con il problem solving è la soluzione, vivo ogni problema come una sfida da risolvere insieme al gruppo. Se non ci fossero queste difficoltà non servirebbe un direttore sanitario! La mia figura deve controllare, vigilare, organizzare, promuovere la formazione: questi sono i macro compiti che mi spettano. La vera difficoltà è tradurli in pratica e far funzionare bene un sistema dove tutto dev’essere collegato.
Che differenze sostanziali ci sono con l’ospedale?
Qui ci sono reparti e moduli con intensità di cure diverse: volendo fare una scala si va dalla casa di riposo all’RSA, e in mezzo sta la residenza protetta. Gli ospiti hanno diversi gradi di difficoltà deambulatorie e questo differenzia la l’Opera Pia da un ospedale. In ospedale ci sono corsie per i problemi acuti, ci sono costanti emergenze, dove risalta il lavoro dell’infermiere, mentre qui l’OSS è di pari importanza per il sostegno degli ospiti nelle attività quotidiane.
Che clima c’è tra gli operatori?
Mi piace molto il clima che ho respirato finora. Li ho trovati tutti molto professionali: OSS e infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti, animatori professionali, operatori sociali e suore, tutti dotati di grande umanità. Riescono a mantenere sempre il sorriso e hanno imparato, ognuno a modo suo, il modo per affrontare il proprio lavoro, con moto di spirito, sdrammatizzando le situazioni più difficili nonostante la loro soglia di attenzione sia sempre elevata. Il carico di lavoro, soprattutto per chi lavora nel reparto demenze, è altissimo e affrontare le turbe comportamentali non è facile. Ognuno ha trovato una personale peculiarità. Sono qualità che si imparano in campo, li ammiro molto.
C’è qualcosa che la stupisce?
Mi sto appropriando di momenti di vita sociale che non conoscevo e che mi stupiscono ogni giorno. Il mio ufficio sta davanti al refettorio della mensa della RSA demenze e mi dà una visione privilegiata su ciò che accade fuori. Pur nelle ovvie criticità, vedo una situazione di vita ancora pulsante. L’anziano fragile socialmente escluso ritrova nell’Opera Pia un suo nucleo sociale. I deficit cognitivi sono graduali, lavoriamo sull’autosufficienza residua delle persone che a volte si traduce in comportamenti umani splendidi.
Una sua dichiarazione di intenti?
Cercherò di lavorare con l’aiuto e con il dialogo. Tra gli strumenti principali della risoluzione delle difficoltà c’è il dialogo con i familiari, con gli utenti, per evitare incomprensioni e tensioni controproducenti: il dialogo è uno strumento non minore dell’aspetto tecnico. Il dialogo ha un tempo diverso dall’azione perché coinvolge il lato umano, ancora di più quando siamo di fronte a persone fragili. Sto riscoprendo tutto questo e sono orgoglioso di essere qui.
Da
Opera Pia Mastai Ferretti


























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