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Per una teoria davinciana delle relazioni stabili – di Simone Luchetti

Nel regno del provvisorio, un rivoluzionario punta all’eterno senza chiedere il permesso. Ed è subito shitstorm

Sal Da Vinci / Che Guevara

Mettiamola così: il problema non è il neomelodico. Il problema è il buttafuori.

Appena Sal Da Vinci dice “per sempre”, si accende il lampeggiante del vigilantes culturale. Arriva la pattuglia del gusto. Controllo documenti, pedigree, tessuto sociale di provenienza. Verdetto già scritto: sentimentalismo spinto, cafonaggine, sottocultura e stop. Nessuno bada alle parole né si chiede da dove arrivino: basta rispettare il dress code. O sei fuori.

Va detto subito, così risparmiamo una fatica al genio di turno. Non sto dicendo che l’estetica non conti. Conta la forma, conta il linguaggio, conta la costruzione, conta il come. Ma qui il bersaglio non è l’estetica. È la spocchia intellettualista che usa l’estetica come un buttafuori che fa door selection. È pregiudizio mascherato da difesa della civiltà.

Ed è qui che diventa un piccolo incidente teorico. Perché se lo stesso nucleo passasse per la porta principale cambierebbe immediatamente tutto. Se a parlare della durata contro il provvisorio fosse Spinoza, tutti zitti e raccolti attorno all’Etica, a contemplare le cose non come occasionalità in saldo al supermercato emotivo ma, volendo, perfino sub specie aeternitatis. Se fosse la Arendt, ecco la promessa come diga contro l’imprevedibilità dell’agire. Se fosse Marcel, la fedeltà creatrice. Se fosse Badiou, l’amore come costruzione durevole contro il luna park contemporaneo delle relazioni senza rischio. Se lo dicono loro, è pensiero. Se lo canta Sal Da Vinci, è un arredo discutibile. Curioso.

Il punto è che il materiale umano non cambia molto. Cambia il lampadario, l’accento, il vino dell’aperitivo. Le parole cambiano latitudine ma il nervo rimane lo stesso.

In un mondo addestrato al “finché dura”, c’è ancora qualcuno disposto a dire “per sempre” senza sentirsi ridicolo?

La cosa è persino comica e anche un po’ miserabile: viviamo nel tempo del revocabile ben gestito. Amori a scadenza, lavori intermittenti, case temporanee, identità leggere. Gente che non prende più un impegno ma vive di free trial. Il soggetto contemporaneo è un acrobata del provvisorio: flessibile, adattivo, reversibile, sempre pronto a ridefinirsi, a ricalibrarsi, a riposizionarsi.

“Per sempre” è una parola quasi oscena e socialmente imbarazzante perché sa di responsabilità e di durata. E la durata è trattata come un vecchio parente che non sa stare al suo posto: gli si vuole bene da lontano, purché non si presenti quando ci sono ospiti.

Bauman e Byung-Chul Han, ciascuno a modo proprio, hanno già descritto questo paesaggio: legami fragili, eros esausto, alterità insopportabile. Tradotto: il presente ama tutto ciò che non lo obbliga a restare.

La cultura di un certo livello queste cose continua ad amarle. Le ama moltissimo, purché si inquadrano in una certa matrice. Ama la durata se arriva in forma di ontologia, la fedeltà in forma di saggio e la promessa magari come filosofia politica. Ama anche la dedizione se arriva coi crismi della canzone d’autore – diciamo – illuminata.

Se Endrigo concentra il mondo in un vincolo esclusivo (Io che amo solo te), allora è nobiltà del sentimento. Se Battiato trasforma il legame in custodia (La cura) è spiritualità del legame. Se Cohen (Dance Me to the End of Love) o Nick Cave (Into My Arms) maneggiano la fedeltà come una consegna di sé nella finitudine, allora parliamo di tragico, sacro e profondità. Ma se la stessa faccenda arriva con geografia, dizione e ceto differenti, allora precipita nel folklore, nel kitsch, nella sottocultura. Perde di colpo i diritti civili. E questo – sia chiaro – non è gusto: è snobismo con fine dizione.

Ma non finisce qui. Il bisogno di un appiglio c’è anche dove la stabilità è tabù – rap, hip-hop, vite esposte. Common con The Light ha infilato una love song che gira ai matrimoni. Kendrick ha messo in primo piano parole come love e loyalty. Tyler, in Chromakopia, mette a nudo la propria avversione all’impegno e la paura del “forever”. Non siamo dalle parti di Piedigrotta, ma la faglia è quella: il desiderio di durata dove il provvisorio dovrebbe regnare indisturbato.

Torniamo in Italia, anche dove l’aria è più alternativa. Brunori racconta un amore che dura, che passa il tempo, che conosce pelle e odore, che sopravvive all’usura senza trasformarsi in museo della coppia (Per due che come noi). Capossela parla addirittura dell’amore come forza rivoluzionaria (Il bene rifugio). Altra estetica, altra confezione, altro pubblico. Altro permesso di soggiorno.

A quel punto non è più una performance: è un test tossicologico per il ceto colto. Ti metto davanti una parola semplice, antica, perfino imbarazzante e vediamo chi tossisce. Il guaio non è che quel “per sempre” sia vuoto, ma che arrivi senza l’imprimatur del doganiere culturale. Nudo, grezzo, popolare. E questo è insopportabile alle orecchie di chi ama sentirsi superiore.

Nessuno è obbligato ad amare Sal Da Vinci né a sospendere il giudizio estetico. Nessuno è tenuto a fingere che sia un condomino di Spinoza. Ma si può almeno smettere di usare l’estetica come bodyguard del pregiudizio, smettere di fingersi raffinati quando in realtà si sta solo facendo selezione sociale con parole meglio selezionate. Si può ammettere che, a volte, una forma bassa intercetta un nervo altissimo. E che la sua colpa non sia la banalità del contenuto, ma la mancanza di mediazioni che ne sdoganino la frequenza.

Alla fine resta un paradosso amaro: Sal Da Vinci non ha detto nulla di nuovo. Ha preso un pugno di idee sulla durata, sulla fedeltà, sulla resistenza al provvisorio e le ha scaraventate nella serata delle serate. Con meno dizionario, meno prestigio, meno apparato critico e un riverbero da karaoke. Ma con un’efficacia che di colpo non fa più tanto ridere.

Perché dove il pensiero sta troppo in posa, la canzone popolare ti pianta un chiodo in testa. E forse è proprio questo che disturba: non che la filosofia muova verso la sala da ballo, ma che la balera ricordi alla filosofia qualcosa che il nostro tempo liquido preferirebbe continuare a chiamare “imbarazzo” anziché col suo nome vero: desiderio di durata.

Simone Luchetti
Pubblicato Domenica 22 marzo, 2026 
alle ore 7:00
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