Infermiera di Senigallia: “Chiedo turni umani, più personale, possibilità di lavorare bene”
La lettera recapitata a Paolo Battisti, che l'ha diffusa su Facebook

Una lettera molto accorata, che arriva direttamente dalle corsie ospedaliere di Senigallia, in questi giorni sotto i riflettori dei media nazionali, e che solleva di nuovo il velo su pesanti criticità dello stato della sanità pubblica e delle condizioni di lavoro del personale sanitario.
A diffonderla è stato, attraverso il suo profilo Facebook, Paolo Battisti del Movimento 5 Stelle di Senigallia, che nel suo post parla di una testimonianza “emblematica” di un sistema sotto pressione, segnato da carenze strutturali e da un clima di crescente paura tra chi opera ogni giorno in prima linea. Tra i riferimenti del racconto, anche l’episodio recente del malato a terra al pronto soccorso e il timore che, invece di affrontare le cause profonde delle criticità, si finisca per individuare facili capri espiatori.
Di seguito, il testo integrale della lettera scritta da un’infermiera dell’Ospedale di Senigallia e recapitata a Battisti.
“Non so più da quanto tempo sono stanca.
Non parlo della stanchezza che passa con una notte di sonno, ma di quella che ti entra nelle ossa, che ti appesantisce il cuore e ti fa venire voglia di mollare tutto.
Lavoro in ospedale da anni. Ho scelto di fare l’infermiera perché volevo prendermi cura delle persone, perché credevo che non esistesse lavoro più bello di questo. E per tanto tempo è stato davvero così. Un sorriso strappato a un paziente, una mano stretta nel momento giusto, la sensazione di essere utile: erano queste le cose che mi facevano andare avanti.
Oggi, però, faccio fatica a riconoscere quel sogno.
I turni sono massacranti. Notti infinite che si attaccano ai mattini, riposi saltati, orari che cambiano all’ultimo momento. Entro in reparto già stanca e ne esco svuotata, fisicamente e mentalmente. Il personale è sempre meno, ma il lavoro è sempre di più. Siamo costretti a correre, a fare in fretta, a scegliere cosa è urgente e cosa può aspettare, anche quando tutto avrebbe bisogno di attenzione e umanità.
Perché non è solo la fatica: è il senso di colpa. Il senso di colpa quando non riesco a fermarmi cinque minuti in più con un paziente che ha paura. Quando vorrei ascoltare, spiegare, rassicurare, ma devo già correre da un’altra parte. Quando torno a casa e ripenso a tutto quello che avrei voluto fare meglio, ma non ho potuto fare.
Quello che per me era il lavoro più bello del mondo si è trasformato in un incubo. Un lavoro che amo ancora, ma che mi sta consumando. Mi sento invisibile, data per scontata, come se la mia resistenza fosse infinita. Ma non lo è. Nessuno di noi lo è.
Non chiedo eroismi. Chiedo rispetto. Chiedo turni umani, personale sufficiente, la possibilità di lavorare bene senza distruggermi. Chiedo di poter tornare a essere un’infermiera, e non solo una sopravvissuta a fine turno.
A rendere tutto ancora più insopportabile, oggi, c’è una paura nuova e più profonda. Dopo quanto accaduto (all’Ospedale di Senigallia, ndr), dove un paziente oncologico è stato costretto a sdraiarsi a terra al Pronto Soccorso per l’assenza di barelle disponibili, molti infermieri e operatori socio-sanitari lavorano con un peso addosso ancora maggiore. Perché qualcuno per scaricare le colpe se la prenderà con noi. Come sempre succede.
Sono stanca. Siamo tutti stanchi. E ora abbiamo ancora più paura“.


























Per poter commentare l'articolo occorre essere registrati su Senigallia Notizie e autenticarsi con Nome utente e Password
Effettua l'accesso ... oppure Registrati!