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Da Kobane a Senigallia: il tempo del ritorno

"Partigiani di tutto il mondo, Kobane vi aspetta, perché il nostro tempo è ora!"

il giovane senigalliese Karim Franceschi

Il momento degli addii è arrivato, salutiamo quel popolo oppresso che abbiamo imparato ad amare, gli amici che con un volto ed un nome, ci hanno raccontato delle loro sofferenze e dell’ipocrisia di un mondo sordo alle loro richieste di aiuto. Non possiamo fare altro che portare con noi una parte di quel dolore, perché questo fanno gli amici, condividono i fardelli.

Questo popolo, però, non è fatto solo di amici, ma anche di compagni e compagne che condividono le nostre stesse idee, le nostre stesse speranze di un mondo più equo e di un’esistenza più degna. Loro muoiono per questo, vengono uccisi, ma il maggiore responsabile non è Daesh ( un dispregiativo per indicare Isis), ma lo stato turco.

Erdogan vuole bere sangue Kurdo ed arma i Takfiri (termine dispregiativo che indica gli estremisti dell’Isis, il cui significato letterale riguarda chi accusa gli altri di infedeltà, apostasia) perché facciano il lavoro sporco per lui. Dice che ci sono milioni di Kurdi di troppo e per questo ha permesso il passaggio indisturbato delle truppe dello Stato Islamico attraverso i confini Turchi.

Pochi giorni fa una giovane ragazza e stata uccisa da un soldato turco sul confine. Lei ha tentato di attraversarlo – come gesto di protesta pacifica e di disobbedienza civile – voleva accorrere in soccorso di quei duemila civili ancora intrappolati in quella città. Si combatte tutti i giorni, tutte le notti. Non c’è acqua corrente e non c’è luce; quella di Kobane è una guerra senza quartiere.

All’interno della città, circondata su tre lati dallo Stato Islamico ed isolata da qualsiasi rinforzo su lato turco, ci si muove saltando da palazzo a palazzo, attraverso i muri crollati, per evitare il fuoco dei numerosi cecchini che si annidano ovunque tra le sue rovine. Le bombe, e i mortai dei Takfiri martellano le zone che ancora resistono ad un ritmo incessante.

Quando non basta l’artiglieria, allora dei corazzati antiproiettile – requisiti all’esercito iracheno – vengono imbottiti di esplosivi e lanciati contro le postazioni della resistenza, in attacchi suicidi, provocando così dei danni della portata delle bombe americane più potenti. In tutto questo inferno, bambini soldato imbracciano il fucile, tentano di sopravvivere alla guerra nell’unico modo possibile: rispondendo al fuoco.

Daesh è un mostro che ha fatto della guerra la sua unica argomentazione convincente. Nelle sue fila ha attirato diavoli da tutto il mondo, mentre i compagni tardano ad arrivare, fallendo nel cogliere l’urgenza, l’importanza, di una Kobane libera, di un’autonomia democratica, laica, e femminista nella terra delle dittature. Un fiore nel deserto che possa ispirare i movimenti di tutto il mondo.

La guerra è in corso in tutto il Rojava, ma tutte le canzoni parlano di quella città che è la chiave di volta di un sogno chiamato Kurdistan e che poi si è evoluto per diventare qualcosa di più di un’ispirazione sciovinistica: un confederalismo democratico, una democrazia senza stato.

Il futuro del Rojava, o la sua rovina, sono legate in maniera intrinseca a Kobane. Se Kobane cade, il cantone di Afrin adiacente e con sbocco sul mare, non resisterebbe nemmeno un giorno all’avanzata dello Stato Islamico. La bellissima città di Jazeera diventerebbe un cimitero e di questa possibilità democratica e socialista non rimarrebbero che fantasmi neri.
Alla guerra che vede il distorto islamismo di Daesh da una parte e il capitalismo finanziario dall’altra, non si può che rispondere con un’altrettanta internazionale resistenza.

Partigiani di tutto il mondo, Kobane vi aspetta, perché il nostro tempo è ora!

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