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Un senigalliese a Kobane contro Isis

Staffetta solidale a Suruc, al confine tra Turchia e Siria, insieme con altri attivisti dei centri sociali italiani

Kobane

Siamo partiti per Kobane. In questo momento un attivista dello Spazio Comune Autogestito Arvultùra di Senigallia – insieme con altri attivisti dei centri sociali  italiani – si trova a Suruc, la cittadina turca al confine con la Siria, a poche centinaia di metri dal fronte, dove i rumori e le immagini della guerra non sono più  mediati da uno schermo, ma sono una realtà che si può toccare con mano.

Siamo parte di una staffetta solidale che coinvolge associazioni e centri sociali delle Marche, dell’Emilia Romagna, di Napoli, del Veneto, di Roma e di Milano. Ci  daremo il cambio ogni dieci giorni in modo da mantenere una presenza costante sul fronte di quella che riteniamo essere uno scontro decisivo tra democrazia e barbarie.

Siamo andati a Kobane per non essere semplicemente solidali, ma per essere parte della resistenza contro il Califfato nero rappresentato dall’Isis e per dimostrare che  l’occidente, l’Europa, sono qualcosa di diverso, di altro, dall’interventismo statunitense e dall’infame complicità del Governo turco e quindi della Nato.

Siamo andati a Kobane perché la regione autonoma del Rojava rappresenta una terza via tra gli interessi capitalistici dell’occidente e la follia dell’integralismo  islamico. Il Rojava ci parla di laicità, di democrazia, di emancipazione femminile, di tolleranza, di eco-compatibilità, di uguaglianza e di giustizia sociale. Una  luce nella notte mediorientale e tenerla accesa, darle forza, è compito di tutti noi.

Siamo andati a Kobane perché la guerra si sta facendo sempre più globale, arrivando fin dentro la nostra Europa. Il mare Mediterraneo trasformato in un cimitero per tutti quei profughi che fuggono dalle guerre di cui i governi occidentali sono tremendamente responsabili, ne è un terribile esempio.

Come un terribile esempio lo sono  quelle politiche populiste e razziste che in nome della sicurezza, paradossalmente, producono effetti criminogeni, trasformando migliaia di uomini e donne in  clandestini senza diritti, utilizzati, come carne da macello, per lo sfruttamento nel mercato nero o come manovalanza nei circuiti criminali.

Siamo andati a Kobane per tessere relazioni, prendere contatti, capire come possiamo essere materialmente utili alla resistenza che i partigiani kurdi stanno  eroicamente praticando. Utili nell’organizzare raccolte di medicinali. Utili per far circolare informazioni che media mainstream non danno. Utili nell’incontrare i  rappresentati politici locali delle organizzazioni kurde.

Siamo andati a Kobane perché quell’eresia comunista che rappresenta il Rojava, va difesa, perché la democrazia senza stato, autorganizzata nel confederalismo  democratico, non rappresenta solo un’alternativa politica per il Medioriente – in primis per la popolazione palestinese – ma perché parla direttamente a noi europei.

La federazione di autonomie territoriali indica una terza via tra le politiche di austerità dell’Unione Europea e i rigurgiti nazionalisti, xenofobi e razzisti che  portano il nome della Le Pen, di Farange, della Lega Nord, ma – diciamolo – anche di Grillo e del suo partito virtuale.

Siamo andati a Kobane perché c’è una resistenza in armi che fa piazza pulita di tutto quel pacifismo muto e impotente che ha ammorbato per troppi anni il dibattito  politico italiano, soffocandolo dentro lo stupido e interessato dualismo violenza-non violenza.

La guerra e l’opposizione ad essa ci obbligano, oggi, a ragionare di  come essere per la pace senza essere pacifisti.
Siamo andati a Kobane perché siamo antifascisti e nei giovani occhi delle guerrigliere e dei guerriglieri kurdi rivediamo quelli dei nostri nonni, perché nella  battaglia “strada per strada, casa per casa” riconosciamo l’insurrezione di Napoli, la battaglia di Porta Lame a Bologna, la Roma di via Rasella, la resistenza  sull’appennino tosco-emiliano e sulle colline marchigiane. In loro riconosciamo quella stessa voglia di libertà, quella fame di giustizia e quel desiderio di futuro  che animarono la resistenza al nazi-fascismo.

Siamo andati a Kobane per essere politicamente e materialmente complici dei suoi partigiani. Siamo andati a Kobane per essere Kobane.

Nel nostro sito Arvultura.it (alla pagina //www.arvultura.it/1440/staffetta-a-suruc-senigallia-per-kobane ), e nella nostra pagina facebook  www.facebook.com/arvultura troverete gli aggiornamenti quotidiani, le notizie, le foto, i video e le testimonianze dei nostri attivisti presenti al fronte.

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