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Tennistavolo: Luigi Manoni da Senigallia, 40 anni di passione

Intervista ad un intramontabile campione che non ha alcuna intenzione di abdicare

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Luigi Manoni

Luigi Manoni è stato, dopo Massimo Costantini, il giocatore senigalliese di tennistavolo che ha vinto di più.

Il suo primo titolo risale al 1973 (doppio 2a categoria) e l’ultimo nel 2014, qualche mese fa, nuovamente con un doppio (Veterani). In mezzo ci sono 2 scudetti, 2 Coppa Italia, 1 Doppio Assoluto, 1 Doppio Misto, 2 Squadre Veterani, 2 tornei internazionali, la partecipazione a 3 Campionati Europei (74,78,80) e una riserva in patria ai mondiali del 77 (mancavano i sodi per portare un giocatore).

E’ stato schierato anche 5 volte in Italia-Cina.

In senso stretto Manoni fa parte della Scuola senigalliese di Pettinelli?
Ho iniziato a giocare a Milano dove sono diventato n. 8 d’Italia. Poi nel 74 la mia famiglia è ritornata a Senigallia ed io sono entrato nella squadra di Pettinelli. Qui ho vinto diversi titoli tricolori e sono diventato n. 5 d’Italia vivendo il periodo più prolifico di successi. Mi hanno insegnato a giocare Maietti e Luccio ma soprattutto è servito guardare gli altri più bravi di me.
In quel periodo Manoni poteva battere tutti…
E’ vero, ho battuto i più forti di allora: Bosi, Bisi, Giontella, Malesci, Priftis. Ho battuto anche Costantini ma per lui il discorso è diverso perché essendo compagni di club c’era da tener conto anche delle strategie di squadra.
Hai giocato in 3 squadre di serie A, quali le differenze?
A Milano ero un ragazzetto catapultato in serie A in un ambiente difficile ed altamente competitivo. Poi c’è stata l’esperienza con il Tennistavolo Senigallia che ha avuto l’ambizione di vincere e con cui ho ottenuto risultati straordinari per numerosi anni. E’ seguito un lungo periodo di inattività agonistica e poi Perini Mauro, della società Gabbiano di Senigallia, mi ha chiesto di giocare per spirito di amicizia. Sono partito dalla serie C e siamo arrivati in serie A. E’ stata una grandissima delusione umana perché il clima di amicizia si è trasformato nel tempo tradendolo.
Perché non sei allenatore?
Non mi ha interessato, per il momento. Forse negli anni prossimi, ma se lo farò è per impegnarmi con i giovani e non certo per tenere in piedi una squadra.
Da che cosa si riconosce un bravo allenatore?
Dalla personalità e dal contatto umano che sa avere con gli allievi. La conoscenza della sola tecnica è improduttiva se non accompagnata da altre qualità. Il talento non si insegna: c’è o non c’è. Un bravo allenatore lo vede e lo fa emergere, ti aiuta a diventare un campione. Non serve forzare, imporre, essere rigido, far fare allenamenti pesanti se il ragazzo non si diverte e si sacrifica. Lo sport è disciplina, se diventa sacrificio c’è qualcosa che non va.
Oggi collabori con il Centro Olimpico e sei uno sparring di lusso (Lucesoli Francesco, n. 8 d’Italia, di Marina di Montemarciano si allena con lui, ndr).
Sì, mi piace giocare in un ambiente sereno. Gioco con chi mi è simpatico e con chi non mi crea tensione o problemi.
Il ricordo più significativo?
Sono le amicizie che mi sono rimaste ed il fatto che ancora sia ricordato nell’ambiente come un giocatore grintoso ma corretto.
Ed il rammarico?
La finalissima con Costantini per il titolo assoluto nel 1978 dopo aver superato prima Bisi e poi Bosi.
Consiglieresti il ping pong?
Certamente anche se non l’ho fatto con le mie figlie. Considero un errore imporre ai figli il proprio sport. Occorre assecondare la spontaneità. Certo, se le mie figlie mi avessero chiesto di giocare a ping pong non lo avrei impedito.
Il ping pong è uno sport individuale o di squadra?
Sicuramente è uno sport individuale ma che può essere giocato anche a squadre. Quando perdi e dai la colpa sempre a qualcun altro o a qualche cosa non sei vincente. Evocare continuamente la sfortuna è poi di cattivo esempio per i più giovani.
Il ping pong è uno sport che si può fare ad ogni età?
Certamente, è uno sport che permette longevità e confronto tra persone di età completamente differente.
Quarantuno anni tra il primo ed l’ultimo titolo tricolore: come hai fatto?
Ho sempre giocato per passione e divertimento. Ho iniziato a lavorare a 15 anni. Finivo il turno in fabbrica e correvo al Vigorelli ad allenarmi. A Senigallia lavoravo al Mob. Montesi e finito l’orario andavo a San Martino. Non sono mai stato condizionato dai soldi e se sono venuti non li ho cercati e mi hanno lasciato indifferente. Lo sport per me è passione, amicizia, rispetto e lealtà.

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