La crisi dell’UE ed il limite di non-ritorno
Piersimoni (candidato Lega): "Dissolvimento di EU e moneta unica sono oggi gli atti più europeisti che possiamo immaginare"

L’Europa sta vivendo una crisi che appare irrecuperabile i cui segnali, seppur presenti da decenni – crollo demografico, stagnazione economica, caduta della partecipazione politica-, si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente.
L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: tutto depone per una innegabile inconsistenza delle istituzioni continentali. La classe dirigente europea non ha più alcuna legittimazione morale, politica, economica per rimanere al potere: ha fallito su tutti i fronti e sta alimentando una perniciosa isteria bellicista che ci rende legittimi bersagli militari per Mosca allo scopo di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti. A ben vedere, la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea. La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa. Il problema è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che le elite europee hanno voluto costruire.
A giudizio di molti l’Europa è una camicia di forza, una sovrastruttura invasiva che nuoce ai popoli, alle nazioni e alle loro identità e non li protegge. Altri, invece, accusano l’Europa del contrario: è ancora prigioniera delle nazioni e dei nazionalismi, non è capace di fare un salto in avanti verso un sovranismo europeo. Insomma, gli italiani sono largamente critici verso l’Europa ma per motivi diversi, se non opposti.
E’ ormai tempo di proporre un’interpretazione più consapevole dell’UE che faccia uscire la cultura politica italiana dallo stato di sudditanza intellettuale in cui è confinata. Non si può continuare con i miti consolatori – l’ideologia della generazione Erasmus – ed un europeismo di maniera, ma bisogna prendere di petto la realtà dei fatti.
È evidente che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei. In questo contesto, come ci era stato pronosticato dai più importanti economisti internazionali, l’Italia è stato il paese che ha pagato il prezzo più alto. Il declino spaventoso che vive il nostro paese esattamente dalla metà degli anni Novanta, ovvero da quando il processo d’integrazione è entrato nel vivo trova nell’UE la causa istituzionale più rilevante.
La frontiera più avanzata di questa integrazione è stata senza dubbio l’euro che ha rappresentato l’atto fondativo della nostra eutanasia economica, tecnologica e sociale
Nonostante il dibattito accademico abbia da tempo messo in rilievo i limiti dell’euro e i suoi effetti negativi sul nostro paese, il discorso pubblico italiano è ancora largamente ingabbiato in una retorica che reputa la moneta unica un tabù. Se però non capiremo presto la posta in gioco, che è ormai la nostra stessa esistenza politica, pian piano soccomberemo alla logica della rana bollita.
Nei decenni precedenti, abbiamo assecondato acriticamente, dogmaticamente e religiosamente questa integrazione europea, senza renderci conto delle conseguenze materiali che si stavano drammaticamente producendo. Oggi però –magra consolazione- dinanzi ai mutati scenari internazionali, questo annichilimento si sta espandendo all’intero continente. Le carenze strutturali e originarie dell’EU, che per trent’anni hanno danneggiato l’Italia, ora costituiscono un fattore d’impedimento per tutti gli altri grandi paesi europei. Forse è giunto il tempo migliore per un ripensamento radicale.
Non c’è da stupirsi se nonostante tutto questo, la narrazione ufficiale è ancora quella dell’Italia paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles. Secondo questo mantra, la causa dei nostri mali consisterebbe nell’essere stati poco europei, nel fatto che i nostri genitori sarebbero vissuti al di sopra delle loro possibilità e che non avremmo supportato adeguatamente le riforme strutturali. Questo costituisce parte di quel senso di colpa fondativo che ha come conseguenza culturale l’ostracismo a qualunque seria politica di rottura ed ha creato nell’immaginario collettivo il bisogno di un sorvegliante, di un vincolo esterno, di un’autorità pastorale che possa vigilare sulle indisciplinatezze di un popolo senza speranze. Tutto questo, naturalmente, è falso.
L’Italia non è stata indisciplinata, ma, al contrario è stata il paese che più di ogni altro ha seguito le indicazioni europee su praticamente tutte le questioni sociali, economiche, politiche, produttive, sanitarie, finanziarie e industriali. L’adeguamento ai nuovi dogmi è stato indiscusso e realizzato con pervicacia e ostinazione. Ma proprio questa omologazione, e non una presunta ribellione, ha costituito la causa principale del nostro declino. Il sostegno totale all’UE e all’euro è stato infatti il tentativo, ormai possiamo dire fallimentare, di ridare una direzione al paese in un momento epocale di crisi. L’integrazione europea non è stata concepita come qualcosa a cui approcciarsi con la razionalità di chi soppesa costi e benefici, in una visione di interesse nazionale da realizzare in compromesso con altri paesi, ma come un orizzonte vitale senza il quale la sopravvivenza stessa del nostro paese veniva messa in discussione ed alla quale bisognava aderire con la radicalità dogmatica dei neoconvertiti.
Questa dimensione religiosa dell’EU è connessa all’esaurimento di un intero ciclo politico che in Italia si è osservato tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. L’EU e l’euro sono stati così la via che la nostra classe dirigente ha scelto per delegare ad altri la propria responsabilità. È stato un modo per metter la polvere sotto il tappeto, con un racconto millenaristico sui destini idilliaci di un’Unione senza politica e di una moneta senza Stato. Oggi è maturata la consapevolezza che all’interno di questa integrazione non ci sono possibilità né per l’Italia, nonché ormai per l’intero continente, di ridarsi una direzione non solo di crescita economica, ma ormai anche di sicurezza e di pace.
Proprio adesso che l’EU spinta dai recenti avvenimenti bellici, vorrebbe assumersi nuove competenze in ambito militare e geopolitico, con piani di riarmo, senza intervenire sulle sue carenze istituzionali e di legittimità democratica, è necessario che emerga un netto cambio di direzione. Invece che continuare in questa rovinosa integrazione, bisognerebbe disfare, tornare indietro, imparare la lezione e poi ragionare insieme su come costruire altre forme di collaborazione tra i paesi europei, che però dovranno andare in direzione opposta a quelle di questa Europa. Il dissolvimento dell’EU e della moneta unica sono oggi gli atti più europeisti che possiamo immaginare. Solo al di là di questa Unione Europea è possibile pensare a una nuova Europa, che non si fondi più sulla strutturale disattivazione della sovranità popolare, ma sulla cooperazione paritetica tra Stati, sulla giustizia sociale, sulla pace.
Claudio Piersimoni
Candidato Lega per Olivetti sindaco


























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