Scuola di Pace Senigallia, Costituzione, Referendum
"La democrazia non è scontata; difenderla significa anche promuovere una cultura di pace fondata sul diritto"

Nel clima di divisione e scontro che caratterizza l’attuale campagna elettorale referendaria, la Scuola di Pace di Senigallia ritiene importante ripercorrere le tappe che hanno reso possibile la nascita della Costituzione italiana, e riflettere sul percorso intrapreso dalla maggioranza di governo.
L’Assemblea Costituente è stata eletta con sistema proporzionale dall’82% del corpo elettorale il 2 giugno 1946. Dopo un anno e mezzo di intenso lavoro, il 22 dicembre 1947, approvò la Costituzione con il voto favorevole di più dell’80% dei suoi membri, corrispondenti ai due terzi del corpo elettorale. Si trattò certamente di un atto istituzionale sorretto da un’amplissima base popolare.
Come è stato possibile conseguire un così largo sostegno, nonostante l’approvazione di forze politiche che si rifacevano a ideologie molto distanti fra loro? Le stesse che nei decenni successivi avrebbero dato luogo, non a caso, ad aspre contese politiche?
Certamente pesava in quella fase la comune partecipazione alla lotta contro la dittatura fascista, il sacrificio condiviso di tante giovani vittime durante la Resistenza, l’atmosfera di rinnovata speranza diffusa in Italia e in Europa dopo quasi sei anni di una guerra cruenta e disastrosa.
Ma la ragione di un consenso così vasto va ricercata anche e soprattutto nei risultati elettorali dei principali partiti in campo, che diedero luogo a una sostanziale condizione di equilibrio, e costrinsero le forze politiche a scendere a patti tra loro, dovendo elaborare le regole fondanti della nuova casa di tutti. Il partito più votato, la Democrazia Cristiana, raccolse poco più del 35% dei voti, ma il Partito Socialista Italiano e il Partito Comunista Italiano, che insieme raggiungevano quasi il 40%, alleandosi grazie alla loro affinità ideologica, erano in condizione di superarla.
I Padri Costituenti, contraddistinti per lo più da una significativa levatura intellettuale e morale, trovarono perciò, man mano che procedeva l’elaborazione degli articoli, un punto di incontro nella cultura umanistica, trait d’union tra cristianesimo, marxismo e liberalismo.
Un equilibrio simile, verificatosi nella circostanza del tutto particolare dell’immediato secondo dopoguerra, con quel singolare contrappeso fornito dai risultati stessi del voto popolare, rappresenta un unicum non ripetibile e tale da meritare un doveroso rispetto, che non può non costringere a riflettere profondamente e senza interessi di parte prima di mettere mano a modifiche sostanziali.
Invece ogni intervento avvenuto negli ultimi anni sembra sia all’insegna della fretta e di tendenze momentanee: la riforma del Titolo V del 2001, con l’introduzione di un regionalismo egoistico; il pareggio di bilancio iscritto in Costituzione nel 2012, in seguito alla sterzata liberista assunta dalla politica economica europea; e ancora nel 2020, con la già fallita riduzione dei costi della politica, attuata mediante la riduzione del numero dei parlamentari ovvero dei rappresentanti del popolo.
La situazione oggi è molto, troppo diversa da allora: è assente proprio quello spirito costituente, inclusivo e capace di sintesi della pluralità di culture e progetti. La stessa rappresentanza nell’attuale parlamento è messa in discussione dalla bassa percentuale di votanti, ancor più quella della maggioranza, che non arriva al 25% del corpo elettorale. È del tutto evidente che si tratta di una parte minoritaria del Paese che sceglie consapevolmente di alterare una situazione a suo tempo stabilita dall’autorevolezza di un ben più ampio consenso popolare.
A ciò si aggiunga che il Parlamento non ha discusso e, quindi, non ha avuto la possibilità di intervenire nel merito delle proposte di modifica costituzionale avanzate dal Governo il quale, interessato ad accelerare al massimo l’iter della legge, ha preferito non introdurre alcun cambiamento al testo originario, per evitare di ricominciare i passaggi parlamentari necessari per le riforme della Carta.
Di fatto dunque si tratta di una proposta di iniziativa governativa, approvata dalla maggioranza parlamentare senza che il testo abbia subito alcuna modifica nel corso del rapido dibattito parlamentare. Siamo di fronte ad una revisione costituzionale palesemente “di parte”, e accade quindi che una materia che riguarda il patto fondativo torna ad essere un’occasione di divisione e di scontro piuttosto che un’occasione di dialogo e d’incontro per le diverse parti politiche, nello spirito costruttivo che ha caratterizzato l’elaborazione della Carta costituzionale.
Non solo non si è messa in campo quella convergenza plurale da cui nacque allora la legge fondamentale dello Stato, ma il Governo, ovvero il potere esecutivo, ha esautorato il potere legislativo, la cui titolarità appartiene al Parlamento, per apportare modifiche sostanziali al potere giudiziario, il terzo pilastro della nostra democrazia, fino a quando se ne manterrà l’indipendenza.
Nel metodo dunque, prima ancora che nel merito, è stato eroso lo spazio di esercizio della democrazia. Spazio che va difeso, ancor più nel contesto internazionale che stiamo vivendo, caratterizzato da continue violazioni del diritto internazionale nella risoluzione dei conflitti, e in quello nazionale, con fragilità sociali sempre più evidenti. Benché le condizioni normative lo permettano, non sussistono i prerequisiti morali e politici per modificare la Costituzione della Repubblica italiana.
La democrazia non è scontata; difenderla significa anche promuovere una cultura di pace fondata sul diritto. In questa vicenda abbiamo la possibilità di esercitare uno spazio di democrazia: partecipare al voto, che restituisce ai cittadini l’ultima parola sulla Costituzione di tutti.
Il Direttivo della Scuola di Pace
del Comune di Senigallia


























Per poter commentare l'articolo occorre essere registrati su Senigallia Notizie e autenticarsi con Nome utente e Password
Effettua l'accesso ... oppure Registrati!