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Onoranze Funebri F.lli Costantini

Il Novum sul Recovery Fund

"Provate a indovinare: noi italiani da che parte stiamo?"

Corte tedesca
Lo scorso 26 marzo i giudici delle Corte Costituzionale Tedesca hanno risposto ad un ricorso d’urgenza presentato da oltre 2.000 cittadini guidati dall’economista Bernd Lucke, il fondatore di AfD (Alternative für Deutschland). 
 

La pronuncia della Corte intima al presidente della Repubblica Federale Tedesca, Frank-Walter Steinmeier di rinviare la ratifica del decreto con cui il parlamento tedesco ha approvato il Recovery Fund aumentando lo stanziamento in favore del bilancio europeo dall’1.4% al 2.0% del PIL (le cosiddette risorse proprie di Bruxelles). Il tutto in attesa di un pronunciamento definitivo. A ben vedere, il vero bersaglio del provvedimento è il governo tedesco guidato dalla cancelliera Angela Merkel che ha cercato di forzare la procedura per la ratifica del Recovery Fund  nel tentativo di mettere la Corte Costituzionale di Karlsruhe di fronte al fatto compiuto. Quali sono le ragioni di uno scontro istituzionale di così vaste proporzioni? Lucke sostiene che il Recovery Fund: a)solleva questioni sotto il profilo del diritto costituzionale tedesco e b)è incompatibile con la normativa europea.
a) la costituzione tedesca afferma che il Parlamento è fiscalmente sovrano, il che significa che le decisioni prese al di fuori della Germania – Il prestito per l’intero programma è garantito dagli Stati membri attraverso una condivisione del debito – non costituiscono per esso un vincolo. In altre parole, non sarebbero incostituzionali gli aiuti di emergenza in sé, ma le sue modalità di finanziamento per mezzo di una sorta di eurobond di cui la Germania sarebbe corresponsabile. Tale modalità viene considerata un qualcosa di assimilabile, in senso giuridico, ad un’unione fiscale.
b) la base giuridica per il Recovery Fund è il  l’art. 122 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’UE) secondo il quale: «se uno Stato membro si trova in difficoltà o è seriamente minacciato da gravi difficoltà causate da calamità naturali o eventi eccezionali al di fuori del suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere, a determinate condizioni, assistenza finanziaria allo Stato membro interessato». Questo articolo preso alla lettera significa che i mezzi finalizzati all’assistenza devono essere utilizzati per riparare i danni di eventi eccezionali, non per programmi a lungo termine (i prestiti del Recovery Fund  saranno rimborsati integralmente nel 2058) la cui perpetuazione costituirebbe «de facto» il nucleo di una futura unione fiscale.
Da un punto di vista giuridico, se l’UE debba disporre di molte più risorse per fare una propria politica economica e fiscale è questione da addetti ai lavori, ma politicamente parlando significa passare da una pseudo-unione (quale è quella attuale) ad uno stato federale vero e proprio. 
 
Chiaramente, i tedeschi non vogliono uno stato federale europeo, con un debito pubblico messo in comune. E soprattutto non vogliono un superstato imposto dalla porta di servizio, con la scusa dell’emergenza come sempre è stato fatto sinora seguendo le direttive incautamente rivelate dall’ex Presidente della Commissione Europea Junker.
Questa vicenda ci porta a fare un confronto con quanto è avvenuto a casa nostra. Per ben comprendere il contesto, il concetto chiave è quello della gerarchia delle fonti del diritto. Si tratta, in altri termini, di stabilire a chi spetta l’ultima parola nel caso che insorgano conflitti fra le norme nazionali e quelle europee. Bene, per i tedeschi l’ultima parola spetta alla Costituzione, da noi dopo la riforma costituzionale del  Titolo V (vedi Art. 117) comandano i Trattarti Europei. Ci siamo attrezzati come se fossimo in uno stato federale, ma in uno stato federale non siamo ed i nostri soci di questa autoinflitta condizione di inferiorità ne approfittano. Attualmente l’UE è impantanata a «metà del guado». Se decidesse di uscire dal pantano e dirigersi verso la sponda dello stato federale, sarebbe necessario cambiare i Trattati e nel caso della Germania modificare anche la Costituzione. Non ci sembra possibile completare il percorso destinato a concludersi con la nascita di un grande stato federale, imboccando la scorciatoia dell’Art. 122 del TFEU, una clausola nata per le situazioni di emergenza che non produrrà mai un’unione fiscale di dimensioni sufficienti.
 
Recentemente, anche il Primo Ministro Mario Draghi durante la video conferenza dei membri del Consiglio europeo, ha rilanciato il progetto dell’unione fiscale affermando che è necessaria, ma che non sa «quante generazioni ci vorranno». Purtroppo, per noi italiani queste generazioni vivranno un progressivo impoverimento fatto di elevata pressione fiscale, taglio/privatizzazione dei servizi pubblici, riforme strutturali lacrime e sangue con annesso corteo di precarietà (lavorativa, salariale ecc.) il tutto in funzione di uno stato che, come una famigliola giudiziosa, avrà nel pareggio di bilancio la sua filosofia esistenziale. Una cosa è certa: oggi l’UE è fatta di furbi (che hanno mantenuto le redini della sovranità) e fessi (che le hanno incautamente abbandonate). 
Provate ad indovinare: noi italiani da che parte stiamo?
 
A.P.S. NOVUM
Claudio Piersimoni
Caterina Rinaldi
Egidio Cardinale
Francesca Mancinelli
Giorgio Sartini
 
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