“Innovare non può significare impoverire”
Tommaso Bernacchia (candidato consigliere) interviene sulla riforma degli istituti tecnici recentemente approvata

Frequento l’ultimo anno dell’indirizzo informatico dell’IIS Corinaldesi Padovano e sento il dovere di intervenire nel dibattito che si sta accendendo in tutta Italia attorno alla riforma degli istituti tecnici recentemente approvata, anche alla luce delle proteste e degli scioperi organizzati in molte scuole del Paese, non soltanto come candidato consigliere comunale, ma soprattutto come studente che vive ogni giorno questa realtà dall’interno.
Ultimamente si sta parlando molto della riforma degli istituti tecnici approvata lo scorso febbraio dal Governo. Una riforma che nasce con l’obiettivo di aggiornare questi percorsi formativi e rafforzare il collegamento tra scuola e mondo del lavoro. Un obiettivo importante, soprattutto in un periodo storico in cui tecnologia e innovazione stanno trasformando rapidamente la società e le professioni.
Ma proprio perché il mondo sta cambiando così velocemente, credo che modernizzare non possa significare impoverire.
In questi cinque anni ho imparato a programmare, progettare reti, lavorare nei laboratori e affrontare problemi complessi. Ma frequentando un istituto tecnico ho imparato anche qualcosa di altrettanto importante: una scuola non dovrebbe limitarsi a preparare studenti per una mansione immediata, ma aiutare i ragazzi a comprendere il mondo che cambia.
Frequentando un istituto tecnico mi sono reso conto che la vera forza di queste scuole non sta soltanto nei laboratori o nelle competenze professionali, ma nella capacità di unire preparazione tecnica e crescita personale. Dietro ogni programma scritto, ogni rete progettata o ogni problema risolto c’è sempre qualcosa di più: la capacità di ragionare, adattarsi, comunicare e comprendere il mondo che cambia.
Per questo credo che ridurre progressivamente lo spazio dedicato alla formazione culturale generale sia un errore. Perché oggi non basta saper usare una tecnologia: bisogna anche essere in grado di comprenderne le conseguenze, interpretare il presente e sviluppare un pensiero autonomo e consapevole.
C’è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. Quando nei licei si discute di ridurre lo spazio dedicato alle discipline umanistiche, il dibattito pubblico si accende immediatamente perché viene riconosciuto il valore del pensiero critico nella formazione degli studenti. Negli istituti tecnici, invece, questo tema sembra interessare molto meno, quasi come se per noi fosse sufficiente imparare soltanto una professione.
Eppure anche nei tecnici la formazione culturale generale ha un ruolo fondamentale. Ridurre progressivamente lo spazio dedicato a materie come italiano, lingue, diritto, economia o scienze, oppure accorparle in percorsi sempre più sintetici, significa rischiare di indebolire proprio quella capacità di comprendere il cambiamento, sviluppare consapevolezza e costruire un pensiero autonomo che oggi dovrebbe essere centrale in qualsiasi percorso scolastico.
Noi studenti degli istituti tecnici saremo la generazione che entrerà in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, dall’automazione e da tecnologie che cambiano continuamente il modo di lavorare e vivere. Ed è proprio per questo che credo serva una scuola capace non soltanto di insegnare competenze tecniche, ma anche di formare persone in grado di comprendere il cambiamento, ragionare con la propria testa e non diventare semplici esecutori di processi decisi da altri.
Il rapporto tra scuola e mondo del lavoro è fondamentale, ma non dovrebbe mai trasformarsi in una riduzione della scuola a semplice addestramento professionale. Una scuola troppo sbilanciata verso le sole esigenze immediate del mercato rischia di lasciare in secondo piano proprio quella crescita culturale e critica che permette ai ragazzi di affrontare con maggiore consapevolezza il futuro.
La scuola tecnica rappresenta per tanti giovani una possibilità concreta di crescita, indipendenza e riscatto sociale. Molti ragazzi scelgono questi percorsi perché cercano una scuola seria, concreta e vicina al mondo professionale, senza però voler rinunciare a una formazione completa.
Per questo penso che il confronto sulla riforma debba coinvolgere davvero studenti, docenti e famiglie, con l’obiettivo di migliorare la scuola tecnica senza perderne l’identità e il valore educativo.
Difendere la qualità degli istituti tecnici non significa avere paura del cambiamento. Significa chiedere che ogni riforma migliori davvero la scuola, senza sacrificare quella formazione culturale e critica che da sempre rappresenta uno dei punti di forza dei tecnici italiani.
da Tommaso Bernacchia
Candidato nella lista Senigallia Cambia-Cambia Senigallia- Avs

























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