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Da Italia Nostra una riflessione sugli ultimi pini di viale Anita Garibaldi

"Costituisce un paesaggio identitario e familiare"

Viale Anita Garibaldi a Senigallia

Qualche decennio fa, chi aveva occasione di sorvolare Senigallia con un aereo da turismo rimaneva colpito dall’ampia estensione di verde che si stendeva su gran parte della città, simile ad un vero e proprio bosco urbano, Tanti erano infatti li alberi lungo le strade, nei parcheggi, nei giardini pubblici e privati; la loro chioma formava un ampio tappeto verde. Molto di questo verde era costituito dai filari o boschetti di pini (pino domestico) e in misura minore da pioppi, lecci e altro concentrati soprattutto nell’area del cosiddetto Piano Regolatore.

Oggi però dall’alto non si avrebbe la stessa immagine, perché una parte notevole di questi alberi è stata abbattuta, soprattutto i pini; i casi più noti sono quelli di via Matteotti nel 2005, di via Bari nel 2008, della pinetina della stazione nel 2018, dello Stradone Misa nel 2024, di via A. Garibaldi tuttora in corso e di tanti altri isolati.

Le giustificazioni, quando sono state rese note, hanno riguardato per lo più i danni arrecati al manto stradale dall’apparato radicale, giustificazioni però non sempre valide, perché con una cura più attenta e opportuni in molti casi si sarebbe potuto ovviare a questi effetti. Il caso poi dello Stradone Misa resta tuttora incomprensibile, mentre per i pioppi in via Mercantini esisteva una perizia che attestava la loro condizione precaria; ma agli abbattimenti non ha fatto seguito un progetto sostitutivo.

La verità è che spesso gli alberi vengono abbattuti, a ragione o a torto, per far posto alle auto. Per citare una similitudine, nel 1500 in Inghilterra Thomas More a proposito delle recinzioni delle terre pubbliche che toglievano pane ai contadini per favorire gli allevamenti diceva che le pecore mangiavano gli uomini, oggi si potrebbe dire che le auto mangiano gli alberi.

Un albero dalla chioma ampia sappiamo tutti che produce molteplici effetti benefici; ma preferiamo dimenticarcene, salvo a ricordarcene bruscamente quando subiamo gli effetti negativi della loro assenza, come hanno sperimentato gli abitanti di viale Garibaldi, privati della copertura dei pini in questa estate torrida. Ricordo in anni non lontani l’effetto di frescura che si provava d’estate, quando venendo dal mare in bicicletta si entrava nel viale, ricordi che sembrano appartenere ad un’altra epoca. Per creare un viale alberato ci vogliono dai 50 ai 100 anni e anche quando il suo abbattimento può essere motivato e accompagnato da un progetto sostitutivo, quasi mai il verde nuovo è in grado di compensare quello eliminato.

Quando poi, come in via Garibaldi, la tipologia del verde (pino domestico) costituisce un paesaggio identitario e familiare, bisognerebbe fermarsi a fare una riflessione prima di pensare di eliminare un patrimonio di pregio. Nell’ultimo ventennio invece e soprattutto durante l’ultima Amministrazione si è proceduto con molta disinvoltura ad abbattimenti su larga scala, mentre di manutenzione non c’è stata traccia.

Del patrimonio verde di viale Garibaldi resta un’ultima testimonianza nel tratto fra piazza della Vittoria e piazza Diaz, che è anche il tratto più antico. Per il pregio intrinseco delle alberature e soprattutto per il valore storico del viale chiediamo all’Amministrazione di fermarsi a riflettere sul destino queto ultimo lembo del verde più importante della città. Sarebbe anche l’occasione per sperimentate la fattibilità e l’efficacia di un metodo adottato altrove per conciliare la salvaguardia del verde di maggior pregio con le esigenze della viabilità e del sistema stradale.

 

VIRGINIO VILLANI

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