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“In mezzo all’inferno”, il nuovo romanzo di Sergio Sinigaglia: presentazione il 5 giugno

L'autore ne discuterà con il critico letterario Massimo Raffaeli

Presentazione libro Sergio Sinigaglia

Il libro “In mezzo all’inferno” di Sergio Sinigaglia, edito da peQuod, sarà presentato alle 19, venerdì 5 giugno 2026, nello Spazio autogestito “Arvultùra – Scuola Penny Wirton“ di Senigallia (via Abbagnano 4). L’autore ne discuterà con il critico letterario Massimo Raffaeli. Coordina Nicola Mancini.

“In mezzo all’inferno” è stato recensito da Massimo Raffaeli su il Manifesto.

All’ingresso del romanzo c’è un’epigrafe da Le città invisibili, un passo celeberrimo in cui Italo Calvino, ex comunista e maestro di disincanto, invita a rendere più umano e abitabile il nostro spazio sociale cominciando dai fatti più concreti e immediati del nostro essere al mondo e ciò, si immagina il lettore, nel “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Il romanzo che quell’epigrafe annuncia è il terzo di Sergio Sinigaglia e si intitola alla lettera In mezzo all’inferno (peQuod, pp. 123, euro 15). Il nome di Calvino non è affatto casuale perché era sua anche l’epigrafe che inaugurava l’esordio narrativo di Sinigaglia, Il diario ritrovato (2014), con una citazione concernente il barone Cosimo Piovasco di Rondò: stavolta però l’allusione strutturale, pure se avanzata nei modi di una sottile imbastitura, è al Castello dei destini incrociati perché, appunto, vi entrano in contatto e intersezione percorsi individuali in sé molto dissimili e che tutto lascerebbe immaginare irrelati.

L’orizzonte d’attesa di questo che in effetti è un romanzo breve ovvero un racconto lungo (della cui struttura mantiene la scansione veloce e le frequenti ellissi) si situa al presente che per Sinigaglia, attivista storico della nuova sinistra, è qualcosa di sempre incombente e, anzi, di inderogabile: un presente, va da sé, su cui oggi grava un clima pesantissimo dove si normalizzano e persino si naturalizzano la rescissione dei legami sociali, lo sfruttamento ad ogni livello e una proterva xenofobia.

In mezzo all’inferno è insomma un mosaico le cui tessere compositive via via si associano o viceversa si respingono. Il personaggio che funge da perno è Tanya una profuga sans-papier che “va incontro al suo ignoto futuro” in una comunità di provincia dal nome emblematico, “Arcobaleno”, dalla quale fugge, sottraendosi a un amore, verso l’anonimato della grande città che, almeno in teoria, garantisce maggiore protezione a chi è solo, senza documenti né un destino che non sia il regime poliziesco del reimpatrio oppure la caduta nell’inframondo della malavita (prostituzione, droga) che Tanya fatalmente esperisce.

Ma la grande città non rappresenta solamente una discesa agli inferi ma anche, per quanto più difficile da cogliere, una chance di redenzione individuale e sociale. Dunque il romanzo si popola di figure che sfiorano e incrociano la vita di Tanya ed è forse, questo, il costrutto più felice del lavoro narrativo di Sinigaglia, un reticolo di esseri respinti al margine della società, gli umiliati e offesi di cui ci si vorrebbe sbarazzare trasferendo oltretutto su di loro il senso di colpa per la dinamica che li sta colpendo.
Hanno tutti una tenerezza poetica il barista malinconico, l’ex professore cacciato dalla scuola e l’indomabile cane a nome Geronimo che è forse il personaggio più vivo e, in certi attimi, paradossalmente il più umano tra quelli che abitano In mezzo all’inferno.

Non è previsto dal narratore, né sarebbe pensabile visto l’assunto, nessun happy end: c’è invece una diversa acclimatazione nel presente che non recede dal conflitto, né prevede conciliazione, ma semmai lo sposta su un altro livello e lo orienta ad un futuro che per ognuno è incognito. E in tale assenza di enfasi, sia detto per inciso, sta la cifra stessa della scrittura di Sergio Sinigaglia, che è netta, lineare e senza sovratoni. Come infatti si deduce dall’immagine che suggella il romanzo e lo riporta a un quotidiano ambiguamente placido, in bilico fra un non-più e un non-ancora nel momento di (momentanea) stasi dei conflitti. È proprio il cane Geronimo a darcene l’immagine struggente: “Geronimo, che ha ripreso le vecchie abitudini è fuori sulla destra del bar; steso in tutta la lunghezza del suo corpo, si gode i raggi di un pallido sole autunnale”.

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