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Renato Cesarini, è di Senigallia uno dei giocatori più iconici della storia

Una storia sull'asse Italia - Argentina, da un continente all'altro, da un mare all'altro, ma soprattutto da un popolo all'altro

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Renato Cesarini

Senigallia – Buenos Aires. Andata, ritorno e di nuovo andata. Una storia che si sviluppa sull’asse Italia – Argentina, da un continente all’altro, da un mare all’altro, ma soprattutto da un popolo all’altro.

Un popolo che in fondo è sempre stato lo stesso. Probabilmente identico. Un popolo che vive di calcio, quello tricolore e albiceleste. Un popolo in cui l’estro, la spregiudicatezza e la disobbedienza che viene dal mare si sono manifestati ciclicamente nel futebol. Ad esempio, con atleti del calibro di Renato Cesarini. Che negli anni ‘30, quando in Italia manca il talento, gioca anche in nazionale, da classico oriundo. Una penuria di talenti e di possibili campioni che spesso si è tradotta in mancate partecipazioni ai Mondiali e, a livello di club, a quote più alte nelle varie competizioni cui le squadre italiane prendono parte. Lo scetticismo nei confronti del calcio italiano è condiviso anche dai nuovi bookmakers appena entrati sul mercato, che non hanno mai considerato le italiane favorite nelle coppe europee, ad eccezione forse della Roma in Europa League negli ultimi anni, per quanto quest’anno i giallorossi abbiano abbandonato la competizione in anticipo.

 

Renato Cesarini, il talento di Senigallia sbocciato in Argentina

È l’11 aprile 1906. Nella frazione Castellaro nasce un’icona lessicale del futuro: il clichè che in Italia continua a colonizzare le cronache sportive del calcio tricolore. Senigallia è un piccolo centro che vive ancora di pesca. La soluzione è sempre la stessa. La più semplice e la più difficile. La più sperimentata dagli italiani del primo ‘900. Emigrare. Cesarini sbarca con la famiglia a Buenos Aires ancora bambino. Da ragazzo si lancia in lavori improvvisati. Il calzolaio, l’acrobata. Poi arriva la passione e il talento. Arriva il calcio. Inizia a giocare da amatoriale nelle file di Chacarita, Alvear e Ferrocarril. La passione e il talento si trasformano in sogno quando arriva la richiesta dalla Juventus. È il 1930. Si torna in Italia.

 

Tra nazionale e Juventus

Nel 1930 Renato Cesarini attraversa di nuovo l’Atlantico in senso inverso. Stavolta si parte da Buenos Aires. Torna in Italia e inizia la sua carriera bianconera. Gioca per cinque stagioni e mezzo nella Juventus, conquista cinque scudetti consecutivi e veste la maglia della nazionale per tre anni. Sei stagioni con la Vecchia Signora che in quegli anni è ancora giovane. Sei stagioni dal 1929 al 1935. Sei stagioni in cui segna 46 gol in 128 partite. I match analyst di oggi parlerebbero di una media gol pari a 2,78. Gioca sempre da titolare e diventa uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio. Fin qui solo talento. Il mito non è ancora sbocciato.

 

La chiusura al River Plate e l’aneddoto sulla “Zona Cesarini”

Il giorno che cambia la storia è il 13 dicembre 1931. La partita che cambia la storia è quella tra Italia e Ungheria, valida per la Coppa Internazionale. Renato Cesarini, che agli inizi degli anni ‘30 gioca alcune partite da oriundo in nazionale, cambia per sempre il modo di raccontare il calcio con la complicità del cronista sportivo Eugenio Danese. Renato, detto “El Tano” oppure “El Cè”, segna il gol del 3-2 contro i magiari in pieno recupero, proprio come aveva fatto di recente con la maglia della Juventus. La coincidenza è un pretesto così evidente che il giornalista italiano lancia il suo personalissimo neologismo. Nasce la “Zona Cesarini”: quella frazione di partita in cui tutto sembra impossibile e tutto diventa possibile. Renato passa alla storia. Renato scrive la storia. Il cerchio si chiude e si chiude anche la sua esperienza alla Juventus. Renato può tornare in patria. O forse in patria già lo era, lo è sempre stato. Si riparte, destinazione Buenos Aires.

In Argentina, termina la sua carriera da giocatore del River Plate. Con Peucelle, Bernabé Ferreyra, Moreno e Pedernera, un quintetto offensivo di grande spessore. Chiude la carriera di calciatore e inizia quella di tecnico che gli assegna il soprannome di “Bibbia del calcio”. Nelle giovanili del River Plate scopre Omar Sivori. Allena anche la prima squadra con la famosa Maquina, il quintetto offensivo che tra il ‘41 e il ‘46 si distingue per un gioco straordinariamente esaltante e un gran numero di gol realizzati.

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