Una sola strada porta a casa
Il Collettivo Tranfemminista Ortica sulla piazza del 25 aprile

Una piazza, un 25 aprile, una memoria, un fiore rosso. C’è una strada che guida i nostri passi per evitare di perderci: quella che porta a casa è la strada della Storia.
Fuori da questo tracciato, ogni cosa rischia di perdere valore. Senza una direzione comune, tutto si riduce a un istante di individualismo o di estetica prepotenza: la Liberazione diventa un evento tra i tanti, il bene del singolo sovrasta quello di tutti, la guerra “fuori” esiste solo se tocca il portafoglio e il dissenso viene scambiato per maleducazione. Senza la Storia, tutto è voce senza corpo: restiamo profughi in cerca di dimora.
Cosa ci lasciano le partigiane? Ci lasciano la “casa” come metafora di Resistenza. È il luogo dove tornare per non perdersi, il fare per non scomparire, il tessere per non disfare. È l’impegno di guadagnarsi uno spazio che cambi la vita di tutte e tutti. Da questo punto di fuga possiamo resistere, prendere parola, alzare lo sguardo e lottare.
Servono gambe, testa e cuore per tornare a casa. Bisogna sapere che quella non è solo casa propria, ma una soglia aperta, come la definiva Joyce Lussu:
“Con tante porte che si aprono / sopra quattro gradini / […] Basta che, aperta la porta, un viso mi sorrida / o una mano mi attiri / dentro […]”.
L’antifascismo è una di quelle porte: una volta varcata, si scorge la sfida del domani. In questa casa “in via della Storia” tutte stanno bene ma nessuna è soddisfatta, perché da qui si guarda il mondo immaginandolo diverso. Si lotta con corpi pronti, animati dalla forza lucida che aspira al bene collettivo.
La memoria ci viene consegnata come una madre: ci dona la dolcezza e la rabbia per nutrire il senso di appartenenza, per farlo crescere nella disobbedienza e educarlo alla partecipazione. La nostra casa non è mai stata “mia”, ma è il luogo dove tutte ci sentiamo libere.
In questo momento di crisi — in cui la terra trema, la guerra sfibra il tessuto sociale, l’imperialismo rompe il diritto internazionale, il fallimento della diplomazia ci spinge verso derive autoritarie — abitare questa casa ha un valore non solo storico, ma esistenziale. Dobbiamo impedire che il terremoto del presente cancelli ciò che è stato; ogni trauma della storia necessita di luoghi e pratiche collettive per essere elaborato e affrontato.
La piazza, oggi, è la nostra casa. Togliercela non è questione da poco; fingere di non capirlo è ancora più grave. A casa torneremo sempre. Come oggi: in bicicletta, fischiando al vento, cantando una canzone.
Non siamo noi a dover abbandonare la Storia: sono la guerra, il fascismo e la disuguaglianza a doverlo fare. Così scrivevano le partigiane, e così facciamo noi.
Collettivo Transfemminista Ortica






























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