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Processo Lanterna Azzurra Corinaldo: chiesti oltre 49 anni per amministratori e gestori

Nove gli imputati nel processo che esamina gli aspetti burocratici e tecnici sulla strage. Attesa a febbraio 2024 la sentenza

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Vista dall'esterno della discoteca Lanterna Azzurra dopo la tragedia di sabato 8 dicembre

La Procura di Ancona ha formulato la richiesta di complessivi 49 anni e otto mesi di carcere nel processo che affronta le tematiche amministrative legate alla strage alla Lanterna Azzurra di Corinaldo, costata la vita a 6 persone (cinque minorenni e una giovane mamma) nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018.

La requisitoria dei PM Valentina Bavai e Paolo Gubinelli, sviluppatasi in tre udienze, ha portato alla formulazione delle richieste di pena a carico di nove imputati, coinvolti a vario titolo e chiamati in causa con le accuse di disastro colposo, falso, lesioni colpose e cooperazione in omicidio colposo plurimo.

I personaggi coinvolti sono coloro che alla Lanterna Azzurra hanno “legato” il loro nome dal punto di vista amministrativo, delle autorizzazioni, della gestione del locale di Corinaldo, rivelatosi una trappola mortale quando, in quella maledetta notte, una calca generata da un atto criminale, per il quale la “banda dello spray” è già stata condannata in via definitiva, fece riversare centinaia di ragazzi verso le uscite di sicurezza: qui morirono sei persone e ne rimasero ferite o contuse circa 200.

Le richieste di condanna dei PM, per le quali la sentenza è attesa a febbraio 2024, sono state rivolte nei confronti dell’ex sindaco di Corinaldo Matteo Principi, di Rodolfo Milani dei Vigili del Fuoco, Francesco Gallo dell’Asur Area Vasta 2 Senigallia, Massimiliano Bruni, perito esperto in elettronica, Stefano Martelli, responsabile del Servizio di Polizia Locale, e Massimo Manna, responsabile dello SUAP. Essi componevano la Commissione di Vigilanza, che nel 2017 aveva rilasciato la licenza di pubblico spettacolo alla Lanterna Azzurra.

Anche Quinto Cecchini, socio della Magic srl (gestore del locale), Francesco Tarsi, ingegnere che ha prestato i suoi servizi alla società, e Maurizio Magnani, tecnico della famiglia proprietaria dell’immobile, rischiano condanne di varia entità.

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