Ho un fischio continuo nelle orecchie
La storia di Paolo e del suo acufene ci viene raccontata dalla Dr.ssa Mazzocco, psicologa clinica e psicoterapeuta

Paolo ha 57 anni.
Arriva in studio con uno sguardo stanco e una frase che ripete quasi subito, ancora prima di sedersi: “Ho un fischio continuo nelle orecchie.”
Non è un rumore forte. Non è nemmeno costante nello stesso modo.
A volte sembra un sibilo sottile. Altre volte un suono elettrico, metallico, difficile da descrivere.
Ma c’è quasi sempre.
Soprattutto la sera.
Nel silenzio della notte diventa insopportabile.
Paolo ha già fatto molte visite specialistiche:
– otorinolaringoiatra,
– esami audiometrici,
– risonanza magnetica,
– controlli neurologici.
Non emergono patologie importanti.
Gli è stato spiegato che si tratta di acufene.
Gli hanno detto che molte persone convivono con questo disturbo e che spesso bisogna “imparare a sopportarlo”.
Ma Paolo non riesce. Da mesi dorme male. È irritabile. Fa fatica a concentrarsi. Più prova a ignorare il suono, più il suono sembra aumentare.
Durante il colloquio dice una frase molto significativa: “È come se il mio cervello non riuscisse più a stare in silenzio.”
L’acufene è la percezione di un suono in assenza di uno stimolo esterno reale.
Può manifestarsi come un fischio, ronzio, pulsazione, rumore elettrico, …
Per alcune persone è lieve e intermittente. Per altre diventa una presenza costante che altera profondamente la qualità della vita.
Il sintomo è reale, ma difficile da spiegare agli altri.
Questo porta molte persone a sentirsi incomprese, sole, frustrate.
Il cervello in stato di allerta
Negli ultimi anni le neuroscienze hanno iniziato a comprendere meglio i meccanismi dell’acufene.
Oggi sappiamo che non riguarda solo l’orecchio. Coinvolge anche il cervello.
In particolare, alcune aree cerebrali legate:
– all’attenzione,
– alla percezione sonora,
– alla regolazione emotiva,
– allo stato di vigilanza.
Molti ricercatori descrivono l’acufene come una forma di iperattivazione del sistema nervoso. Il cervello entra in uno stato di ascolto continuo. Come se non riuscisse più a “filtrare” alcuni segnali interni.
Questo spiega perché il sintomo aumenta spesso nei periodi di stress, nei momenti di forte tensione emotiva.
Il corpo sotto pressione
Durante le prime sedute Paolo racconta la sua vita degli ultimi anni.
Lavora come responsabile commerciale in una grande azienda.
Da tempo vive una situazione molto stressante continue trasferte, conflitti professionali, responsabilità crescenti.
Ma emerge soprattutto un altro elemento. Da circa un anno sta attraversando una crisi familiare importante.
Il padre si è ammalato gravemente e Paolo è diventato il principale punto di riferimento per tutta la famiglia.
Dice una frase che colpisce molto: “Non riesco mai davvero a staccare.”
Mentre parla, tiene continuamente le spalle contratte. Anche il respiro è corto.
Il corpo sembra raccontare una condizione di tensione permanente.
L’acufene e l’iper-vigilanza
Uno degli aspetti particolari dell’acufene è il rapporto con l’attenzione.
Più una persona ascolta il suono, più il cervello gli attribuisce importanza. E più il cervello gli attribuisce importanza, più il suono viene percepito. Si crea così un circolo molto difficile: il rumore genera ansia, l’ansia aumenta la vigilanza, la vigilanza amplifica il rumore.
Questo meccanismo coinvolge direttamente il sistema nervoso autonomo. Il cervello entra in una modalità di controllo continuo. Come se dovesse monitorare costantemente qualcosa.
Per molte persone l’acufene non è soltanto un sintomo uditivo. È anche l’espressione di uno stato di allarme interno persistente.
Il silenzio che spaventa
Paolo racconta che il momento peggiore è la notte.
Quando la casa si spegne e tutto diventa silenzioso, il fischio emerge con più forza. Dice: “Durante il giorno riesco ancora a distrarmi. Ma di notte sento solo quello.”
Questa osservazione è molto importante.
Nel silenzio diminuiscono gli stimoli esterni e il cervello si concentra maggiormente sui segnali interni. Ma spesso accade anche qualcosa di più profondo. La notte è il momento in cui molte persone entrano maggiormente in contatto con i pensieri trattenuti, le paure, le emozioni non elaborate.
Per alcune persone il silenzio esterno può diventare difficile proprio perché apre uno spazio interno troppo carico di tensione.
Il momento della consapevolezza
Durante una seduta Paolo racconta un episodio significativo.
È in vacanza per pochi giorni in montagna. Per la prima volta dopo mesi si sente relativamente tranquillo. Passeggia nel bosco, senza telefono. A un certo punto si accorge che il fischio si è abbassato molto. Dice quasi stupito: “È come se il mio corpo avesse smesso di combattere.”
Questa esperienza diventa un punto importante del percorso terapeutico.
Per la prima volta Paolo inizia a collegare il sintomo non solo all’orecchio, ma anche al proprio stato interno.
Il lavoro terapeutico
Nel percorso con Paolo il lavoro non si concentra esclusivamente sull’acufene. Si concentra soprattutto sulla regolazione del sistema nervoso.
Gradualmente iniziamo a lavorare su:
– respirazione,
– consapevolezza corporea,
– riduzione dell’ipercontrollo,
– riconoscimento della tensione emotiva.
Uno degli aspetti più importanti è imparare a interrompere la lotta continua contro il sintomo.
Perché più il cervello vive il suono come una minaccia, più tende ad amplificarlo.
Infatti, molte persone iniziano a stare meglio quando smettono di entrare in guerra con il rumore.
Il corpo che chiede tregua
Dopo alcuni mesi Paolo racconta un cambiamento importante.
L’acufene non è scomparso completamente. Ma è cambiato il rapporto con il sintomo: “Prima sentivo solo il fischio. Adesso sento anche quanto sono stanco.”
Questa frase contiene qualcosa di molto profondo.
A volte il corpo sviluppa sintomi proprio quando la persona non riesce più a riconoscere il proprio livello di tensione.
Il sintomo allora diventa una specie di segnale che invita a rallentare.
Il linguaggio invisibile del corpo
L’acufene ci ricorda quanto mente e corpo siano profondamente collegati.
Il cervello non registra soltanto suoni.
Registra anche: stress, paura, sovraccarico, ipervigilanza.
Quando il sistema nervoso resta troppo a lungo in stato di allerta, il corpo può iniziare a parlare attraverso sintomi difficili da spiegare ma profondamente reali.
Una domanda utile
Quando un sintomo come l’acufene compare o si intensifica, può essere importante chiedersi:
Da quanto tempo il mio sistema nervoso vive senza tregua?
A volte il corpo non sta semplicemente producendo un disturbo.
Sta cercando di segnalare che qualcosa dentro di noi è rimasto troppo a lungo in tensione.
In psicosomatica non ci chiediamo soltanto dove il corpo fa male.
Ci chiediamo anche quale parte della nostra vita sta chiedendo ascolto.
Dr.ssa VILMA CATERINA MAZZOCCO psicologa clinica – psicoterapeuta specializzata in psicosomatica – professore Università Telematica eCampus: Teorie e tecniche di Psicosomatica – Mindfulness psicosomatica e tecniche di meditazione e rilassamento – Psicologia dello sviluppo – Didattica delle emozioni
riceve in presenza e online solo su appuntamento
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