“L’Europa selettiva: memoria corta, carriera lunga”
"La differenza tra chi considera l’Europa un modo per far carriera e chi la riconosce come una conquista è sottile, ma decisiva"

C’è un tratto curioso nel nuovo europeismo di un consigliere comunale di Senigallia: lo si coglie bene leggendo un suo recente articolo, ed è la sua straordinaria capacità di selezione.
Dalla recente e camaleontica (concedetemi il termine) presentazione del suo libro emerge infatti un’Europa levigata e perfettamente funzionale: un’Europa che aiuta, connette, valorizza. In breve: un’Europa utile.
Nulla da eccepire. Se non fosse che questa versione dell’Europa somiglia molto a un prodotto già confezionato: pronta all’uso, priva di attriti, soprattutto priva di storia.
Perché l’Europa, quella che oggi si presta così bene a essere raccontata come esperienza, nasce invece in un contesto molto meno rassicurante. Nasce anche a Ventotene nel 1941, dove uomini confinati dal fascismo – non esattamente estimatori del regime, come sembra essere l’autore del suddetto libro – scrivono il Manifesto di Ventotene. Non per costruire opportunità di carriera, ma per evitare che nazionalismi e dittature riportassero il continente nel baratro.
È una differenza non marginale.
Ed è qui che la narrazione diventa interessante. Perché esiste un modo di parlare dell’Europa che ne riconosce la natura conflittuale, le radici antifasciste, il prezzo pagato da chi l’ha immaginata. E poi esiste un altro modo: quello che ne trattiene solo la parte più spendibile.
Quella che conviene oggi.
In questa versione, l’Europa smette di essere un progetto politico e diventa semplicemente uno sfondo. Un contenitore neutro, buono per valorizzare esperienze, costruire profili, accompagnare candidature.
Un’Europa senza origine è, inevitabilmente, un’Europa senza responsabilità.
E allora non è tanto l’elogio dell’Europa a colpire – quello è quasi obbligato, oggi – ma la sua accurata depurazione. Una memoria selettiva che elimina ciò che potrebbe risultare incoerente con percorsi politici che, nel tempo, hanno incluso attacchi pubblici alla memoria dei partigiani o una certa disinvoltura nel maneggiare simboli e iconografie legate al fascismo.
Non ho letto il libro, e non è questo il punto: basta la presentazione pubblica per cogliere l’impostazione. È tutta nella cornice, nel linguaggio, nelle omissioni.
Perché la differenza tra chi considera l’Europa un modo per far carriera e chi la riconosce come una conquista è sottile, ma decisiva.
La prima si sfrutta.
La seconda, di solito, si rispetta.
La prima si racconta quando serve, magari per accompagnare una candidatura.
La seconda, di solito, si pratica.
Da
Elena Morbidelli – presidente Anpi Trecastelli


























Per poter commentare l'articolo occorre essere registrati su Senigallia Notizie e autenticarsi con Nome utente e Password
Effettua l'accesso ... oppure Registrati!