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Da Senigallia verso Gaza: il racconto della Global Sumud Flotilla tra mare, detenzione e testimonianza

Vittorio, Marco e Maurizio hanno raccontato pubblicamente la loro esperienza all’interno della Global Sumud Flotilla

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All’Auditorium San Rocco di Senigallia il 29 maggio, Vittorio, Marco e Maurizio hanno raccontato pubblicamente la loro esperienza all’interno della Global Sumud Flotilla, iniziativa civile internazionale nata con l’obiettivo dichiarato di raggiungere Gaza via mare, rompere l’isolamento della Striscia e sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle conseguenze umanitarie e politiche del conflitto.

Partiti a bordo delle imbarcazioni Cactus e Abodes, i tre partecipanti senigalliesi hanno descritto una missione preparata per mesi, costruita non soltanto sul piano logistico, ma anche su quello umano e organizzativo. La preparazione comprendeva formazione alla non violenza, protocolli in caso di intercettazione o abbordaggio, gestione delle comunicazioni satellitari, procedure di sicurezza e strategie per mantenere la coesione del gruppo durante situazioni di crisi.

La missione si inseriva nel percorso delle flottiglie civili internazionali nate nel 2008, sviluppatesi negli anni attorno a un’idea precisa: utilizzare la presenza fisica, la navigazione civile e la testimonianza diretta come strumenti di solidarietà internazionale. Uno degli obiettivi principali, hanno spiegato i partecipanti, era sensibilizzare le persone, costruire reti internazionali di sostegno e trasformare il viaggio stesso in uno strumento di consapevolezza collettiva.

Nei racconti emersi durante la serata è apparso centrale il tema della fratellanza internazionale. Persone provenienti da paesi, culture e organizzazioni differenti hanno condiviso settimane di navigazione, preparazione e tensione crescente nel Mediterraneo orientale, costruendo relazioni che i partecipanti hanno definito essenziali per affrontare le difficoltà della missione.

Secondo le testimonianze presentate durante l’incontro, la flottiglia sarebbe stata successivamente intercettata da forze israeliane. I partecipanti hanno descritto fasi di fermo delle imbarcazioni, trasferimenti forzati e periodi di detenzione che, nei loro racconti, sarebbero stati accompagnati da condizioni considerate degradanti.

Marco ha raccontato di essere stato trattenuto insieme ad altre centinaia di persone in spazi ristretti, con limitato accesso ai beni essenziali e in condizioni di forte pressione psicologica. Ha descritto il successivo trasferimento nel porto di Ashdod e riferito episodi di perquisizioni invasive, immobilizzazione prolungata, spari alle persone, isolamento, minacce, uso continuativo di manette e trattamenti vissuti come umilianti.

Maurizio ha invece sottolineato il valore dell’organizzazione collettiva e della preparazione: dalla gestione delle comunicazioni satellitari fino ai protocolli predisposti per eventuali intercettazioni o sorveglianza con droni. Vittorio ha collocato l’esperienza all’interno di una strategia più ampia del movimento: aumentare il numero delle imbarcazioni, diversificare le rotte e rendere più diffusa e visibile la solidarietà internazionale.

Più volte durante l’incontro è emersa la convinzione che il significato della missione non si esaurisse nel tentativo di raggiungere Gaza. Per i partecipanti, la finalità principale era anche quella di testimoniare, raccontare e sensibilizzare, portando nelle comunità locali esperienze vissute direttamente sul campo.

L’incontro di Senigallia non è stato soltanto il racconto di un viaggio in mare. È diventato uno spazio di confronto pubblico su cosa significhi oggi partecipare a una missione civile internazionale in un’area attraversata dal conflitto, confrontandosi con dinamiche militari, detenzione e conseguenze personali profonde.

Al termine della serata è rimasta aperta una domanda che ha attraversato molti degli interventi: quale spazio esiste oggi, nel Mediterraneo e nel mondo, per l’azione civile internazionale quando incontra frontiere militarizzate e logiche di sicurezza?

Per chi era salito su quelle barche, la risposta è passata soprattutto dal continuare a raccontare.

A cura di Marco Fogante da Senigallia

sulla base delle testimonianze raccolte durante l’incontro pubblico

Redazione Senigallia Notizie
Pubblicato Lunedì 1 giugno, 2026 
alle ore 11:38
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Commenti
Ci sono 2 commenti
Glauco G. 2026-06-01 12:39:16
In genere, quando le foto hanno certe angolature, significa che non si vuole far vedere il vuoto desolante che sta al di fuori della foto stessa. Un successone insomma....ben felice che in pochi sono andati e che in pochi danno seguito a queste persone che sembrano più tentare la strada della "fama" più che della "solidarietà". Che tristezza. Però mi rincuora sapere che poche persone sono andata a vedere questi FENOMENI (per me.....da circo). Non commento quanto riportato nell'articolo perchè è come sparare sulla croce rossa.. mi basta copiare/incollare questo terribile abuso contro l'umanità.. una tortura mai vista e mai subito dall'essere umano (dalle crociate ad oggi)...i cattivoni hanno fatto un "uso continuativo di manette"...teribile...mi viene da pianger sapendo che sono stati arrestati/bloccati/femrati facendo uso massiccio di manette. Che tortura atroce. Capisco che, visto quanto trovato sulle barche, preferivano manette di peluche e che trovarsi ai polsi delle manette di ferro ..chissà quale trauma...chissà quando risuciranno a tornarte a vivere serenamente....sanno tutti che se uno viene arrestato vanno messi i braccialetti della vita..oppure arcobaleno..al massimo i braccialetti contro le zanzare..ma mai e poi mai le manette.
barbara51 2026-06-03 07:11:20
E nel frattempo nessuno parla dei due flotilleros ancora prigionieri in Libia, non si sa dove, non si sa in quali condizioni: vedi quanto è vero che no jews no news!
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