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“La ‘Cittadella della Cultura e del Sapere’: idee vuote e parole pericolose”

Una riflessione che David Anzalone vorrebbe condividere con l'intera comunità senigalliese

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David Anzalone nelle vesti di Arlecchino

Come privato cittadino, ho cercato di seguire il dibattito politico, durante e dopo la scorsa campagna elettorale, soprattutto su un tema centrale come quello della Cultura.

Un impegno, questo, quasi nullo e frustrante (di Cultura se n’è parlato – e se ne continua a parlare – veramente poco e male!), e dal quale traggo una triste considerazione: Senigallia è sommersa da un mix di idee vuote e parole pericolose. Mix mortifero che, oramai, forse, accomuna sia buona parte del centro-“sinistra” (rappresentante di un ceto medio pigro, un po’ presuntuoso e privo di empatia), sia ovviamente il centro-destra e la destra estrema (rappresentati dei super-abbienti e, ciclicità della Storia, dei poco-abbienti).

Per sostanziare queste mie idee, vorrei soffermarmi su due passaggi stampa dell’Assessore alla Cultura Massimo Bello, fresco di nomina. Il primo è uscito il 15 maggio 2026 su un quotidiano locale online quando l’attuale assessore era ancora un semplice candidato al Consiglio Comunale di Fratelli d’Italia. Il secondo passaggio di cui voglio parlare è un’intervista fatta da una testata giornalistica online il 17 giugno 2026, dopo che il candidato Bello è stato nominato Assessore dal Sindaco Olivetti.

In questi due momenti, se li analizziamo bene, il politico Bello fa un progress linguistico canonico per chi è abituato alla propaganda e non alla Politica. Infatti, da candidato, per attrarre consenso, esprime idee vuote. Da Assessore, di contro, utilizza parole retrograde che hanno un alone mitico e pericoloso per l’intera comunità (compresi le sue elettrici e i suoi elettori), vedi l’inquietante progetto di costruire la “Cittadella Europea della Cultura e del Sapere”.

Attraverso l’uso di alcune parole traspare quanto dietro ci siano idee (vuote). Il candidato Bello, per essere eletto, rivendica con orgoglio di pensare ad una “Senigallia più moderna, attrattiva e aperta al futuro… L’obiettivo è costruire un luogo dove formazione, innovazione, creatività e opportunità possano incontrarsi… Perché la cultura non è qualcosa di distante dalla vita quotidiana. È ciò che crea crescita, lavoro, turismo, occasioni e futuro.”.

Le parole usate “moderna, attrattiva, aperta al futuro, formazione innovazione creatività e opportunità” a primo impatto, seducono e creano consenso: chi non è d’accordo di vivere in una città moderna, attrattiva, aperta al futuro e piena di opportunità? Ma, riflettendoci, dopo il tentativo di averle fatte sedimentare, ci accorgiamo che quelle parole non ci dicono assolutamente nulla. E questo perché ogni idea-parola, per non essere “mitologica” (cioè creatrice di incosciente e distruttivo senso comune) ma “politica” (cioè creatrice di cosciente e costruttivo buon senso), ha necessità di essere ancorata ad altre parole che la specifichino, la rendano materiale, concreta, la facciano comprendere appieno e ne chiariscano il vero progetto sottostante. Solo così l’idea-parola esce dalla propaganda e diventerà realmente democratica, cioè la si potrà condividere o criticare perché si lascerà comprendere alla radice facendo vedere a tutti i fiori e i frutti che darà.

Nel momento in cui Bello diventa Assessore, durante la sua prima intervista, infarcisce il discorso con parole pericolose. “Da dove voglio partire? Voglio partire dalla cittadella del sapere. La cittadella del sapere, della cultura”. Questo afferma il nuovo Assessore alla Cultura di Senigallia.

Ovviamente tralascio di dilungarmi sulla differenza dei termini Cultura e Sapere che il neo-Assessore usa in maniera intercambiabile e, quindi, superficiale. Siccome, però, non ho mai sottovalutato le parole (il pensiero) altrui, ciò che mi preoccupa non è tanto la superficialità di un Assessore alla Cultura (quale novità sarebbe?), quanto la sua scelta dell’altra parola usata nel sintetizzare il suo vuoto progetto culturale. Mi riferisco al termine cittadella. Il significato di questa parola, senza scomodare la filosofia e il già discutibile concetto di Cittadella interiore (formula adottata dal filosofo e storico Pierre Hadot per descrivere il pensiero dell’imperatore filosofo stoico Marc’Aurelio, cioè la visione della mente umana come una fortezza inespugnabile, uno spazio mentale chiuso, protetto, razionale e isolato dal tumulto del mondo esterno), si può capire anche solo andando a sfogliare il vocabolario Devoto-Oli dove si potrà leggere che la cittadella è un “Luogo fortificato costruito a difesa di una città. Ambiente cui fanno capo i sostenitori più convinti di un’idea. Ambito impenetrabile in cui si muove una casta privilegiata e inattaccabile”. Se non vi sentite abbastanza inquieti/e nel pensare ad una Senigallia così, oppure, legittimamente, non avete in casa il Devoto-Oli, potete consultare la Treccani online per aver rincarata la dose: la cittadella è un “Recinto fortificato che nel Rinascimento faceva parte delle fortificazioni di una città e ne costituiva l’elemento di maggior efficienza militare”.

L’Assessore, poi, non pago di questa repellente definizione, la rende ancor più pericolosa ingrassandola con parole armate come identità, brand, cittadella naturale, grande famiglia, DNA (“la cittadella del sapere e della cultura è un progetto che Senigallia c’ha già scritto nel DNA” dice incredibilmente Bello nell’intervista, come se la Cultura tragga origine dai geni!). Il tutto appesantito dalla retorica sul “patrimonio monumentale” che fa diventare i beni pubblici architettonici dei feticci che non parlano di Bellezza, di Storia e delle vicende materiali di Persone in carne ed ossa, ma di un passato mitico che ci ricollega alla nostra tradizione. Tradizione che, ammesso esista, non dev’essere capita, tradita e tradotta ma solo contemplata come fosse una fotografia.

Ma allora perché se il progetto espresso dal neo-Assessore Bello è vuoto dovrebbe essere pericoloso? Perché tutte queste parole utilizzate da Bello (bisognerebbe dedicare pagine e pagine per ognuna di loro, perché le ho lette durante la campagna elettorale anche in molti comunicati stampa dei candidati di centro-sinistra!) rimandano ad una visione della società autoritaria, nazionalista, competitiva, razzista e immobile. Senigallia diventerà la capitale del IV Reich? Non scherziamo, non è questo il punto. Il nodo centrale è che, all’interno di un vuoto di idee, le parole armate – usate per di più con tono pacato e rassicurante – creano senso comune e non buon senso, percezione errata della realtà, verità irrazionali. Formano, in sintesi, sentimenti inconsci come diffidenza, paura, economizzazione delle relazioni e della cultura. Pulsioni di morte* che, a loro volta, formano una comunità contratta, non in espansione, asfittica e prosciugata. Una comunità più provinciale e, di conseguenza, più povera.

Aveva proprio ragione l’intellettuale Furio Jesi quando affermava che la cultura di destra è quella dove prevale una religione della morte… E’ questa la città che vogliamo coltivare? Domanda che rivolgo a tutte a tutti. Non solo a quel centro-sinistra che non si capisce se non vuole iniziare un conflitto culturale serio contro questa Destra pericolosa oppure ne è proprio incapace. Un conflitto basato proprio sul terreno linguistico, cioè sul ridare parole dense ad idee giuste. Un conflitto tanto urgente e necessario, quanto bisogno di tempo, preparazione ed umiltà.

P.S.: Un passaggio sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non fa mai male. I contrari filosofici più importanti del termine “cittadella” sono:
a) Apertura: rappresenta l’uscita da se stessi, rifiutando ogni barriera difensiva e solipsistica dell’io, per accogliere il mondo, il diverso e gli altri;
b) Interconnessione (o Relazione o Flusso vitale): indica l’immersione serena e fiduciosa nella complessità del mondo. Rappresenta il legame intrinseco e indissolubile tra l’individuo e il tutto, in totale antitesi con l’isolamento autosufficiente e fortificato della mente.
c) Contaminazione: definisce l’accettazione del cambiamento e dell’influenza esterna, rinunciando all’autodifesa e alla purezza immutabile e protetta della propria coscienza, tipiche della fortezza interiore.

* La pulsione di morte, parafrasando in estrema sintesi Freud, è quell’impulso che spinge l’inquietudine della vita a trovare piacere nella quiete dell’inerzia, cercando di azzerare ogni rapporto con il caos, cioè con l’altro/a da sé perché quest’ultimo/a minaccia la tranquillità della presunta unicità dell’Io che desidera rimanere solitario e narcisista. Nella pulsione di morte, quindi, si realizza un desiderio nostalgico di tornare all’uno ma la tragedia è che, nella realtà, non c’è nessun io-unico originario a cui tornare perché il vero io è sempre in relazione all’altro/a. Ecco perché una ricerca di piacere all’interno della pulsione di morte tende sempre ad annientare se stessi e a far regredire la società.

David Anzalone

Redazione Senigallia Notizie
Pubblicato Martedì 30 giugno, 2026 
alle ore 18:51
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Commenti
Solo un commento
mirellaverde58 2026-06-30 19:52:40
Perfettamente d' accordo. Parole che fanno parte di un " politichese" consunto e trapassato. Che servono ad incantare e sedurre ( alla latina, attrarre a se').un uditorio distratto che si lascia incantare dal nulla. Complimenti per la disamina precisa e puntuale.
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