“Profughi d’acqua”, mostra di Beppe Sabatino tra arte, silenzi e contaminazione alla Rocca
Un percorso visivo che mette in scena la fragilità degli ecosistemi e trasforma l'acqua in simbolo di crisi - FOTO

Nelle sale della Rocca Roveresca di Senigallia il 25 giugno dalle ore 17.00 si è aperta la prima di tre mostre estive quella di Beppe Sabatino intitolata “Profughi d’acqua”, un progetto che unisce arte e attenzione all’ambiente.
La scelta del luogo ha un significato preciso. Senigallia è una città che da sempre vive con l’acqua: il fiume Misa, il torrente Penna e il mare Adriatico hanno protetto e fatto crescere il territorio nel tempo. L’acqua qui è sempre stata essenziale. Con Sabatino, però, cambia significato: da elemento vitale diventa qualcosa che può anche distruggere.
Nelle sue opere il mare non è più un luogo sicuro, ma uno spazio contaminato da plastica e catrame. I “profughi d’acqua” sono i pesci in fuga, che fuggono, senza una vera via di salvezza ed emigrano in una situazione di pericolo ed emergenza climatica. Sono forme geometriche silenziose, associate alla dimensione di silenzio che si trasformano in un linguaggio indecifrabile. Una dicotomia tra leggibile e illeggibile. Il percorso della mostra si sviluppa in tre ambienti. Il visitatore attraversa spazi circondato da quadri fatti di materiali diversi come polistirene, bitume, catrame e oro. Sono elementi che creano un forte contrasto: da una parte attraggono, dall’altra respingono.
La curatrice Federica Facchini spiega che al centro del progetto c’è la figura del pesce come simbolo del presente: “Il pesce profugo rappresenta molte cose di oggi: fugge, si sposta, scompare dentro una crisi climatica e sociale. È una frattura profonda che riguarda il nostro rapporto con l’ambiente.” Il percorso alterna sensazioni molto diverse: “Si passa dal nero pesante del bitume, che richiama morte, pesantezza e disagio, alla luce dell’oro, che apre invece uno spazio di sacralità e di possibile salvezza e speranza”.
Anche l’artista Beppe Sabatino sottolinea questo continuo contrasto: “C’è sempre un incontro tra opposti, tra positivo e negativo. Anche la Rocca è legata all’acqua: un tempo proteggeva e garantiva autonomia. Oggi invece ci fa riflettere su cosa è diventata”. Sabatino racconta anche l’origine del progetto: “È nato circa venticinque anni fa, guardando il mare a Cefalù e osservando i pesci. Da lì è iniziato tutto, fino a diventare questa mostra”. Il suo lavoro non è pittura tradizionale, ma qualcosa che cambia forma nello spazio, tra immagine e scultura: “Non è pittura in senso classico, ma un linguaggio pittorico che diventa tridimensionale, si espande nello spazio e diventa scultura. È come una poesia visiva, fatta di segni, spesso muti, difficili da leggere”. I pesci nelle opere sono ridotti a forme semplici, quasi fossili, come bloccati in materiali artificiali. L’oro, che un tempo rappresentava luce e vita, appare quasi spento, mentre il nero del bitume domina la scena.
È presente anche una fontana con acqua inquinata, uno dei simboli più forti della mostra, che richiama il tema della contaminazione ambientale e della perdita di un bene essenziale come l’acqua. Quattro opere trasformano le lettere H, E, L, P in quadri simbolici, mentre un’ulteriore installazione riprende la stessa parola, un chiaro richiamo alla richiesta di aiuto che arriva dagli ecosistemi sempre più inquinati.
Non ci sono titoli né didascalie accanto alle opere. Una scelta voluta da Sabatino, che spiega: “Tutta la mostra è un titolo“. Le opere diventano racconto visivo che si sviluppa nelle sale della Rocca. “Profughi d’acqua” si presenta così, come un percorso immersivo che mette al centro la fragilità dell’ambiente. In questo contesto il pesce, simbolo antico di vita e salvezza, diventa il contrario: non più speranza, ma segno di perdita e trasformazione.


































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