Quando l’amore finisce
La Dr.ssa Mazzocco, psicologa clinica e psicoterapeuta analizza la storia di Elena dopo una separazione

Elena ha 41 anni.
Arriva in studio con una frase pronunciata quasi sottovoce: “Da quando lui se n’è andato il mio corpo non è più lo stesso.”
Non parla subito del dolore emotivo. Parla del corpo. Dell’insonnia. Della tachicardia. Dello stomaco chiuso. Della sensazione continua di tensione nel petto.
Dice di sentirsi sempre stanca, ma incapace di riposare davvero. Ha perso peso. Si sveglia durante la notte con un senso improvviso di allarme.
La separazione è avvenuta sei mesi prima.
Una relazione lunga dodici anni.
Un distacco improvviso, non desiderato, che Elena descrive con una frase molto precisa: “È come se il mio cervello non avesse capito che è finita.”
Molte persone pensano che una separazione sia soltanto un evento emotivo. In realtà coinvolge profondamente anche il corpo.
Le relazioni affettive stabili non sono solo esperienze psicologiche. Diventano anche forme di regolazione biologica.
La presenza della persona amata influenza:
– il sistema nervoso,
– il ritmo del sonno,
– la respirazione,
– il battito cardiaco,
– i livelli di stress.
Quando un legame importante si interrompe improvvisamente, l’organismo vive spesso una vera e propria condizione di destabilizzazione.
Per questo molte persone dopo una separazione riferiscono sintomi fisici intensi: insonnia, ansia, perdita di appetito, dolori muscolari, tachicardia.
Il corpo registra la perdita prima ancora che la mente riesca a comprenderla pienamente.
Il cervello dell’attaccamento
Durante gli ultimi anni le neuroscienze hanno studiato sempre più approfonditamente il legame tra amore e cervello.
Le relazioni affettive attivano sistemi neurobiologici profondi legati all’attaccamento, alla sicurezza, alla regolazione emotiva.
Quando siamo legati a qualcuno, il cervello costruisce vere e proprie mappe relazionali. La persona amata diventa una figura di riferimento anche sul piano fisiologico.
Per questo motivo la separazione può attivare nel cervello circuiti molto simili a quelli del dolore fisico. Alcuni studi mostrano che il rifiuto affettivo coinvolge aree cerebrali legate: al dolore, all’allarme, alla minaccia.
Non è solo “sofferenza psicologica”. Il corpo vive realmente una condizione di perdita.
Il corpo che resta in attesa
Durante le sedute Elena racconta che continua a controllare il telefono. Anche se sa che probabilmente lui non scriverà. Ogni notifica le provoca un sussulto. Ogni silenzio le crea un vuoto improvviso nello stomaco.
Dice: “È come se una parte di me continuasse ad aspettarlo.”
Questa frase descrive molto bene ciò che accade spesso dopo una separazione importante.
Il sistema emotivo non si adatta immediatamente all’assenza. Una parte del cervello continua ad aspettare il ritorno della persona amata. Per questo il distacco può diventare una condizione di ipervigilanza continua. Il corpo resta in tensione. Come se fosse costantemente preparato a qualcosa.
L’insonnia del dolore emotivo
Uno dei sintomi più forti per Elena è l’insonnia.
La sera è il momento peggiore. Durante il giorno riesce ancora a distrarsi con il lavoro.
Ma la notte il silenzio amplifica tutto. Il corpo rimane attivato. Il battito cardiaco accelera. La mente continua a cercare spiegazioni.
Molte persone dopo una separazione sviluppano una forma di iperattivazione neurofisiologica. Come se il cervello interpretasse la perdita affettiva come una minaccia alla propria stabilità.
Il vuoto nel petto
Durante una seduta Elena porta la mano al centro del torace. Dice: “La cosa peggiore è questa sensazione qui.”
Non riesce a definirla bene. Non è dolore fisico vero e proprio. È piuttosto: pressione, mancanza, vuoto.
Dal punto di vista psicosomatico, il petto è una delle aree corporee più coinvolte nelle emozioni relazionali.
Il linguaggio quotidiano lo esprime chiaramente: “Mi si è spezzato il cuore.” – “Ho un peso sul petto.” – “Mi manca il respiro.”
Le emozioni relazionali non rimangono astratte.
Attraversano il sistema nervoso e il corpo.
Quando il dolore diventa identità
Con il passare delle sedute emerge un altro aspetto importante.
Elena non sta soffrendo soltanto per la perdita della relazione.
Sta soffrendo anche per la perdita dell’immagine di sé costruita dentro quella relazione.
Per anni aveva immaginato il futuro in un certo modo. Adesso sente che tutto è crollato. Dice: “Non so più chi sono senza quella vita.”
Questa dimensione è molto frequente nelle separazioni profonde. Non si perde soltanto una persona. Si perde un ruolo, un progetto, una parte della propria identità.
Il corpo spesso registra anche questa disorganizzazione interna.
Il momento della svolta
Dopo alcuni mesi Elena racconta un episodio diverso dal solito. Una domenica mattina si sveglia presto. Esce da sola a camminare sul mare. Per la prima volta da molto tempo non sente solo dolore. Sente anche qualcosa di diverso.
Dice: “Per qualche minuto ho sentito pace.”
Questa esperienza apparentemente piccola diventa molto importante. Perché segna l’inizio di una nuova possibilità interna. Non la cancellazione del dolore. Ma la scoperta che il corpo può tornare a sentirsi vivo anche senza quella relazione.
Il lavoro terapeutico
Nel percorso terapeutico con Elena il lavoro non consiste nel “dimenticare” l’altra persona. Consiste piuttosto nel ricostruire un senso di stabilità interna.
Gradualmente iniziamo a lavorare su:
– regolazione emotiva,
– ascolto del corpo,
– riduzione dell’iper-vigilanza,
– recupero di spazi personali,
– ricostruzione dell’identità.
Uno degli aspetti più importanti è comprendere che il dolore della separazione non è debolezza. È una risposta umana profonda. Il corpo sta attraversando un processo di adattamento complesso.
Quando il corpo ricomincia a respirare
Dopo diversi mesi Elena racconta che alcune cose stanno cambiando. Dorme meglio. Lo stomaco è meno contratto. La tachicardia compare più raramente. Ma soprattutto è cambiato qualcosa nel modo in cui guarda sé stessa.
“Pensavo di essermi persa. Invece forse sto solo cambiando.”
Questa frase rappresenta spesso uno dei momenti più importanti del percorso terapeutico. Quando il dolore smette lentamente di essere solo distruzione e diventa anche trasformazione.
Una domanda utile
Quando una perdita affettiva continua a vivere nel corpo, può essere importante chiedersi:
Quale parte di me sta ancora cercando sicurezza?
A volte il corpo non sta semplicemente soffrendo.
Sta cercando lentamente un nuovo equilibrio.
In psicosomatica non ci chiediamo soltanto dove il corpo fa male.
Ci chiediamo anche quale parte della nostra vita sta chiedendo ascolto.
Dr.ssa VILMA CATERINA MAZZOCCO psicologa clinica – psicoterapeuta specializzata in psicosomatica – professore Università Telematica eCampus: Teorie e tecniche di Psicosomatica – Mindfulness psicosomatica e tecniche di meditazione e rilassamento – Psicologia dello sviluppo – Didattica delle emozioni
riceve in presenza e online solo su appuntamento
Studio Clinico: Via Umberto Giordano 82 Senigallia
cellulare: 333 3693851 solo messaggi – sarete richiamati


























Per poter commentare l'articolo occorre essere registrati su Senigallia Notizie e autenticarsi con Nome utente e Password
Effettua l'accesso ... oppure Registrati!