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Giovane di Senigallia a processo per violenze su minori: la replica agli avvocati della difesa

Paradisi e Liso, legali delle parti civili: "Nessuna istanza delle parti civili, ma la pubblicità del processo è una garanzia"

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Roberto Paradisi Domenico Liso

In riferimento alla nota stampa diffusa dei legali dell’imputato Alessandro Predieri, in relazione al processo per riduzione in schiavitù, violenza sessuale e induzione al suicidio nei confronti di tre ragazze che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise di Ancona, siamo costretti a smentire seccamente quanto dichiarato dai difensori dell’accusato i quali hanno curiosamente affermato che le parti civili avrebbero avanzato richiesta di riprese audiovisive e che tale richiesta è stata rigettata per la seconda volta.

L’affermazione è priva di ogni fondamento. La richiesta di accedere con le telecamere in aula durante il processo è stata avanzata (come è logico) non dalle parti civili ma dalla trasmissione “Chi l’ha visto” che, autonomamente, ha assunto per la seconda volta l’iniziativa dopo che la Corte aveva modificato la precedente ordinanza disponendo che il processo sia celebrato parzialmente a porte aperte. La prima istanza (all’inizio del processo) era stata presentata sia dalla trasmissione “Chi l’ha visto” che da “Un Giorno in Pretura”.

Le parti civili si sono limitate, su richiesta del Presidente, ad esprimere un parere favorevole rispetto alla richiesta di Rai 3 ritenendo non solo il processo di particolare interesse pubblico ma ritenendo anche una garanzia per le persone offese rendere pubbliche e conoscibili le fasi processuali (peraltro è consentito ai giornalisti di partecipare alle udienze e quindi esercitare il proprio fondamentale diritto di cronaca senza però effettuare nè riprese nè fotografie).

In relazione invece alla decisione del collegio di disporre la perizia psichiatrica anche nei confronti delle persone offese, questa è stata disposta anche sulla scorta dell’analisi esposta in udienza del nostro consulente dott. Christian Pepi che ha individuato nel “contagio psichico” (disturbo psicotico riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale) il meccanismo che avrebbe portato le stesse persone offese a cadere nella rete di relazioni perverse fino a quella che il dott. Pepi ha definito una vera e propria “schiavitù psicologica”.

Avv. Roberto Paradisi
Avv. Domenico Liso
Difensori delle parti civili

Commenti
Ci sono 3 commenti
Gnagnolo
Gnagnolo 2018-02-24 11:56:04
Telefonatevi tra avvocati.
mariano 2018-02-24 12:40:00
Con questo stile da avvocati one man show, sembrerebbe che questi difensori, che cercano pubblicità e apparizioni ad ogni costo, abbiano paura di confrontarsi, sotto il profilo Tecnico-giuridico, nell'intimità di un dibattimento, senza il rinforzo e l'incursione di giornali e giornalisti. Non convincono!
mariano 2018-02-24 15:29:16
Non convincono non solo per la spasmodica voglia di apparire associati a questo processo, ma anche per il tenore dell'informazione di cui si fanno ambasciatori. Innanzitutto incorrono in un controsenso in termini laddove affermano ". ..Le parti civili si sono limitate, su richiesta del Presidente, ad esprimere un parere favorevole rispetto alla richiesta di Rai 3 ritenendo non solo il processo di particolare interesse pubblico ma ritenendo anche una garanzia per le persone offese rendere pubbliche e conoscibili le fasi processuali" in quanto è dato sapere su chi altro, a parte questi avvocati, ricade il citato interesse pubblico, né è dato sapere di chi fosse tale altra presunta persona offesa, di cui mai è stato reso pubblico il nome ed il cognome e ne tanto meno il volto. Difficile quindi parlarsi di trasparenza e correttezza informativa sul presupposto che, una presunta persona offesa e parte civile, del processo in corso, voglia rimanere nascosta, non permettendo alla cittadinanza di formare un giudizio e controllo completo sulla conoscenza dei fatti. Altra questione che non convince è che "è consentito ai giornalisti di partecipare alle udienze e quindi esercitare il proprio fondamentale diritto di cronaca", laddove il diritto di cronaca non è costituzionale te prevalentemente rispetto ai diritti della persona e si arresta davanti alle giurisdizioni, anche sovranazionali, quindi la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), la Corte di giustizia, la Corte costituzionale ecc.
Ed è difficile ancora parlarsi di diritto di cronaca, in una vicenda processuale in cui si attribuisce agli organi di informazione un ruolo addirittura "cooperatorio, se non concorrenziale rispetto alla legge, e nell’interpretazione della legge penale” da una parte processuale (l'accusa), che cerca di servirsene contro l'altra (la difesa), in un sistema che appare - si crede oramai agli occhi di tutti - piú delegittimante e disinformativo che informativo. La supplenza dei media ci racconta - e continua a raccontarci - la ridondante voce della accusa, ma non ci spiega - e non ha spiegato - mai nulla del processo. Sempre la stessa ridà di voci che racconta pedissequamente e senza alcun pregio di novità, le stesse cose, senza nulla mai dire o spiegare sulle parti rappresentare, che rimangono nel limbo.
Rispetto alla vittimologia che impera in questa ed in altre vicende dobbiamo ricordarlo: fino a che un soggetto non è condannato, non si sa se l’ imputato sia una vittima sacrificale o invece una vittima giustificabile. Ed il compito dei giuristi è - e dovrebbe essere - proprio quello di contenere, di fare da argine rispetto a quelle che sono le pulsioni collettive, inseguite dalla ricerca di consenso, e non quello di ricercarlo attraverso discutibili strategie legali. Vi è una na deontologia del penalista, penalista come studioso del diritto penale, ma anche come avvocato, come magistrato, che deve fare argine rispetto a queste pulsioni. Ed nel fatto che per taluni, questo, possa apparire addirittura sovversivo, sembra di leggere un tentativo voler snaturare la funzione della Magistratura giudicante.
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