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Senta scusi, le andrebbe di fare conversazione?

Da The Revenant a Tarantino, passando per Tornatore, Jobs e le serie tv

Onoranze Funebri F.lli Costantini
Conversazione, chiacchiere, incontri

Questa volta mi è veramente difficile scrivere qualche cosa di utile, di commestibile e necessario ai miei lettori.

Spero dunque di non annoiarvi o meglio, mi auguro che possiate perdonarmi se al termine del presente articolo non vi sarà rimasto niente su cui riflettere, nulla da rielaborare, nessuna cosa di cui parlare. Sempre che, mi sia concesso dubitare, persista ancora la meravigliosa abitudine d’un tempo di conversare di ciò che si legge, si ascolta, si vede o si pensa. Forse è un’esagerazione la mia, ma da buona indiscreta che sono, nonché assetata di nuovi stimoli, non mi è affatto raramente capitato di udire in treno, in metropolitana o nelle più comuni sale d’aspetto discorsi frignoni e deludenti. Sbrodolate di parole vacue che disinteresserebbero il più sciocchino fra gli impiccioni, quelle sì, se ne trovano in abbondanza, ma ricami intelligenti, dibattiti spinti oltre la buona maniera, metaforici schiaffi all’altrui concezione del mondo, oratorie da piazza, persino brindisi tutt’altro che piatti e convenzionali non cantati come l’Ave Maria, persino quelli non se ne trovano più.

Decido dunque di tentarmi, o meglio, di tentare io stessa d’imbastire una buona conversazione con chiunque mi ricambi il saluto stamane. Un’operazione non poco rischiosa vista la discreta clausura autoimposta indossata dai milanesi indigeni, e presto adottata pure da quelli immigrati, e tra questi pure io ahimè. Mi vesto quindi in tenuta anti-terrorismo, vale a dire con il mio portafortuna al collo, saluto il gatto nero con il quale divido il tetto e, zaino in pancia (portarselo in spalla in questa città è pari a fare l’imbonitore al ladro perché rovisti fra le tue tasche in cerca del Santo Graal) me ne esco di casa, sigillando il portone con una dozzina di escamotage che vanno ben oltre il concetto antiquato di serratura.

Rifletto prima di scendere in campo, penso alternativo e cerco d’elaborare una strategia che non solo sia economica dal punto di vista temporale, ma anche efficiente da quello qualitativo, insomma una formula promossa nel campo qualità-prezzo. Funzionale si potrebbe definire. E ce l’ho. Voglio conoscere le abitudini degli italiani. Momento d’esitazione. Troppo ampio. Allora sì, siamo qui per occuparci di cinema, voglio conoscere i gusti cinematografici delle persone. Incertezza. Troppo riduttivo e già fatto. Ecco, ecco, voglio conoscere le loro opinioni nei riguardi dell’audiovisivo, anzi, voglio sapere che uso fanno dei mezzi di comunicazione. Ebbene sì, mi son convinta! Pronti, partenza, Via! (Ma come sei banale Giulia …). Hai proprio ragione, prendi fiato, schiena dritta, un sorrisone stampato e azione!

Avvisto una vecchina in procinto d’uscire dal cancello. La riconosco, è quella del quarto piano, accelero il passo, la raggiungo, la precedo, sfrutto l’occasione, le apro il portone e mi conquisto un sorriso, ricambio ed aggiungo un bel saluto all’italiana, quelli completi di considerazioni a caso sul tempo, una mezza dose di lamentela politica (molto vaga, per non rischiare di inciampare su di un’ ideologia diversa dalla mia) un’offerta d’aiuto per trascinare il carrellino della spesa e tac (come dicono i Lombardoni vecchio stampo) me la conquisto sull’argomento televisivo. Mi sembra sciolta, si è messa a parlare del Papa e di quanto sia Santo, ed ecco dunque tacere di nuovo. Non demorde. Insisto sulla questione Talk Show, ma nulla, risulta essere la mossa sbagliata. Mi guarda con occhi da tartaruga, corruccia la fronte da tartaruga e apre la bocca da tartaruga per chiedermi se vivo nel palazzo e se sono quella che qualche notte prima aveva avviato la lavatrice disturbando il suo sonno. Sento puzza d’ostilità, rispondo di sì alla prima domanda, e di no alla seconda, difendendomi dall’ingiusta accusa. La saluto, la ringrazio, e prendo al volo l’autobus diretto in metropolitana.

Qui, sigillati sottovuoto come fette di salame Milano (neanche a dirlo), ci è impossibile comunicare. Tento un approccio con le tre ragazze con le quali divido il metro quadrato vicino alla portiera, ma nulla, mi sembrano troppo prese dalle proprie estroflessioni: la moretta con il suo libro di Fabio Volo, la riccia intenta ad inveire con l’auricolare incastrato fra i capelli o con l’interlocutore dall’altra parte dell’indisciplinato filo, e la signorina con il giubbotto leopardato intenta a ruggire strani pensieri su WhatsApp. Niente da dire al mondo stamani? Probabilmente sono solo le persone sbagliate.

Raggiungo in tutta fretta l’edicolante sotterraneo. Qual fortuna se non quella di imbattermi nella sonnambulesca fila di gente incazzata in attesa di rinnovare il mensile della propria tessera metropolitana? Il primo del mese vuol dire solo una cosa nella metropoli: tanta gente con tanta foga di andarsene a lavorare e tanto tempo da dover aspettare in piedi senza far nulla. Probabilità che mi capiti una migliore occasione di questa per strappare due parole ai compagni d’attesa impossibilitati ad andarsene? Nessuna. Bene Giulia, pensa a come dare avvio ai giochi. Qualche idea? Nessuna. Ed ora? Nessuna. E adesso? Ness.. ah no! Ce l’ho. E’ il DVD di Panorama esposto a darmi lo spunto. Sarà il Cinema l’arma vincente. Approfitto dello sbuffare irrequieto dell’omuncolo stempiato che mi precede: “Sembra di stare al Cinema la sera di Natale, piuttosto che in attesa di un pass dell’ATM (Azienda Trasporti Milanesi)” dico io facendolo sorridere.
“Si ma qui si paga di più e non è detto che si trovi posto a sedere!” dice lui, sta volta facendo sorridere me. “Devo dire che l’altra sera per The Revenant, dopo una buona mezz’ora di fila, molta gente se n’è rimasta senza biglietto, pullulava di aspiranti spettatori quella sala”. Mi risponde chiedendomi che ne pensassi del film con DiCaprio. “Mi ha deluso” dico io, non aggiungendo altro. “Peccato” fa lui, allegando che gli sembrava bello. “Lo è” rispondo fermamente, “ma non come ci vogliono far credere”.
Mentre la cassa ed il tempo assorbono la fila, io e l’omuncolo ci avviciniamo al termine del nostro breve colloquio. S’è parlato delle strepitose doti di Leonardo, del fatto che s’è beccato una bella bronchite per interpretare al meglio il ruolo del cacciatore di pelli Hugh Glass, del fatto che Hardy è sempre stato Hardy ma che sino al successo di Mad Max-Fury Road se lo calcolavano in pochi e si è concluso parlando dello spocchioso caratteraccio del narciso regista messicano momentaneamente più elogiato del mondo, Alejandro González Iñárritu, senza offesa per il pulp-pupillo tarantiniano, Robert Rodriguez (notevolmente più simpatico del collega compaesano).

Tessera-studenti-tratta-urbana ricaricata. Ai tornelli, mandrie di donne agitate, vecchi incazzati, e studenti svogliati. Nessuna disciplina. Si scavalcano, si ammassano, si spingono, si invalcano. Si annoiano. Ogni giorno la stessa storia. Si pentono. Trasferirsi a Milano, buona idea? Si rincuorano. In Italia non c’è lavoro, ma a Milano ce n’è sicuramente più che in Abruzzo. Ripartono indossando la solita monotona espressione, alla ricerca di quel monotono treno suburbano che li trainerà sino al loro monotono posto nel mondo. Mono-tono è anche la voce registrata che ci informa delle varie fermate che effettuerà il cigolante treno sotterraneo. Il mio viaggio si compie in piedi, come da tradizione. Tutti i passeggeri intrappolati nel loro World Wide Web. Dev’esser proprio bravo questo Big Brother in versione Spider Man, per tenerci tutti incollati nella sua estensissima ragnatela mondiale.

Un bel giovanotto mi offre il posto a sedere. Che faccio, lo accetto? Ci mancherebbe che lo rifiutassi! Sorrido, ringrazio, mi accomodo, ringrazio ancora e pensando a come trascinarlo dentro il mio proposito del giorno, gli faccio notare lo zaino semi aperto, può essere pericoloso aggiungo, l’occasione fa l’uomo ladro e la sua d’occasione, slacciata com’era, tradiva la presenza di un tablet.
“Ho la vita qui dentro” afferma il giovanotto mentre io ringrazio il caso per avermi reso semplice il lavoro. Naturalmente abbocco, e dopo aver piazzato lì un “fermino” per tastare il terreno inizio a fare domande discrete. “Come tutti” gli faccio “Nel mio ho gli appunti di circa dodici materie, tu studi?”. Ve la faccio breve. Salta fuori che il tipo studia al Politecnico, ma è anche un grande appassionato di serie televisive. La canna si piega, è ora di mettere mano al mulinello. Tempo cinque fermate (cioè una quindicina di minuti dopo…) scende e sparisce nella nebbia provocata dalla collisione di corpi umani e replicanti nelle catacombe milanesi, lasciandomi però ricca della sua opinione in merito alla televisione.

Dalla nostra pur breve conversazione è venuto fuori che la televisione free ha perso il suo pubblico giovanile non solo a causa delle pay tv, dei vari servizi pay per view, di Netflix, o dell’accessibilità dello streaming gratuito, ma anche e sopratutto a causa della sua programmazione, d’un palinsesto insomma, null’altro che fallimentare, non tanto per i prodotti che fornisce al consumatore ma per la loro distribuzione nella time line. Prima di tutto i giovani d’oggi non hanno l’occasione di guardare la televisione, sopratutto perché molto del loro tempo libero (anche se poco) lo trascorrono facendo zapping con un fornitissimo telecomando chiamato You Tube, affamati di tutorial, opinioni d’attualità da parte di qualche lamentoso youtubers, video tormentoni, musica e stronzate d’altro genere e natura. Ma gratis per gratis, se la Tv pubblica desse qualche cosa di più che decente perché dovrebbe vincere la piccola dimensione del pc, del tablet o dello smartphone contro i molti pollici dello schermo nel salotto? Il problema è proprio che quel “più che decente” non esiste, e se esiste è servito a piccole dosi. Troppo piccole per sfamare uno stomaco giovane e gagliardo. Ad entrambi è capitato infatti di imbatterci in contenuti interessanti, lui disse Modern Family ed io condivisi a pieno la scelta. Ecco, immaginiamoci seduti sul divano stanchi morti dopo scuola, o in seguito ad una intensa giornata lavorativa. Accendiamo la televisione e troviamo Modern Family, ci spariamo due puntate e poi cambiamo canale perché sullo stesso inizia l’ennesimo programma riempitivo senza pretese. Ora, capiamoci, se ci fossero state altre quattro o cinque puntate di quella stessa serie televisiva, io, e lui confermò la mia opinione, più per abitudine e fame visiva che per reale interesse (erano puntate vecchie, le avevo già viste tutte) sarei rimasta incollata allo schermo a guardarmele. Perché? Il motivo è banale. Grazie allo streaming lo spettatore che c’è in noi s’è abituato ad ingurgitare senza masticare decine di puntate una di fila all’altra. E’ come nicotina per gli occhi. E’ questo il motivo che spinge molti dei miei amici a passare il sabato mattina dalle otto all’ora di pranzo, a guardare una di dopo l’altra le puntate di Community su Italia Due, la vera stramberia (che dovrebbe forse preoccuparci, o quantomeno farci riflettere) è che in loop Community viene fatta ricominciare da capo appena terminata l’ultima stagione, e così tre quattro cinque volte, eppure, magari citando sul sinc le battute dell’attore, molti continuano a guardarla il sabato mattina, quattro volte al mese.

Due uomini vestiti con gusto attendono alla porta la prossima fermata, al mio fianco un posto vuoto ed uno pieno, lo riempe una barba canuta da cui spuntano due palpebre pesanti sorrette ad un grande naso rosso, ed una bocca chiusissima senza alcuna intenzione d’aprirsi. La metropolitana si svuota a mano a mano, ho quasi raggiunto l’accademia decisa a far esplodere discussioni memorabili con i miei compagni sulle nuove uscite al cinema, come Joy, Steve Jobs, La Corrispondenza e The hateful eight, quando sento vibrarmi la coscia destra. Un nuovo messaggio sulla chat di gruppo, è il mio amico Paolo, quello fissato con Sorrentino, a scrivere: “Voglio sapere che ne pensate di The Revenant”. Ho deciso di salutarvi lasciandovi uno stralcio “censurato” dell’animata conversazione esplosa online. Dopotutto, forse, bisogna rassegnarsi all’evidenza che tutto quel silenzio, quel brusio, quell’assenza di parole attorno a noi, non è dovuta al tacere del mondo, ma alle sue urla mute sulla rete. “Una cosa è sicura, diverremo tutti sordissimi”.
“The Revenant? Un capolavoro di regia. Movimenti di macchina mozza fiato, tutto ripreso in luce naturale. Quanto deve essere stato difficile girare in quei posti? Senza contare che la troupe ha dovuto spendere il quaranta per cento di ogni giornata, solamente a raggiungere quei benedetti set per poi girare cosa? Un quarto d’ora? Bhè, si fa per dire, comunque dev’esser stato palesemente un lavoro sovraumano. Non si è ancora capito se hanno girato o meno cronologicamente, quello che è certo è che quest’anno DiCaprio vince l’Oscar. No dico, si è preso anche una maledetta bronchite per darci quell’interpretazione! Ps: La Corrispondenza di Tornatore è imbarazzante”

“Io non condivido affatto riguardo The Reventant, l’ho trovato molto noioso. Oggi giorno da qualsiasi film come un budget del genere ci aspettiamo grandiose regie e fotografie da perdere la testa, ma non può esserci solo questo. Un film non è solo immagine è anche contenuto. E che contenuto ha quel film? Una volta che uno s’è visto il trailer s’è visto praticamente tutto quello che c’era da vedere. Tempi morti. Tempi vuoti. Tempi dilatati e tempo perso, la mia mezza giornata per andare al cinema a vederlo. Che dire, Birdman lo avevo apprezzato moltissimo, quello si che è un film di tecnica e di contenuto. Questo Redivivo mi sembra aver azzeccato solo il nome: un film ferito già dall’inizio che procede a stento per tutto l’arco della narrazione tentando di sopravvivere sino alla fine, e ci riesce, sopravvive, ma di certo non si può dire che vanti buona salute. Ps: La Corrispondenza e’ palesemente il remake di PS: I Love You di Richard LaGravenese, grande delusione quindi”.

“Concordo, senza parlare del fatto che DiCaprio l’Oscar se lo sarebbe meritato molto di più per ben altri film precedenti a questo, quest’anno deve essere di Michael Fassbender per la sua interpretazione di Steve Jobs. A proposito, come è possibile che la sceneggiatura di Steve Jobs (firmata da Aaron Sorkin, premio Oscar nel 2011 per The Social Network) non sia in nomination… E’ assurdo”.
“Tanto assurdo quando la totale assenza di The end of the tour. Ma tornando a The Revenant, non si può negarne la poesia. Non si può escludere l’applauso alla fotografia di Emmanuel Lubezki. Non si può giudicarlo come brutto film, o film noioso, ma è vero che è stato pompato più del necessario. Quanto a novità, Tarantino non delude mai. The hateful eight, semplicemente FAN-TA-STI-CO”. 

“Lubezki è Lubezki, non a caso ha vinto due premi Oscar (per Gravity e Birdman), ma se devo scegliere il mio personalissimo vincitore, alzo le mani al cielo e grido Tarantino pure io. Certo è un film per un certo senso molto diverso dai suoi soliti, prima di tutto abbiamo un’unica location (come in Le Iene), caspita, quanto dev’essere forte una sceneggiatura per reggere la pesantezza di quattro mura che opprimono, ed infatti lo script di quest’ultimo film è un vero ricamo. Per non parlare della struttura, nella versione analogica, in settanta millimetri, è presente un’overture che fa da introduzione, e poi la genialata dell’Intermezzo centrale. Santo cielo, mi sono sentito immerso in un’opera lirica. Ero intimorito che non ci fosse la solita firma splatter, ma alla fine, mi sono obbligatoriamente ricreduto. Bravo!”.

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