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Uso metafore e me ne compiaccio

Tracy Chapman stimola flussi di coscienza sul Cinema e non solo

Fotogramma da The end of the tour

Decido di scrivere. Di scrivervi. Decido di dire qualche cosa, perché un’urgenza incontrollata preme dentro. Credo sia così per tutti. Credo che tutti vogliano dire qualche cosa in questo periodo, ma quel divano è troppo comodo per alzarsi, quella metropolitana troppo piena da confondersi e dimenticare cosa dire, quel libro da finire troppo urgente, quell’appuntamento troppo improntante e quella consegna già troppo in ritardo per poter dedicare del tempo per ascoltarsi.

Quindi decido di abbandonare i miei libri, pulire la scrivania dai fogliacci e gli appunti, prendere il computer e sedermi nel tavolo della cucina, è sempre stato più fresco, più evocativo, meno deludente.

Accendo un po’ di musica, l’ideale? Tracy Chapman. Perché? Ma perché non so cosa dice, ma so che lo dice bene. E che quella chitarra mi tocca dentro fino grattarmi memorie infantili. Avevamo un CD di Tracy Chapman, ne sono sicura. Era grigio, come le sue canzoni. Musica da viaggio, mentale o automobilistico che sia. Una capacità di trasporto non comune. Le canzoni? Forse tutte identiche, io ne ricordo solo una, lunghissima, lunga un’ora o più, lunga un viaggio intero, come un romanzo con tanti capitoli diversi ma identici, consecutivi, collegati da una logica. E cosa penso? Di voler parlare di tante cose, troppe per un articolo che dovrebbe essere breve, destinato ad un web che ne leggerà forse le prime tre righe, e notando uno stile troppo personale e prolisso lo richiuderà per passare a qualche cosa di più apprezzato, magari l’ennesima vignetta di facebook omofoba, maschilista, blasfema o antileonardodicapriana. Si, l’orso di Revenant vincerà l’Oscar. E’ assicurato.

“But you can say “baby” “Baby can I hold you tonight?” Maybe if I told you the right words At the right time, you’d be mine” Lo sta dicendo lei ora, mica io. Io direi forse qualche cosa di più interessante, ma non perché io con immodestia creda d’essere migliore di lei (figuriamoci), ma perché sono italiana. E si sa che noi italiani prediligiamo il testo, il contenuto, il messaggio e meno la forma, lo stile, l’estetica. Guccini direbbe qualche cosa di più interessante e meno banale, così pure Battiato, o Bertoli, ma di certo non con quel “touch” tutto anglosassone. Togli il contenuto ad una canzone italiana e trovi una buona melodia, ma non una melodia da togliere il fiato. Togli la melodia agli americani e ne trovi un testo che dice cose tipo “Ma tu puoi dire “tesoro”, tesoro posso tenerti stretta stanotte, forse se io ti avessi detto le parole giuste, al momento giusto tu saresti mio” che dire, wow, roba tosta. Ci starebbe così bene ora quella faccina formata da i due punti ed una “S” maiuscola, ma non credo siano ancora contemplate le emozioni sintetizzate in articoli dal carattere serio, destinate ad una testata giornalistica, seppure online. Ma oggi mi sento particolarmente eversiva, quindi che dire, wow, roba tosta (:S). Spero si sia colta l’ironia.

Tracy e le sue parole svuotate dalla mia incapacità di tradurre istantaneamente il loro significato dall’italiano all’inglese, mi stanno dicendo una cosa improntate. Mi stanno dicendo che il Cinema si comporta esattamente come la musica. Che esclusi particolari eccezioni (in entrambi i campi ed entrambe le culture) un tempo, e con “un tempo” intendo prima del tracollo della Commedia all’italiana, e dell’esplosione Americana della New Hollywood, noi eravamo quelli che i film li scrivevano con polvere di macerie di una guerra che c’aveva devastati, mentre Hollywood, più ricca e meno intenzionata a veicolare messaggi, li produceva in serie tutti patinati e con la brillantina nella folta chioma bruna. Uno era un cinema di sopravvissuti, per sopravvissuti e su sopravvissuti, l’altro un cinema per affascinare, un prodotto che tutt’ora non chiede sforzi da parte di chi lo fruisce, come il cibo in scatola già pronto, o il pasto completo da scongelare e mangiare davanti al televisore, come un enorme chewing gum colorato da masticare a bocca aperta. Vanno ancora di moda le gomme da masticare? Non ne metto in bocca una dai tempi delle BigBabol piatte e rosa con la figurina in miniatura delle Spice Girls dentro, o forse erano calciatori… cambia molto?

I miei amici non conoscevano Scola, e questo mi distrugge, ma conoscono Ennio Morricone, e sono contenti che lui abbia vinto il Golden Globe, pur non sapendo bene cosa sia e a cosa serva questo premio. Sono certa che non abbiano visto i più famosi film con la sua colonna sonora, ma sanno chi sia e questo è già piacevole e non scontato di per sé oggi giorno. Sicuramente dobbiamo ringraziare la faccia di Clint Eastwood per questo, le citazioni che certi geni tipo Tarantino hanno fatto del cinema italiano e delle musiche di Morricone, e probabilmente le compagnie per le suonerie telefoniche. Grazie.

Ho visto un film superlativo. Ho visto un film superlativo che non è stato premiato, pubblicizzato, e che quindi nessuno andrà a vedere, se non i soliti cinefili. Ho visto un film superlativo che uscirà in Italia l’11 Febbraio e che supplico di guardare, si chiama “The end of the tour”, è di un regista che forse non conoscete e non conoscevo, si chiama James Ponsoldt, è stato premiato al Sundance Film Festival per il suo esordio nel 2006 . La sua mano è invisibile all’interno dell’opera, lo spazio scenico è troppo piccolo, limitato, perché si possano muovere indisturbati tre flussi, tre artisti. Ponsoldt sembra, nei confronti del suo film, quasi un padre che aspetta il figlioletto all’arrivo, chiamandolo a sé e guardandolo negli occhi, indietreggiando sempre più, ma lentamente, in modo invisibile. La bici del suo bambino non traballa però, raggiunge la fine del cortile con estrema consapevolezza, forse perché è sorretta da una sceneggiatura firmata dal Premio Pulitzer Donald Margulies, ed a tenere il manubrio e controllare i freni è un interprete gigantesco, Jesse Eisenberg (The Social Network). Ma non basta equilibrio e struttura, serve anche la forza di spingere altrimenti si rimane immobili, pietrificati, incapaci di raggiungere la meta, il pubblico, colpirne forte lo sterno. Ai pedali abbiamo un finto magro, di quelli che sembrano mediocri, smilzi di talento, ma in realtà spogliandosi dai soliti panni mostrano un corpo muscoloso, capace di sforzi fuori dal comune. E’ Jason Segel, ve lo ricorderete per il suo ruolo di Marshall Eriksen in “How I Met Your Mother” o per le commedie risciacquate fatte con Cameron Diaz negli ultimi anni. Dimenticate tutto, o ricordatevelo bene quando lo vedrete in scena in “The end of the tour”, vestito dei panni di un Giacomo Leopardi americano, ma con il coraggio di suicidarsi, o a seconda delle vostre credenze personalissime, con meno coraggio di vivere e sopravvivere.

Jeson Segel è David Foster Wallace, uno dei principali rappresentanti dell’Avantpop. All’interno di questo movimento artistico scaturito dal postmodernismo, Wallace è stato per la letteratura quello che Tarantino, Rodriguez, ed i fratelli Coen sono stati e continuano ad essere per il cinema. Una macchina, una bandana, un registratore, due libri, due cani, due uomini, ecco il cast eccezionale d’un film che fa eccezione di per sé. Non c’è nulla di superfluo, una scenografia di neve ed un obbiettivo, quello di mettersi in saccoccia alla fine dei cinque giorni un’intervista mozzafiato per la rivista Rolling Stone. Il tema? Riconoscere nell’altro ciò che noi stessi non siamo, in positivo od in negativo che sia. Un road movie, ma anche una storia d’amore e di morte. Una gara a chi scende prima dello schianto. A chi possiede più talento, valore, audacia. Una storia vera che si fa metafora per il pubblico. Una pesatura così simile al “Sorpasso” di Dino Risi (sceneggiatura di quell’Ettore Scola morto pochi giorni fa), quella che costituisce “The end of the tour” dove è sempre l’obbligato al viaggio (in questo caso Segel/Wallace nell’altro Trintignant/Mariani) a morire. Non rimaneteci male, non si tratta d’uno spoiler, è Storia che Wallace si sia suicidato nel 2008 impiccandosi in casa sua.

E’ uno spettacolo visto Mercoledì sera qui a Milano, al teatro NO’HMA, ad avermi sbottonato le viscere tanto da convincermi a scrivere questo pezzo. Il disagio ed il piacere strisciavano viscidi nel buio dell’organismo. Eleonora Danco, attrice ed interprete di tale spettacolo, dava voce a chi voce solitamente non ha. I pezzenti, i meschini, gli inetti, gli stolti, i disperati. Gente che si ritrova a parlare e a vomitare fuori da sé quello che ha da dire sull’esistenza, e senza forse intenderlo, trasmette messaggi ben più lucidi ed utili d’un Sorrentino patinato, di stampo americaneggiante, che non avendo più nulla da raccontare, punta tutto sul vestito, sulla forma fisica del film, sul suo lato estetico sublime. E bravo Bigazzi! Ricordo di essermi fatta piacere la sua opera Premio Oscar sperando che si trattasse d’un enorme studiata metafora sulla vuotezza dell’essere umano odierno, sempre più bello e sempre più preoccupato di esserlo, ma poi ho visto “La Giovinezza”, e ho capito che i tempi di “L’amico di famiglia”, o “Le conseguenze dell’amore”, forse, non torneranno più.

“Se hai qualcosa da dire dillo pure con semplicità, se non hai nulla da dire, raffina la tecnica e diventa un impeccabile oratore” Questa è la mia teoria dei fatti, con ciò descriverei il nuovo Sorrentino, buona parte del cinema Hollywoodiano mainstream, e larga parte della musica americana. Questa è la mia risposta al perché molti dei miei compagni di scuola, studenti di cinema come me, non abbiano mai visto “La terrazza” (regia di Ettore Scola), ma sappiano a memoria le battute di tutti gli episodi di Star Wars o adorino smisuratamente le pellicole firmate da Wes Anderson. L’Italia, come l’Europa (e molti autori ebrei o italoamericani, come Woody Allen, Charlie Kaufman e Martin Scorsese) mette al primo posto la sceneggiatura e le affianca adeguate e spesso ugualmente strepitose regie e fotografie, mentre il cinema commerciale americano vive di spettacolarizzazione, quindi un messaggio vale l’altro, una storia non è altro che un pretesto per compiere virtuosismi di stile, per sublimare sensibilità, scioccare platee, procurare sogni, distruggere limiti, ottenere orgasmi visivi.

In un epoca in cui tutto è apparenza, il messaggio verrà sempre più sopraffatto, e presto annientato del tutto. E con ciò arrivo al tema caldo dell’intera questione: “Revenant” sarà spettacolare, ma “The end of the tour”, con un budget enormemente inferiore e per scenografia un catorcio come macchina ed un salotto, vi inciderà un messaggio indelebile nella coscienza.

Come quelle cose che danno estasi al palato, ma non nutrono il corpo. Chiunque mangia volentieri un cheeseburger, pochi sono in grado d’apprezzare le verdure. Ed è forse per questo che gli americani son obesi da tempo, e che a poco a poco lo stiamo diventando anche noi.

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