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Hare Krish… ops, Buon Natale!

Lente d'ingrandimento su All the things must pass, il primo da solista di George Harrison

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All the things must pass

Dopo aver sperimentato il lato oscuro del profano sarebbe bene, dato il periodo dell’anno, passare un po’ al sacro. Qualche giorno fa mi sono imbattuta nell’interessante documentario di ‘niente popò di meno che‘ Martin Scorsese su George Harrison, il mitico chitarrista dei Beatles morto nel 2001.

In quell’occasione ho avuto modo di approfondire la mia conoscenza su un album molto interessante: All the things must pass, il primo da solista di George edito nel 1970.

Come gli amici della rubrica hanno già potuto scoprire sono una grande fan dei Beatles e avevamo già parlato del grande John Lennon proprio attraverso il suo primo disco solista con la Plastic Ono Band. Oggi è la volta di parlare di quello che è passato agli onori delle cronache beatlesiane come il beatle ‘timido’ o ‘tranquillo’, George, il chitarrista solista che buono buono faceva il suo dovere dietro ai due giganti Lennon/McCartney.

Ebbene bisogna sfatare un piccolo mito, George è stato un grandissimo chitarrista che con il suo stile ha contribuito all’evoluzione musicale dei Beatles e che, soprattutto nelle ultime produzioni della band, ha scritto delle memorabili canzoni. Quando all’interno del gruppo c’è un genio le convivenze si complicano, figuriamoci cosa succede quando ti trovi a lavorare con delle ‘teste di serie’ come John e Paul. Probabilmente perle come Something e Here comes the sun non avrebbero mai visto la luce se George non si fosse guadagnato i suoi gradi di credibilità sul campo, anno dopo anno, a cercare di convincere gli altri due Beatles della validità dei suoi brani.

Altro che tranquillità, ci vuole molta resistenza e determinazione!

Sicuramente un contributo alla civile convivenza all’interno della band gli fu data dalla svolta buddista che segnò la vita di George a metà degli anni ’60 dopo i viaggi fatti con i compagni del gruppo alla corte del guru — insieme ad altri vips un po’ hippie come Donovan e Mia Farrow. Questo avvicinamento all’India e alla religione buddista riguardò una dimensione sia spirituale sia culturale, come il grande interesse di George vero la musica indiana. Il suo amico Ravi Shankar, che George fece conoscere all’intero Occidente, gli insegno l’arte del sitar che il musicista inglese ripropose in grandi canzoni come Norwegian Wood.

Alla fine degli anni ’60 tuttavia, nonostante la svolta buddista e la promozione a terzo songwriter del gruppo, George inizia a sentire le grandi pressioni che stanno agitando il gruppo: i debiti della casa discografica Apple, i dissidi interni con il nuovo manager Klein e tra loro (Paul ogni tanto collaborava ai brani di George con le sue ottime linee di basso mentre John gli riservava costantemente una posizione di subalternità). Arriva il 1969 e, a parte Ringo, i risentimenti verso gli altri componenti dei Beatles aumentano.

Un giorno George incontra il vecchio amico Phil Spector, mitico produttore inglese e creatore del ‘Wall of sound’ (il muro del suono) sonoro, e gli fa sentire del materiale che aveva composto negli anni dei Beatles e che non aveva mai visto luce. Spector è colpito molto positivamente dal lavoro di George e , ritenendolo ormai maturo, gli consiglia di tentare a sua volta la strada solista già intrapresa da Paul e John. Così, sotto la supervisione di Spector, George si chiude negli studi di Abbey Road ed inizia a lavorare sul suo album.

Il titolo ‘All the things must pass‘ , ossia tutte le cose devono passare, è un messaggio zen a se stesso ma anche agli ex-colleghi, una presa di consapevolezza dello scioglimento della band più importante del XX secolo ma anche del dolore che serve però a crescere e ad iniziare una nuova avventura. Le cose che passano sono però anche la fama, il successo, i soldi, George questo lo sa bene e predica un sano distacco dalle cose materiali. Anche la copertina riporta questo atteggiamento, una foto del nostro eroe in versione boscaiolo barbuto seduto su una spartana sedia nel giardino della sua maestosa residenza in compagnia di 4 nani intarsiati.

Dal momento che si tratta di un disco doppio proverò a raccontare il disco attraverso le sue tracce più memorabili.

Andiamo quindi ad incominciare con la prima traccia I’d have you anytime. L’atmosfera è suadente grazie ad una bella chitarra che sembra ‘piangere dolcemente’ che non può essere se non quella di George. Le parole sono rivolte dal cantante alla sua amante: ‘lasciami entrare, so perché sono stato qui/ lasciami entrare/ lasciami spiegare’, canta George per rivendicare anche al suo pubblico che nonostante la sua uscita dai Beatles, lui merita una seconda chance perché ‘tutto quello che ho è tuo/tutto quello che vedi è mio’. Chiaro no?

Arriva poi la celeberrima seconda traccia, My sweet Lord. L’intro di chitarra acustica è memorabile ed inconfondibile e dal passo cadenzato non può che attrarre l’ascoltatore. ‘Mio dolce Signore’ canta Harrison con un leggero sottofondo di organo e campane a cui si aggiunge un simpatico coro di Alleluia! Siamo in piena atmosfera gospel e George è il predicatore più furbo che ci sia. Come disse lo stesso cantante tutti quegli Alleluia non sono altro che un diversivo per sdoganare gli amici Hare Krishna. Passato il primo ritornello, dopo l’entrata del basso e della batteria il contro canto del coro inizia proprio a cantare ‘Hare Krishna/ Hare Hare’ e, come disse lo stesso Spector, ci troviamo d’un sol colpo a simpatizzare con quella tribù di casacche arancioni dalla testa pelata tanto in voga alla fine degli anni ’60!

Poi arriva Isn’t it a pity un lascito dell’era Beatles. Qui l’influenza compositiva degli scarafaggi è ancora più evidente. In primo luogo l’introduzione per pianoforte e voce ed un’andatura molto cadenzata e per la lunghissima coda che allunga la canzone fino a 7 minuti, il paragone è quello con la mitica Hey Jude di McCartney. Tuttavia, non solo per lo stile Spector e lo spessore delle liriche, ma anche per essere una composizione risalente al 1966 la canzone finisce per essere originale e un riflesso dello stato d’animo di Harrison: ‘non un peccato, non è una vergogna/come ci siamo spezzati il cuore a vicenda/ e ci siamo causati del male?’.

La sesta traccia, If not for you, è invece segnata da una bella chitarra slide e da un’andatura più lenta ma allo stesso tempo ritmata come una bella cavalcata nel sole in una prateria piena di fiori. Per l’uso dell’organo hammond e dell’armonica lo stile ricorda un po’ quello del nostro Dylan e infatti non ci si sbaglia, visto che quella del buon vecchio George è ‘solo’ una cover in grande stile.

L’ottava traccia è l’interessante Let it Down. Ancora una volta l’apporto di Spector influenza fortemente il brano per la presenza di molti fiati che contribuiscono ad addensare il suono fino a portarlo alla compattezza di un ritornello a metà strada tra il gospel ed il rock che si eleva nel ritornello ‘Let it down’ cantato a squarciagola da George e dal coro. Anche qui si parla d’amore ma, probabilmente, si fa riferimento al peccato della lussuria che colpì ripetutamente Harrison in continua crisi coniugale con Pattie Boyd, sua prima moglie.

Chiuso il primo vinile, il secondo lp si apre con la bellissima Beware of the darkness, traccia ispirata al culto di Krishna i cui Harrison mette in guardia se stesso e tutti noi a non ceder in tentazione delle cose materiali e ai falsi leader, quest’ultima una stoccata proprio nei confronti dell’ex manager dei Beatles Klein. Altro pezzo meritevole del lato è la title track All the things must pass. Composta nel 1969 poco prima dello sciogliemento dei Beatles la traccia stava per finire su Let it be. Invece, con la sua bella andatura segnata dal piano e dalla voce sofferta di George, finisce qui ed in essa ci sono tutti i segnali premonitori di una grande avventura alla fine, cantata con amarezza ma degnamente celebrata. E se I dig love rappresenta una canzone divertissement in cui i vari strumenti (batteria e chitarre) giocano a rincorrersi con un ritmo un po’ grezzo e la voce di George che ricorda la ruvidità di John, con Art of dying si ritrova il filo rosso della spiritualità tra morte e resurrezione a ritmo di rock

L’ultima traccia di questo mastodontico lavoro è Hear me Lord, altro lavoro che a tratti sfiora il gospel rock grazie al determinante contributo del tastierista Billy Preston. Anche questa traccia risale all’era Beatles ed anche questa fu scartata dalle registrazioni per Let it be. Tuttavia il contenuto del suo testo, con i suoi ‘perdonami’, ‘aiutami’ e ‘ascoltami’ è una canzone molto originale e connessa con i problemi legati alla ‘dipendenza da sesso’ che Harrison aveva sviluppato tra gli anni ’60 e gli anni ’70 che lo portò ad incrinare la sua amicizia con Ringo Starr (che poi recuperò) ed Eric Clapton (per ‘colpa’ della moglie Pattie).

Sicuramente All the things must pass è un lavoro complesso e contraddittorio in cui affiora l’originalità del talento di Harrison ma emergono anche le influenze degli ex-colleghi, sebbene eccellentemente mitigate. Inoltre, nonostante il suo contenuto altamente spirituale, i testi dell’album rivelano tutta la loro potenza carnale di un’anima che tende in alto ma le cui radici affondano vigorosamente nella terra dei peccatori.

Insomma se questo Natale vi sentite in colpa per l’eccessiva quantità di Pandoro ingurgitato o perché avete speso tutta la vostra misera tredicesima con il mercante in fiera non vi preoccupate, provate ad intonare ‘Hare Krishna’ al ritmo di Happy days e vi sentirete subito meglio.

Buone feste!

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