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Massimo Gaudioso e Matteo Garrone: un felice sposalizio

Dietro grandi opere, ci sono sempre grandi segreti...e grandi sceneggiatori

"Reality" di Matteo Garrone

“Volevo fare il regista, ma per essere un regista sono necessarie tre qualità: il coraggio, la determinazione, ed il senso di responsabilità”.

Il 19 novembre 2015, presso la Civica Scuola di Cinema di Milano, si è tenuto l’incontro con uno dei più importanti sceneggiatori italiani contemporanei: Massimo Gaudioso. Ho perciò deciso di dedicare questo appuntamento di Screenshot proprio a lui, ai racconti fatti in tale occasione nei riguardi del suo mestiere, della sua storica collaborazione con Matteo Garrone ed ai preziosi consigli rivolti implicitamente a chiunque abbia il desiderio di intraprendere la strada del Cinema.

“Negli anni ‘90 feci la gavetta nella pubblicità (copywriter, ideatore di video istituzionali, spot e sigle) e fu questo per me una sorta di limbo. Un’esperienza fondamentale, poiché mi diede l’opportunità di prendere confidenza con il mezzo. Il primo cortometraggio che feci fu “L’Intruso”, il secondo fu “Il Caricatore” (assieme agli amici Eugenio Cappuccio e Fabio Nunziata, anche loro come Gaudioso, autori, registi e attori dello stesso breve film del 1995). Avevamo bisogno di una critica, volevamo capire se fosse un buon prodotto e così lo facemmo vedere a Nanni Moretti, che non lo apprezzò molto”.

L’oramai notissimo regista romano non riuscì a giudicare con lucidità il prodotto dei tre giovani cineasti, forse a causa della somiglianza del loro progetto con quello che fu per lui un film d’esordio felice e molto fortunato: “Io sono un autarchico” del 1976.

“Quando iniziai a portare in giro il mio cortometraggio conobbi Matteo Garrone. Lui era figlio d’arte, suo padre era il famoso critico teatrale romano Nico Garrone e sue madre era la fotografa Donatella Rimoldi. Anche lui aveva masticato il mezzo da giovanissimo facendo l’aiuto operatore dopo il liceo e poi spendeva la gran parte del suo tempo pitturando, insomma era completamente immerso nell’arte. Ci facemmo i complimenti per i rispettivi cortometraggi e l’anno dopo ci ritrovammo a Torino, entrambi con un nuovo progetto.A suo padre piaceva il mio e diceva che quello di Matteo non era un granché. Fu proprio in queste occasioni che incominciammo ad annusarci. Al tempo Garrone aveva una certezza: voleva fare qualche cosa di molto diverso rispetto a tutto ciò che si vedeva allora al cinema”.

Il cortometraggio di Gaudioso, Cappuccio e Nunziata, realizzato in bianco e nero in 16 mm vinse numerosissimi premi e l’anno successivo (1996) venne sviluppato in un lungometraggio omonimo, anche questo molto apprezzato da pubblico e critica. Così pure il cortometraggio di Garrone, “Silhouette” dopo aver collezionato successo e applausi verrà trasformato in un nuovo progetto, ma diversamente dal lavoro dei colleghi sopracitati, quello di Matteo andrà a costituire uno dei tre episodi che compongono “Terra di mezzo”, un film che racconta con sguardo realistico ed un linguaggio al limite tra la fiction ed il documentario storie di emarginazione di alcuni stranieri nel nostro paese. Rimanendo fedele a questa sua esplicitata affezione nei riguardi della sfera individuale e sociale degli emarginati, Garrone firma nel 1998 “Ospiti”, un lungometraggio con protagoniste le vicende romane di Gheni e Gherti, due giovani immigrati albanesi, mentre Gaudioso, si ritrova a far gruppo con i fedeli Cappuccio e Nunziata scrivendo e dirigendo il suo secondo lungo: “La vita è una sola”. Deciso a realizzare la sua terza opera, “Estate Romana”, Garrone pensa bene di coinvolgere il collega, precedentemente conosciuto, per la sceneggiatura, ed assieme a Gaudioso scriverà la storia della convivenza fra tre artisti, una giovane attrice di teatro d’avanguardia, uno scenografo napoletano e la sua assistente. Ancora una volta il regista romano sceglie d’incorniciare sul grande schermo individui dalle esistenze precarie.

“Nelle storie, tanto a me quanto a Matteo, è sempre interessato parlare di persone. Lui non è un regista tradizionale, è molto visivo, parte sempre da un’immagine e da un personaggio. Quell’immagine diviene per noi un incentivo, che va poi abbandonato a favore del film. L’immagine diviene sopratutto uno strumento di legame fra me e lui, un modo per capirci. Per “L’imbalsamatore” per esempio, l’immagine era una foto che c’era sul giornale. Rappresentava questo nano a cavallo di un leone di marmo, ma poi l’elemento realmente importante, fu il paesaggio che Matteo trovò durante la ricerca delle location”.

“L’imbalsamatore” (2002), opera che prende ispirazione dalla cronaca romana del “nano di Termini” Domenico Semeraro, un tassidermista omosessuale, ucciso dal suo protetto Armando Lovaglio nel 1990, sarà il film che permetterà a Garrone e Gaudioso di ottenere un vero successo di critica, aggiudicandosi il David di Donatello per la migliore sceneggiatura.

“Come dissi in precedenza, il mio desiderio era fare il regista, ma con il tempo riconobbi che lavorando in tre dietro la macchina da presa, Cappuccio, Nunziata ed io, funzionavamo bene, ma da solo non riuscivo ad avere quella forza e tenacia che dovrebbe essere caratteristica imprescindibile di un regista. Matteo Garrone invece è sempre stato un treno, da buon ex agonista, è molto coraggioso, intraprende film che non concedono niente all’industria, realizza opere non come si fanno di solito, ma come piacciono a lui. Nonostante questa sua audacia e sicurezza, Matteo sa essere anche molto umile. Mi coinvolge sempre sui set, tranne che per quest’ultimo film “Il racconto dei racconti”, poiché ero impegnato io stesso a girare un film. Io sono per Garrone un po’ la memoria storica dell’opera. Nei primi tempi ero molto presente anche in montaggio, specialmente ne “L’imbalsamatore”, dove il pre-montato era davvero un disastro”.

Il 2004 fu poi la volta di “Primo Amore”, un film liberamente ispirato al libro “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini. Per la sceneggiatura verrà coinvolto da Garrone e Gaudioso anche lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan, che nell’opera ricoprirà anche il ruolo di protagonista.

Se il 2008 sarà un grande anno per Matteo Garrone, che vincerà il Grand Prix al Festival di Cannes, moltissimi riconoscimenti agli European Film Awards ed una nomination ai Golden Globe, grazie al film “Gomorra” tratto dal libro inchiesta di Roberto Saviano, per Gaudioso sarà un periodo intensissimo di soddisfazioni. Oltre che al fianco del collaboratore storico Garrone, lo sceneggiatore napoletano festeggerà l’uscita in sala di molti film nati anche grazie a sue collaborazioni come “Il seme della discordia” di Pappi Corsicato, “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari, e “Pranzo di ferragosto”, un film quest’ultimo che vanta una tragicomica gestazione.

‘Pranzo di ferragosto’ nasce da un’idea di Gianni Di Gregorio, l’aiuto regista di Matteo Garrone, una persona molto poetica, ma timida. Un uomo che sta sempre nell’ombra. Aveva scritto questo copione bellissimo basandosi sulla sua storia personale, lo ha portato in giro, ma a nessuno piaceva e dopo due anni di tentativi, Matteo decide di presentarlo lui ed ottiene 650.000 euro per realizzarlo, ma poi accadde un guaio ed il film rimase due anni fermo.
Mentre Garrone era in produzione con “Gomorra”, veniamo a sapere che il film di Gianni si sarebbe potuto fare, ma obbligatoriamente entro agosto, perciò Matteo decide di affiancare me a De Gregorio ed affidare a lui la regia del film. Io avrei dovuto aiutarlo e sostenerlo nell’impresa. L’attore principale venne scelto da Matteo, era milanese, ma lo storia era ambientata a Trastevere ed infatti il povero interprete, pur essendo un ottimo professionista, non funzionava affatto. Il povero Gianni, molto suscettibile, si beccò così un ernia psicosomatica, poiché vedeva il suo progetto andare a rotoli. Dopo qualche settimana De Gregorio era praticamente piegato dal dolore fisico, ed abbiamo deciso di far vedere il girato a Garrone per fargli capire che l’attore da lui scelto non era assolutamente adatto. Questi se ne accorse e si scusò enormemente con entrambi. Fu presa così la decisione migliore: Gianni De Gregorio avrebbe dovuto interpretare se stesso ed il film lo avremmo girato in quattro settimane, poiché due se ne erano già andate in fumo. Gianni, investito ancora da un’altra responsabilità stava sempre peggio e Matteo, accortosene, mi chiese di prendere in mano la situazione. Così mi ritrovai a fare la direzione artistica del film, con quattro vecchiette che mai avevano recitato, e la più giovane, mi sembra avesse più di ottant’anni. Abbiamo così buttato il copione originale e girato alla francese, per risparmiare sul tempo. Gianni, all’età di sessant’anni ha meritatamente vinto a Venezia con questo film che rappresenta ad oggi il massimo guadagno produttivo di Garrone, un’opera venduta in tutto il mondo.Ci hanno fatto anche delle pièce teatrali. Il film ha il merito di apparire autentico, incredibilmente naturale, poiché si è nutrito delle cose che venivano fuori a pranzo con queste signore, le loro esperienze, le ricette, gli aneddoti, le abitudini. Tutto ciò fu inserito all’interno di una bella storia che già c’era”.

Per il critico cinematografico Goffredo Fofi, il film di Garrone è addirittura migliore del libro di Roberto Saviano. Nel primo weekend di programmazione è stato il film più visto in Italia, con un incasso di 1.825.643 euro.

“Il libro “Gomorra” è più un saggio giornalistico che un racconto dal quale poterne trarre un film, la storia vera e propria non c’era, perciò ce la dovemmo inventare. Siamo partiti da un’immagine: cinesi congelati che vengono scaricati da un container. La solita immagine con la quale Matteo mi fa entrare nella sua ottica, ma è un’immagine che infatti, come spesso accade poi, non risulta nel nostro film. Matteo ha costruito, per questa produzione, una grossa tabella di compensato con delle tasche di plastica per infilare dei fogli in cui inserire le storie dei personaggi che più ci piacevano, e poi rimuovevamo piano piano gli episodi meno interessanti. Man mano che andavamo avanti toglievamo delle caselle perché in certi casi ci sembravano una forzatura. In una settimana abbiamo scelto i personaggi, definito i loro percorsi e fatto le scalette”.

Sfortunatamente il tempo in compagnia di Gaudioso, passato così entusiasticamente, scadde con altrettanta velocità impedendoci di ascoltare i suoi aneddoti riguardo la lavorazione di “Reality” (2012) ed “Il racconto dei racconti” (2015), opere, anche queste, nate dalla collaborazione con Matteo Garrone, sino ad oggi la sua più prolifica.
Tra le tantissime sceneggiature firmate da Massimo Gaudioso, non possono essere dimenticate quelle per Daniele Ciprì: “E’ stato il figlio” (2012) e “La buca” (2014) e per Luca Miniero: “Benvenuti al Sud” (2010) e “La scuola più bella del mondo” (2014).

Il 24 marzo 2016 uscirà nelle sale italiane “Un paese quasi perfetto”, con Silvio Orlando, Carlo Buccirosso, Fabio Volo, Miriam Leone e Nando Paone. Un film del quale Gaudioso firma la sceneggiatura e la regia. Che la vicinanza di Garrone gli abbia finalmente conferito quella forza e quella tenacia che credeva di non possedere per poter dirigere ottimamente un set solo suo?

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