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Manichini e sintetizzatori, i Kraftwerk

Allora, come è andata la passeggiata dentro l'era del computer?

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Kraftwerk

Oggi faremo ancora un passo indietro rimanendo sempre nell’era del computer e ritorneremo proprio agli albori analizzando uno dei dischi fondamentali del XX secolo, dal titolo profetico: The Man Machine, classe 1978, dei mitici Kraftwerk.


Come potete intuire dal nome il gruppo viene dalla ex Germania Occidentale, nasce infatti a Dusseldorf nel 1970 da due studenti del conservatorio: Ralf Hutter e Florian Schneider con Karl Bartos  e Wolfang Flur. La storia di questa band è intrinsecamente legata al periodo d’oro della musica rock di matrice tedesca, quella che gli addetti ai lavori italiani coniarono con il geniale epiteto di Krautrock.

In breve, il Krautrock è una definizione a cui si riconducono una serie di gruppi tedeschi nati tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, gruppi che hanno indagato i limiti della musica contemporanea attraverso sperimentazioni nel campo del progressive-rock e di un’embrionale musica elettronica.

All’interno della categoria troviamo dei nomi eccellenti e famosi come i Can, i Neu!  e gli sperimentatori della musica ambient, i Cluster, che nella loro carriera collaboreranno con un giovanissimo Brian Eno solista.

Ma torniamo ai Krafterk.
Dicevamo che la loro storia è molto particolare e l’approccio elettronico arriva solo dopo una serie di esperimenti musicali precedenti da parte dei suoi membri. Il loro primo album s’intitola con molta fantasia Kraftwerk 1, un lavoro dalle profonde radici Krautrock che forse non viene esattamente come sperato tanto che la band in poco tempo subisce dei cambiamenti. Il leader, Ralf Hutter, lascia la band. Ma il divorzio non dura tanto infatti nel 1971 Ralf rientra nel gruppo, ma a questo punto, per bizzarra ironia, sono gli altri due componenti a lasciare la band: Klaus Dinger e Michael Rother, che andranno a formare i già citati Neu!.

E’ un bel colpo per Ralf, ma, come in tutte le crisi, ci sono buone opportunità di ripartire con uno spirito nuovo. Il 1973 è l’anno della svolta sotto molti punti di vista. A livello musicale il gruppo si allontana dalla casa materna del Krautrock e diventa maggiorenne: il terzo album, Ralf e Florian, vira decisamente sulla musica elettronica ed è la pista giusta che li porterà nel 1974 al primo lavoro veramente innovativo, Autobahn. Nel gruppo sono entrati un nuovo percussionista (Wolfang Flur) e un chitarrista-violinista (Klaus Rhoeder), dal canto loro i due membri originari non stanno con le mani in mano e sviluppano un suono nuovo: il ritmo sintetico, ottenuto attraverso la combinazione di suoni provenienti dai sintetizzatori. I Kraftwerk hanno fatto così centro e brevettano un suono che diventerà il loro marchio di fabbrica negli anni a venire. Nello stesso tempo l’incontro con il pittore Emil Schult li influenzerà dal punto di vista estetico.

I lavori successivi iniziano a seguire un motivo conduttore tematico in linea per quei tempi visionari: nel 1975 esce Radio-Activity contenente brani sul tema della radio e del nuclerare, nel 1977 è la volta di Trans Europe Express portato al successo dall’omonimo singolo spaccaclassifiche. L’onda buona non si è ancora esaurita ed è così che in nostri nel 1978 si mettono al lavoro per un nuovo disco: The Man Machine appunto.

Come si può intuire qui il tema di fondo è dedicato allo spazio e ai robot. Un contenuto che è ancora più amplificato dall’iconografia a cui il gruppo e la copertina dell’album decidono di ispirarsi. Avete presente il famosissimo manifesto sovietico dove una ragazza ritratta in bianco e nero è immortalata mentre grida qualcosa aiutandosi con una mano ‘a cucchiara’? BeH, i Kraftwerk riprendono questo stile sovietico. In The Man Machine vengono ritratti tutti in fila su una scala vestiti nello stesso identico modo: camicia rossa e cravatta nera, i colori dell’album, e una mitica pinella sulla testa.
Insomma, c’è aria di rivoluzione!

E la promessa viene subito mantenuta dalla prima, mitica, traccia: The Robots.
La traccia si apre con un suono simile a una sirena e nel giro di poco tempo arrivano le prime, martellanti sequenze ritmiche, veloci e precise. Poi arriva una sequenza di accordi molto semplici ma dannatamente efficaci che stringono l’ascoltatore. Dura solo alcuni secondi poi si viene spiazzati da una voce robotica che dice: “Noi siamo i robot!”. Forse dopo tre decenni di musica elettronica questi suoni potranno apparire ad alcuni banali, ma così non è. La melodia è sempre efficace e tagliente ed, inoltre, non bisogna scordare che nel 1978 dei suoni totalmente sintetici erano veramente da fantascienza.

Si continua con Spacelab, canzone introdotta da una serie di suoni molto interessanti che ricordano un po’ la colonna sonora usata nelle peggiori serie per delineare un personaggio che entra o esce da un sogno. Ma l’atmosfera dura poco interrotta da una serie di beat (battiti) serratissimi che procedono ciclicamente in tono crescente e descrescente. Le parole sono molto basiche: spacelab, ma quello che conta è la trama tessuta dai sintetizzatori che delineano la base ritmica e il tema conduttore suonato da un simil-flauto, interrotta soltanto dalla breve incursione di una voce ancora una volta robotica.

La terza traccia ha un titolo proprio azzeccato: Metropolis. Fritz Lang e i Kraftwerk si leggono nel pensiero e a distanza di decenni la combinazione tra il genio di entrambi è molto evidente, provate a sentire la musica osservando le sequenze del film. In questa traccia ci sono ancore delle sirene che si levano con toni diversi come i fari di un carcere che cercano nella notte un fuggitivo. Il clima è pesante nell’introduzione, segnata da un crescendo che si interrompe col cambio della trama di fondo su cui si inseriscono i beat. I sintetizzatori iniziano a delineare quindi la melodia che assume i contorni della spy-story dall’atmosfera misteriosa. Verso la fine per la prima volta compare una voce meno robotica rispetto alle altre volte, che però non si spreca e bofonchia solamente: Metropolis, con un accento paurosamente tedesco.

Ed arriva così il momento di The Model, ossia la canzone più pop dell’album e quella che non vi si staccherà più dalla testa e vi verrà in mente nei momenti più impensati. Qui i canoni ritornano sul classico, un ritmo preciso segnato come da una batteria elettronica mentre i sintetizzatori si impegnano nelle variazioni melodiche e nei riff. In questo brano è presente anche un testo in inglese banale quanto ironico: “Lei è una modella ed è bella/ vorrei portarla a casa, questo è ovvio/ sorride di tanto in tanto/ ma con una macchina fotografica cambia idea”.

Con Neon Lights abbandoniamo finalmente i toni cupi e anzi il ritmo sostenuto e gli accordi in maggiore potrebbero farne la colonna sonora perfetta per una giornata di vacanza. D’altra parte come indica il titolo, siamo ancora in un ambito urbano, in un contesto notturno illuminato dalle luci artificiali dei neon: “at the fall of the night, this city is made of light”. Una canzone adatta per una bella camminata notturna per il corso illuminato dalle luci natalizie.

Si arriva così all’ultima traccia del disco, The Man Machine, quella che a mio parere contiene tutti i germi del futuro elettronico che verrà. Il suono è quello che è in voga anche oggi: minimalista, con poche note ben scandite che svettano tra i beat di sottofondi e gli effetti sonori. Un suono ripetitivo ed ossessivo che tuttavia non si può ascoltare senza evitare di muovere la testa e di canticchiare, in maniera inesorabile: machine (macchina).

The Man Machine è sicuramente una pietra miliare per gli ascoltatori di allora, che sono diventati nel mentre i nostri dj preferiti, ma anche per noi, per capire da dove abbiamo iniziato, dai suoni freddi emessi da un ammasso di circuiti.

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