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Un ‘trillo’ di nome Janis

Alla scoperta di una delle più grandi voci femminili degli anni '70

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Optovolante - Ottica a Senigallia
Janis Joplin

A volte capita che gli stimoli per scrivere di musica possano arrivare da strade non convenzionali. Può succedere infattti che l’ispirazione capiti quando meno te l’aspetti, ad esempio mentre sei al cinema.

Mi stavo aggirando per la sala d’aspetto quando mi sono imbattuta in una locandina con una scritta arancione che diceva: ‘Janis‘. Il ritratto in bianco e nero era l’inconfondibile ritratto di una delle più grandi cantanti del secolo scorso, una delle poche voci ‘bianche’ a saper interpretare il grande blues, Janis Joplin.

Se l’altra volta abbiamo parlato di Bob Dylan e del suo capolavoro ‘Highway 61 revisited‘, oggi non ci allontaniamo troppo dal mitico Mississipi ma scendiamo giù quel tanto che basta per raccontare brevemente la biografia della grande Janis.

Arriviamo dritti quindi in Texas dove in una fredda notte di Gennaio del 1943 il signore e la signora Joplin danno alla luce Janis Lyn. I Joplin sono una famiglia di estrazione modesta con già due gemelli a carico ed un’ultimogenita difficile da gestire.

Siamo nella seconda metà degli anni ’50 quando l’adolescente Janis sviluppa due grandi passioni: la pittura e il canto. Janis è un’adolescente non proprio popolare, osteggiata dai compagni per via dei problemi di acne e per il sovrappeso, la futura cantante si trova a confrontarsi con un ambiente ostile segnato dal razzismo: ‘ero una disadattata- confesserà ironicamente la futura cantante qualche anno più tardi- leggevo, dipingevo e non odiavo gli afroamericani’.

Non è un caso se per combattere la solitudine la Joplin si interessa alla musica degli schiavi, il blues, ed elegge Bessie Smith a suo mito personale. Nel 1962 Janis lascia la casa dei genitori e si trasferisce a Beaumont per frequentare il college. Continua a manifestare il suo spirito ribelle infrangendo la moda dell’epoca ell’epoca (veste sempre un paio di jeans sgualciti) e le etichette sociali (gira per il campus a piedi nudi), ma sopratutto si rende conto che cantare le piace troppo per farlo rimanere un hobby della domenica. Così inizia un periodo di dura gavetta facendo la spola in alcuni locali del Texas dove perfezionerà uno stile vocale inconfondibile.

La prima grande svolta arriva nel 1963. Janis lascia il Texas, prende un autobus e si dirige nella città hippie per eccellenza, San Francisco, andando a vivere nel quartiere di High-Asbury, all’epoca pieno di case vittoriane malandate ed abitate dagli esponenti della controcultura beat. Nel soggiorno californiano la futura blues-singer trova terreno fertile per coltivare le proprie potenzialità e diventa amica del futuro Jefferson Airplane Jorma Kaukonen, con cui registra alcuni standard blues. Iniziano anche la frequentazioni con le droge pesanti: allucinogeni e, sporadicamente eroina.

E’ il 1965 quando rientra in Texas. I bagordi californiani sembrano alle spalle, Janis torna al college e sfiora la possibilità di accasarsi. Ma questa ‘normalità’ non fa per lei e nel 1966 sceglie di prendere definitivamente la strada del rock’n’roll. Con il suo stile texano, la Joplin fa colpo su Sam Andrew dei ‘Big Brother and the Holding company’, gruppo acid-blues alla ricerca disperata di una cantante.

E’ proprio con loro si esibisce nel 1967 al leggendario Festival pop di Monterey, il papà di Woodstock. La sua esibizione con la ‘Big Brother’ è epica e segna l’inizio di una fruttuosa collaborazione che porterà la band a registrare il secondo lavoro discografico (ma il primo per Janis): Cheap thrills, che esce nel 1968.

Se è vero che i grandi album si riconoscono dalla copertina, ‘Cheap Thrills‘ rientra a pieni voti nella categoria, più che altro per una questione di fortuna. Per una gruppo musicale della San Francisco hippie niente sarebbe stato più naturale che apparire ‘complitely naked’ (ossia tutti nudi). Alla fine, con l’album pronto ad uscire, la casa discografica decide di censurare la succinta copertina e Janis Joplin si rivolge così ad un suo amico, il genio del fumetto underground Robert Crumb.Il fumettista realizza nel giro di una notte (e con l’aiuto, si dice, degli acidi) una copertina ironica e coloratissima a fumetti, in cui inserisce canzoni e musicisti, tra cui una Janis stile sex-bomb, e perfino gli agguerriti Hell’s Angels.

Si parte con il primo brano dell’album, ‘Combination of the two‘. Altro che studio di registrazione, qui sembra di stare ad un concerto! Iintrodotto da una voce al microfono si fa strada un suono grezzo che lascia spazio ad un ritmo secco e sostenuto. L’esordio è decisamente ‘di gruppo’: ritornelli ululati e un riff rock distorto. Il vero biglietto da visita di Janis è il suo ‘assolo vocale’ pulitissimo al culmine del tiratissimo assolo di chitarra di Sam Andrew. Non c’è che dire questa combinazione è esplosiva.

Con ‘I need a man to love‘, seconda traccia, siamo già in pieno stile Janis. La commistione con il gruppo è totale, ma questa volta è lei che conduce il gioco. Dopo la bella introduzione in perfetto rock-blues ecco che arriva la voce: un ruvido sussurro che si insinua nell’arrangiamento strumentale, capace però di arrivare a rivelarsi in un urlo rabbioso, distorto come il suono della chitarra: ‘oh no/can’t be this loneliness/baby, surrounding me/no, it just can’t be (oh no, non ci può essere, baby, questa solitudine, proprio non ci può essere).

Ed ecco la terza traccia ‘Summertime‘. Io amo questa canzone, sia nella versione originale di Gershwin-Fitzgerald, che nella versione di Janis. Il brano è arrangiato in maniera superba con il bellissimo dialogo delle chitarre di Sam Andrew e James Gurley a scambiarsi il ruolo di chitarra solista e portante che regala al brano un meraviglioso tappeto sonoro in bilico tra arpeggi e svisate distorte. Su questa base si delinea il capolavoro vocale di Janis Joplin. La sua voce è ricca di sfumature, pulita o ruvida è infatti sempre in grado di restituire all’ascoltatore il suo timbro emozionale. Il testo è una semplice ninna nanna cantata da un’ipotetica bambinaia nera ad un ricco bambino bianco in procinto di addormentarsi: l’estate risplende, vivere è facile, tuo padre è ricco e tua madre è bellissima, forza piccolo non piangere. Un brano allo stesso tempo struggente e orgasmico.

Non c’è tempo per riprendere fiato e si continua con un altro classico del repertorio: ‘Piece of my heart‘. Qui si abbandona la malinconia e la sveglia viene suonata poderosamente dall’attacco in simultanea di chitarra e batteria. Anche qui la composizione non è originale ma è la stessa interpretazione della Joplin, aggressiva e ironica, a dare al brano tutta un’altra spinta: ‘non ti ho fatto sentire come tu fossi l’unico uomo al mondo?/non ti ho forse dato quasi tutto quello che una donna può darti?/ bhe, dolcezza, ogni volta che dico a me stessa che ne ho avuto abbastanza/ ti dimostrerò, baby, quanto può essere tosta una donna‘. Il testo è convertito al femminile e non è un semplice atto di dolore ma una dichiarazione di parità di genere.

Finalmente si arriva al blues vero e proprio, piano voce e chitarra, con la prima composizione originale della Joplin, ‘Turtle blues’. Il testo della canzone è sullo stesso tono della precedente, Janis si rivolge ancora una volta agli uomini e dice: ‘sono cattiva, sono cattiva/(…) perchè li tratto come voglio/ e non come dovrei’. Anche in questo sta l’unicità della Joplin: aver preso il blues e averlo declinato al femminile quasi quanto Patti Smith farà un decennio dopo con il rock. Anche l’arrangiamento è perfetto, giocoso e frizzante. Inoltre la registrazione ritorna ancora una volta in’presa diretta’ e si ha la sensazione di essere proprio lì, in una bettola del Mississipi, a bere whisky e sentire Janis cantare. La sesta traccia ‘Oh sweet Mary’ ha tutto un altro piglio invece. Le chitarre omaggiano sia il surf rock stile Dick Dale sia il rock tipo ‘Born to be wild’ o, con le sue derive psichedeliche, Jefferson Airplane. La voce di Janis torna ad amalgamarsi con il resto del gruppo, seguendo i cambi di mood e di tempo, pur non perdendo mai la propria ruvidezza.

Per l’ultima track invece i ‘Big Brother‘ scippano ancora una volta una canzone del grande blues, il brano ‘Ball and chain’ di Big Mama Thornton, una vecchia conoscenza della Joplin. Come era accaduto per ‘Summertime’ questo classico viene declinato nell’acid-blues marchio di fabbrica della band. L’intro è un riff blues per chitarra decisamente distorto, il basso è incalzante mentre la batteria segna i cambi di ritmo.

La voce della Joplin attraversa anche in questo caso tante sfumature: da una strofa abbastanza pulita arriva al ritornello trasformando il suo canto quasi in un sospiro onomatopeico, mentre le chitarre inseguono il suo canto alternando energiche stoppate con delle più svisate più morbide. D’altro canto la validità della cover era già stata sperimentata al festival di Monterey, dove venne eseguita davanti ad una platea in estasi e tale ambientazione viene riportata anche sull’album che si apre e si chiude come fosse un live.

Anche se la parentesi con la ‘Big brother and the Holding company’ non avrà vita lunga, possiamo dire che con ‘Cheap Thrills’ Janis centra un esordio memorabile, destinato a rimanere negli annali del grande rock. Quella voce carica di ruvida dolcezza echeggerà anche dalle parti di Woodstock, prima di rimanere cristallizzata per sempre nell’album solista ‘Pearl’. Ma questa è un’altra storia.

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