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Paolucci Dott.ssa Francesca
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Highway 61 revisited, tabula folk elettrificata

Ovvero anche i nostri miti hanno un mito

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Highway 61 revisited

L’articolo di oggi potrebbe tranquillamente portare il titolo di ‘anche i nostri miti hanno un mito‘, gli artisti che oggi mettiamo sul piedistallo della genialità sono stati a loro volta degli ascoltatori/lettori/spettatori influenzati dai loro miti. Come diceva Picasso, “i buoni artisti copiano, i grandi imitano”… ma non si fanno beccare, si potrebbe chiosare implicitamente.

Andiamo al dunque quindi, oggi si parla del grande Bob Dylan, che avevamo introdotto descrivendo il primo lavoro solista di John Lennon in cui allo stesso tempo lo celebrava e rinnegava. Bisogna dire però che nei suoi 50 anni di carriera Bob Dylan è stato anche un grande ‘rinnegatore’ di se stesso, abile nel non rimanere schiavo di un’immagine o di un genere, ma ad accordare la sua musica a se stesso, un artista indubbiamente.

Il nostro Bob in realtà nasce come Robert Zimmermann (‘I don’t believe in Zimmermann’ cantava Lennon), nel 1941 a Duluth, Minnesota (USA). Ragazzo vivace e ribelle, scappa da casa diverse volte inseguendo il mito del grande chitarrista folk e profeta dell’antifascismo americano Woodie Guthrie. Quello che scorre nelle vene del giovane Robert è il grande folk americano, con le sue storie disperate e polverose, ma sempre, maledettamente, vere.

Sotto questa spinta Robert arriva al Greenwich Village di New York, il mitico quartiere bohemienne, e inizia ad esibirsi in vari locali armato di chitarra e fisarmonica. Siamo nei primi anni ’60 e la scena folk newyorkese è a dir poco frizzante. Questo il momento in cui Robert diventa Bob e accorcia il suo lungo cognome ebraico nel più memorabile Dylan. Quando nel 1963 esce The Freewhelin’ Bob Dylan la canzone di protesta americana scopre il successore di Guthrie. Inizia la guerra in Vietnam, Dylan partecipa ai sit-in di Allen Ginsberg e si fidanza con la ‘pasionaria’ del folk civile Joan Baez.

Ma nel 1964 qualcosa cambia, Bob non vuole essere ‘quello che canta canzoni di protesta’, nella sua testa e tra le sue mani ci sono altre parole, altre melodie. Il punto della situazione è segnato da ‘Bringing all back home,’ l’album che fa storcere il naso ai fan della prima ora, i duri e puri del folk.

Tuttavia Dylan sente che è sulla strada giusta, chitarra ed armonica da sole non bastano più e quindi apre ad altri strumenti e alle influenze musicali che in quegli anni stanno sconvolgendo una parte del mondo. E’ in questo modo che viene alla luce il secondo album della cosidetta ‘trilogia elettrica’: ‘Highway 61 revisited‘.

La strada a cui Dylan si riferisce nel titolo non è la mitica ‘route 66’, la strada del sogno americano beat, ma è ugualmente significativa. L’autostrada 61 infatti è quella che collega il Minnesota, stato di nascita del cantautore, al Mississipi, patria del grande blues americano. Ma poi c’è l’altra parte del titolo, quel revisited che significa ‘rivisto’ oppure ‘rinnovato’. Come per il folk Dylan assorbe i miti della musica americana e li cambia, adattandoli su se stesso.

La copertina dell’album non è tra le più evocative: Dylan, con una bella camicia a fantasia, è seduto in mezzo ad una stanza e rivolge un’occhiata non proprio accomodante all’obiettivo del fotografo; alle sue spalle si intravedono gambe e braccia di un membro dello staff e una macchina fotografica penzolante. Sembra una foto scattata per caso, o per scherzo.

Ma qui non si scherza affatto ed il primo brano è uno di quelli destinati ad entrare nella storia del Rock, Like a rolling stone. La leggenda vuole che Dylan abbia iniziato a comporre la canzone durante un viaggio in aereo e che la giusta ispirazione sia stata la vista di un fulmine dal finestrino. E’ appunto inaspettata come un fulmine a ciel sereno la battuta secca di batteria che apre il brano, seguita da una brillante combinazione piano-organo che dona alla canzone un riff memorabile. Come nelle migliori favole anche qui l’album inizia come una fiaba: ‘Once upon a time…(c’era una volta). Si parla di Miss Solitude una donna dell’high society caduta in disgrazia. ‘Come ci si sente, ad essere senza una casa, come un signor nessuno? Come un vagabondo?‘ chiede Dylan.

In realtà ciò che si cela nella domanda di questa canzone amara e disincantata è un avvertimento: attenzione a fingere di essere qualcosa che non si è, perchè il rischio è di fare la fine di Miss Solitude che ha confuso la sua vita con le cose che aveva ed una volta perso tutto non ha avuto altro che se stessa. Da qui l’iconica frase: ‘quando non hai niente, non hai niente da perdere‘.

Il tributo al blues continua anche nel secondo brano: Tombstone blues. Il ritmo è più veloce rispetto alla prima traccia, la batteria pesta giù duro mentre il basso delinea l’ossatura della canzone. Il piano è veloce e da un tocco da ‘saloon western’ mentre la chitarra si perde in ululati slide. Nelle liriche, che ricordano le classiche 12 battute del Delta blues, c’è dentro un po’ di tutto: Beethoveen, Giovanni Battista, personaggi fittizi. Una tecnica che verrà ripresa pià volte all’interno del disco. ‘Mum is in the factory/ i am in the kitchen with the tombstone blues (mamma è in fabbrica/io sono in cucina con il tombstone blues), canta Dylan rifacendo il verso a Guthrie nel ritornello.

La terza traccia ‘It takes a lot to laugh, it takes a train to cry’ potrebbe essere una canzone del primo Bob,con un bel vestito blues addosso. Anche qui la sessione ritmica è precisa ed il tocco del piano, con i suoi divertissment acuti, aggiunge una spinta in più al brano. Per la prima volta invece si assiste distintamente al ritorno dell’armonica a far da alter-ego alla voce rauca e trasognata del nostro eroe. In ‘From a buick 6’ invece Dylan restituisce, in un certo verso, il favore ai Beatles. Non ricorda forse la famosa ‘I fell fine’ dei Beatles la linea di basso (e la melodia) di questa canzone? Certo è più blues e rallentata, ma l’assonanza c’è.

Si arriva poi al secondo brano portante dell’album Ballad of a thin man, uno dei brani più famosi e misteriosi del menestrello di Duluth. Qui il piano fa da protagonista, con un susseguirsi di accordi secco e ripetitivo, mentre l’atmosfera tenebrosa e intrigante è sorretta da un arrangiamento molto semplice impreziosito dall’organo e dalla bella interpretazione vocale di Dylan, per l’occasione più narratore che cantante. Al posto di Miss Solitude abbiamo Mr. Jones, protagonista indiscusso della canzone, che entra in questa stanza dove ‘something here it’s happening but you don’t know what it is’ (sta succedendo qualcosa, ma tu – Mister Jones- non sai di cosa si tratta).
Chi è Mr Jones? Che cosa non riesce a capire? Le risposte a queste domande sono tante, un giornalista musicale, un uomo omosessuale. Forse, visti i tempi, con questo brano Dylan allude agli ipocriti della cultura borghese americana, generici Mr Jones incapaci di comprendere che le novità che stanno investendo il mondo, riferendosi in particolare a quelle portate dalla controcultura.

Con il settimo brano Queen Jane approximately si ritorna sullo stile Dylan elettrificato: ancora una volta assistiamo ad una combo piano ed organo, a tessere la melodia, le chitarre a sottolineare e a impreziosire i passaggi del testo. Canzone molto solare e sognante, in cui si distingue il caratteristico stile nasale e distaccato della voce e l’assolo di armonica, che ancora una volta ritorna.
Poi l’ascoltatore si trova a viaggiare in direzione Mississipi, la title-track ci immerge in pieno in un Mississipi blues elettrificato. Il testo della canzone svetta per originalità, ad ogni strofa viene introdotto un problema risolto sulla Highway 61: il rimando biblico con Abramo che deve sacrificare suo figlio sulla strada, poveracci e freaks, fino al giocatore d’azzardo che progetta la prossima guerra mondiale da scatenare su quella strada.

Un altro esempio di narrativa dylaniana si può trovare nelle ultime due tracce dell’album. ‘Just like a Tom Thumb’s blues’ racconta la storia di Tom Thumb, un centrifugato di personaggi della grande letteratura americana da Poe a Kerouac, che si perde in Messico e dopo una serie di avventure fa ritorno a New York. Anche qui lo stile è a metà strada da il blues alla maniera di Dylan e il folk. Ma il vero capolavoro letterario, della durata di 11 minuti!, è Desolation Raw. Ad un attento ascoltatore il brano può sembrare a ragione un deja vù. Infatti il grande Fabrizio de Andrè riuscì, nel 1974, a renderne una bellissima trasposizione in italiano: Via della Povertà. Anche qui il meltin’ pot dei personaggi è impressionante: Cenerentola, il Fantasma dell’opera,Thomas Eliot, tutti ad affacciarsi per il loro momento di gloria su questa strada della desolazione. Il brano è cantato con trasporto e dopo tanto pianoforte ed organo si ritorna alle origini: chitarra ed l’armonica.

Ma è solo il canto del cigno, Dylan non vuole essere imprigionato in nessun poster o slogan da appendere in camera. Nell’estate del 1965 Dylan deciderà di dare la lieta novella a Newport durante il Festival folk più famosodegli Stati Uniti quando attaccando ‘Like a Rolling Stone’ si trasformò nell’eretico del folk-rock.

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