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Il tema della “Casa” nel cinema italiano analizzando Badia, di Etrio Fidora

BADIA di Etrio Fidora

Molto spesso per capire certe questioni bisogna arrivare a sentirle nella propria pelle. Necessitiamo l’immersione nell’esperienza per poter sintonizzarci con quella.


Scelgo quindi, questa volta, di trainarvi in un esperimento immobile. Appena arriverete al prossimo capoverso, chiudete gli occhi e immaginate di trovarvi sulla soglia di casa vostra, di quella dei vostri genitori o se preferite quella dei nonni. Allora, una volta al buio concentratevi e provate a vedere con la mente il ricordo e le sensazioni, ciò che trovereste attorno a voi se foste realmente lì. Forse a destra allungando la mano arrivereste a toccare quel vecchio mobile con il telefono e il quadretto raffigurante il matrimonio di qualche lontano parente, in cui voi ancora bambini e vestiti in un modo che sfiora il ridicolo, lanciate petali o tirate la sottana della mamma per tornare a giocare.

Avanzando di qualche passo, cosa vedreste? Ci sarebbe forse quel vecchio tavolo da pranzo, sempre pieno di leccornie nei festosi pranzi di Natale, o forse quel incelofanato divano in cui avete dato il primo bacio a un’amica di scuola… proseguendo potrebbe esserci la cucina, il luogo dove ogni sogno culinario si faceva reale nelle mani della nonna. Torte, biscottini, tagliatelle, file su file di cannelloni stesi su quei panni bianchi nel tavolo da lavoro. Un lungo corridoio, ci slittavate da piccoli con i pattini a quattro ruote, mentre i genitori parlavano in salotto e non si accorgevano di voi? Una stanza, la vostra.

Quanti ricordi appesi al muro? Tutti quei brutti disegni fatti al corso di pittura, i diplomi, le lauree, il certificato di presenza al laboratorio di supereroi della colonia estiva. Una medaglia, forse due…quelle vinte ai giochi senza barriere da piccoli, quando siete caduti e vi siete slogati una caviglia. Una mensola piena di libri, ve li ricordate tutti, li avete letti e riletti sotto le coperte, di notte, piccoli brividi al buio che non vi facevano più addormentare. Una finestra, un balcone, affacciatevi…che cosa vedete? Voi che correte in bicicletta nel cortile, un amico che vi chiama a gran voce con un pallone sotto braccio, la nonna che stende le lenzuola, i gavettoni, le litigate per il monopattino. Chiudete gli occhi cinque minuti e siate visitatori indisturbati della vostra casa, toccate gli oggetti, sentite la sensazione che lascia il loro materiale sui vostri polpastrelli, e sentite ugualmente il ricordo che vi pizzica nel cuore, accoglietelo e proseguite. Continuate ad avanzare.

Tornate qui ora. Vi siete lasciati coinvolgere dall’esperimento? E’ stato piacevole rievocare.
Tutto ciò che avete percepito sono immagini mnemoniche, sono ricordi, extroflessioni del pensiero, sono sensazioni scavate, emozioni depositate nel fondo, ma indimenticate. Sono i muri di una casa, la vostra, sono il legno dei tavoli e il marmo dei pavimenti ad aver conservato per voi le ombre degli anni passati. E’ questo che fa una casa, oltre che proteggervi dal freddo e dalla pioggia, si costruisce negli anni ragnatele di connessioni tra voi e lei, tra voi e quel camino, tra voi e il lettone dei genitori, tra voi e il giardino. Legami a doppio filo invisibili, ma percepibili dal sentimento. Questo è un potere superiore, che una casa continua ad avere anche dopo essere stata distrutta, abbattuta, modificata, restaurata, incendiata, cancellata. Anche quando lei non ci sarà più, o sarà completamente diversa da ciò che era, rimarrà quella di sempre se proverete a chiudere gli occhi e la chiamerete a voi con il pensiero.

Che cosa ho voluto dimostrare? Niente di fenomenale, certamente non la scoperta del secolo, piuttosto ho desiderato rievocare qualche cosa che si sa per natura, ma che si è sempre più tesi a dimenticare: la casa per un uomo dovrebbe essere un diritto e non un privilegio, la casa per un uomo non sono quattro mura improvvisate, quelle sono un riparo, non sono due stanze fredde in un paese straniero, quelle sono un rifugio, non sono impersonali camere d’albergo, quelle sono un rimedio, non sono i nudi locali di un ospizio, quelli sono un ripiego.

La casa è la Casa, un’appendice dell’essere umano, una collezione di ricordi, una memoria aggiuntiva. La casa compresa dei suoi arredi, soprammobili e docori è l’inorganico della nostra persona, è la prova della nostra comparsa sulla terra. Ce lo fa comprendere perfettamente il film d’animazione Up (2009), nel quale Carl, il protagonista, un vedovo ottantenne, si rifiuta per tutta la vicenda di abbandonare la propria casa, e vola via con essa fino a raggiungere le Cascate Paradiso. Quella casa è ciò che testimonia il suo amore con Ellie, la donna che ha avuto al suo fianco per tutta la vita, e che ora essendo defunta rivive solo attraverso quelle mura, è diventata lei stessa quelle mura. La casa di Up è Ellie, è il fossile della sua esistenza.

Entrando nell’abitazione di una persona si può capire molto di lei, se non tutto. I suoi gusti, le sue abitudini, il suo lavoro, i suoi legami, la sua personalità. Un’ottima prova di tutto questo ce la fornisce l’intensa pellicola del sudcoreano Kim Ki-duk, Ferro3. Seguendo le esperienze di Tae-suk nelle case vuote degli altri, pur non imbattendoci nei legittimi proprietari (li vedremo in carne ed ossa solo inseguito) noi impariamo a conoscerli attraverso gli arredi, le fotografie, i soprammobili, siamo in grado di inserirli in una determinata classe sociale, creiamo un primo abbozzo di personalità, ce li immaginiamo così bene, che quando li incontriamo per la prima volta sullo schermo, la sensazione è quella di averli già conosciuti.

Ho scelto di trattare questo argomento per portarvi alla conoscenza di un cortometraggio degno di nota e d’attenzione, che mi ha arrecato emozioni forti e paralizzanti. Non c’è finzione in quei pochi minuti diretti da Etrio Fidora, giovane studente di Cinema presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, ma una verità agghiacciante chiusa tra due vetrini e posta sotto la lente microscopica della macchina da presa. Vi invito a guardarlo prima di continuare con la nostra analisi. Assaporatene la bellezza, accoglietene il messaggio.

Il viso esemplare di Caterina, protagonista di “Badia”, è ritidoma, è corteccia. Conosciamo attraverso questo piccolo documentario intervista una donna-tronco, rappresentante di una delle categorie più deboli della società, gli anziani, sradicata dal suo habitat naturale e trapiantata in un nuovo ecosistema “apparentemente” adatto, ma in realtà dannoso per l’esemplare stesso.
Caterina, ci racconta il regista suo nipote, è stata sfrattata dalla casa in cui ha cresciuto i suoi figli e i figli dei suoi figli, in cui ha vissuto per cinquant’anni, collezionando gioie e drammi come ogni essere umano.

L’essere umano, non è solo un essere vivente, è anche un essere pensante, è un essere emotivo, è un essere memorizzante, non è quindi sufficiente trapiantarlo in un nuovo ambiente dotato di tutti i comfort necessari alla sopravvivenza di quest’ultimo perché questi stia felice ed in salute, poiché lo scopo della vita non è quello di “non morire”, ma quello di vivere. E si può forse vivere realmente sentendosi “niente”, “vuota”, “inutile” come la protagonista confessa di considerarsi da quando è stata accolta nella casa di riposo? Credete sia possibile non lasciarsi morire sentendosi circondati da “poco amore”?

Gustav Jung in seguito ad un suo sogno del 1909, in cui interpreta l’abitazione come un simbolo dell’Io strutturato attraverso molti livelli di coscienza, definisce l’immagine della casa come “pelle psichica” dell’individuo. Per una persona anziana infatti, un dislocamento può innescare gravi stati di disagio mentale come l’ansia, la perdita di identità, l’inibizione e il disorientamento. Perdere la propria casa significa anche tagliare i legami che univano l’individuo al “suo” sociale, oltre che la modificazione non richiesta e perciò forzata dei rituali, che è assai noto, sono da sempre pilastri fondamentali nella vita dei più vecchi.

Gli occhi lucidi di Caterina trattengono un forte senso di ingiustizia, una rassegnazione dolorosa, un urlo di indignazione che si fa supplica attraverso le sue labbra gentili.

E se è vero che la casa è il più grande archivio della storia di un individuo, privarlo di quest’ultima equivale a cancellare il suo passato, ciò che ha costruito, sudato, guadagnato durante il suo vissuto. Quelle poltrone tutte identiche, in fila nel salotto dell’ospizio sono più stimolanti di qualsiasi appello. Rappresentano l’omologazione, la “non proprietà”, l’assenza di riferimento e di conforto. Sistemate in fila una accanto all’altra, in una posizione che non invita al dialogo attivo fra gli ospiti della casa di riposo, ma ce li lascia immaginare come meri “spettatori”, immobili e passivi, di una vita che continua, di un tempo che avanza, del quale loro paiono purtroppo non farne parte.

Caterina sembra l’incarnazione contemporanea del famoso Umberto Domenico Ferrari del 1952. Se infatti proviamo a continuare la storia del signor Umberto D dopo i titoli di coda del capolavoro neorealistico di De Sica e Zavattini, probabilmente ritroveremo il disgraziato vecchietto che con il suo cagnolino Flaik (a cui deve la vita), rimasto senza dimora perché sfrattato dalla padrona di casa, verrà ospitato in qualche casa d’accoglienza gestita dalla Chiesa, forse, e si ritroverà anche lui abbandonato, senza amore attorno e completamente solo. Certo la situazione di Caterina è piuttosto diversa, ha una famiglia che le vuole bene e che le garantisce le cure e una dignitosa dimora, ma come il personaggio interpretato da Carlo Battisti, anche lei è stata privata del suo “nido”, del suo “rifugio”, della “sicurezza” per ritrovarsi in un luogo nuovo e ostile che l’ha resa irreversibilmente vulnerabile.

La sacralità della casa è un tema molto caro al Cinema italiano; Etrio Fidora ha realizzato una piccola opera documentaristica che ci sensibilizza nei confronti del “Dislocamento degli anziani” che, oramai da qualche decennio, non vivono più i loro ultimi anni in famiglia, assieme a figli e nipoti, ma soli in qualche apposito centro ospite. Mi piacerebbe però ricordare anche altri due fenomeni affini al tema oggetto di questa lunga riflessione, che durante la storia della settima arte italiana sono stati al centro dell’interesse culturale, tali “Gli sfollati” e “Gli abusivi”, e voglio riportarli alla vostra attenzione con due titoli importanti come “ Totò cerca casa” di Steno e Monicelli, e “Il Tetto”, sempre di De Sica e Zavattini.

Il primo fra i due, racconta con il brillante linguaggio della commedia, (servendosi di una delle più strabilianti e gustose interpretazioni di Totò) la tragica realtà di tutte quelle famiglie che dopo aver perduto la propria abitazione a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, si sono ritrovate a vivere in posti di fortuna (scuole, uffici, baracche, negozi) impegnandosi in una continua ricerca di un alloggio definitivo e confortevole. La seconda opera, che ha certamente ottenuto meno fortuna di pubblico rispetto alla precedente, si occupa invece del fenomeno dell’abusivismo nell’Italia degli anni ‘50, specialmente nelle periferie di Roma, innescato dall’Urbanizzazione che convogliava masse operaie provenienti dalle campagne sulle metropoli. Gli immigrati si sostenevano a vicenda costruendo di notte la casa per una famiglia. Abitazioni minuscole e naturalmente illegali, fatte di mattoni, che dovevano essere provviste di tetto per impedirne la demolizione da parte delle guardie la mattina seguente.

Con questa mia parentesi, auguro a “Badia” di diventare virale, un cortometraggio progresso che desti negli individui il desiderio di ascoltare i più anziani, di accogliere le loro suppliche silenziose e di guardarli negli occhi per leggere quello che sarà il futuro di ognuno di noi, un avvenire che non dovrebbe essere fatto di sconforto e rassegnazione, ma di gioia e senso di completezza.

Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una Badia…

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