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Panascè e la Civiltà dell’Immagine

Ovvero come disarmare il nemico e fuggire dalla caverna

Centro Teatrale Senigalliese - Scuola di teatro popolare - Corsi 2015
Panascè

Ogni opera d’arte è composta di strati, così come ogni affermazione ed ogni comportamento umano.

Lo strato altro non è che un livello di significato, che può essere, partendo dall’esterno e raggiungendo l’interno, “Superficiale” e quindi immediato ed oggettivo, “Intrinseco” perciò recondito, e volontariamente od involontariamente dissimulato, e “Nucleare” quindi occultato e naturalmente inintelligibile.

Mentre il primo strato, quello di superficie o epiteliale, è palesemente oggettivo e lascia ben poco alla nostra immaginazione di spettatori, il secondo ed il terzo strato obbediscono alla nostra soggettività, o ancor meglio, subiscono il filtro della nostra cultura, esperienza e sensibilità individuale. Al contrario del secondo che pur emancipandosi dall’opera stessa per assecondare le tesi del pubblico rimane a questa legato proprio per fornire quelle basi di partenza che siano da stimolo al singolo spettatore, il terzo strato, quello nucleare è totalmente sconnesso dall’opera stessa, che assume nei suoi confronti il potere che un barattolo di vetro ha nei riguardi dell’insetto suo prigioniero.

Ogni volta che ci interfacciamo con un’opera, perciò, esercitiamo una Estrapolazione, quella dello strato superficiale, quindi il significato immediato, una Elaborazione, dello strato intrinseco e soggettivo, ed una Sensazione, ovvero accogliamo nel nostro fisico il significato nucleare, che pur entrando in questo nuovo recipiente non lascia mai realmente l’opera, creando fra lo spettatore ed essa un legame irreversibile.

Essendo lo strato nucleare inintelligibile e sconnesso, semanticamente parlando, dall’opera stessa, è pure condannato all’inesplicabilità, ovvero non può essere in alcun modo e in alcun linguaggio raccontato. Ci si deve accontentare infatti solo di conoscere le conseguenze da questo causate nello spettatore divenuto ospite.

Per meglio comprendere questo processo ho deciso di analizzare assieme a voi il cortometraggio vincitore dei premi della giuria e del pubblico al Lake Como Film Festival di quest’anno. Panascè, questo è il suo nome, è stato realizzato da tre studenti del Centro Sperimentale di Cinema di Milano, tali Giovanni Iavarone, Pablo Poletti e Guido Tabacco.

Per evitare però la piega sterile che potrebbe assumere questa mia analisi se vi parlassi di qualcosa che non avete mai visto, vi invito a guardare attentamente il cortometraggio, che dura unicamente otto minuti, e che trovate inserito qui sotto.

Diamo inizio a questo approfondimento partendo, come la logica vuole, con una focalizzazione sullo strato superficiale che senza alcun dubbio ci metterà tutti d’accordo.

Il messaggio di facciata di Panascè è un invito al coraggio indirizzato agli anziani, che potremmo concepire come tali o come simboli scelti dai tre autori per rappresentare tutti gli emarginati sociali, a non ricercare la soluzione al proprio dramma individuale (lutto, paura, senso di inadeguatezza ed inutilità) nell’isolamento, che sia questo voluto o accettato, ma manifestando la propria esistenza in maniera attiva od anche corrispondendo la qualsivoglia sana proposta di contatto proveniente dall’esterno.

Scandita da tre arie di Giuseppe Verdi (Noi siamo zingarelle dalla Traviata, Questa o quella e La donna è mobile dal Rigoletto) l’intera vicenda è scomponibile nei soliti tre atti aristotelici. Il primo, quello per tradizione dedicato all’introduzione dei personaggi e dell’ambiente, ci mette a conoscenza di quello che è il mondo di Lino, il protagonista maschile. Un universo composto unicamente dal Palazzo Gallio, del quale è custode ed abitante affezionato. Lì lavora e lì si dedica allo sport e all’arte, della quale intendiamo subito essere grande apprezzatore. Non ha però interazioni con l’esterno e quando tenta o è tentato da un possibile contatto con quest’ultimo (il tiro a golf e la signora che bussa alla porta), il suo gesto rimbalza e la sua volontà rinnega ogni avvicinamento, respingendolo ancora una volta all’interno della fortezza, quella concreta e quella allegorica dell’isolamento.

Il secondo atto, riassumibile in “scontro e lotta” ci mette a conoscenza di un nuovo personaggio, il figlio, che lottando e scontrandosi con il padre fermamente restio a qualsiasi proposta di approccio con la gentile e attempata donzella, riesce a creare i presupposti perché questo incontro avvenga. Un ulteriore conflitto è quello che si crea fra le personalità dei due futuri amanti: lei vivace ed intraprendente, lui riluttante e disallenato.

Giungiamo quindi al terzo ed ultimo atto, la “risoluzione della crisi”. Dopo l’improvviso mancamento, Lino si risveglia in ospedale ed al suo fianco trova quella stessa donna che solo il giorno prima etichettava come una “sconosciuta”. Non è solo, e incomincia a realizzare di quanto sia stimolante e rassicurante avere una compagna accanto, con la quale, figurativamente parlando, si trova anche il coraggio di mettere la testa sott’acqua e di affrontare i propri problemi.

Ora che abbiamo tradotto dal pensiero al concetto scritto la nostra Estrapolazione del significato epiteliale, constatando di quanto questa sia per tutti noi molto simile (essendo palesata dai tre autori attraverso le immagini) ci dedichiamo alla Elaborazione, quindi scaviamo nelle nostre conoscenze, esperienze e ideologie per ricavare da Panascè stimoli efficaci che ci indirizzino nella nostra personale interpretazione.

Non beneficiando di onniscenza, posso esclusivamente farvi mostra di quella che è la mia propria Elaborazione della suddetta opera.

Stilizzando la vicenda come il percorso di un individuo che abbandona il proprio habitat naturale, ma forse sarebbe meglio dire “artificiale” essendo una fortezza, per congiungersi alla natura quella vera dimostrando di nutrire per essa simultaneamente attrazione e repulsione, e infine palesare un improvviso mancamento, non ho potuto trattenermi dal rintracciare non poche somiglianze con la celebre sindrome di Stendhal.

A stimolare questa mia personale valutazione, è stato sicuramente il venire a conoscenza del nome che i tre giovani cineasti hanno dovuto scegliere per iscriversi al concorso poi vinto, tale appunto “Stendhal Syndrome”. Una scelta però fatta senza alcun genere di collegamento con l’opera in se, ma come iperbolico augurio di ottenere un notevole successo nel pubblico.

Dunque, sappiamo tutti che nella citata sindrome ad essere colpevole del mancamento dell’individuo sensibile non è la natura bensì l’opera d’arte, ma mi permetto di ricordare che quella del 1817 non era ancora una Civiltà dell’Immagine, non esisteva Internet con il suo massiccio contenuto di fotografie, ritratti, disegni, illustrazioni, grafiche, video, pubblicità, riproduzioni d’opere e di tutto il resto del visibile concreto ed astratto, non esisteva la televisione con i suoi venticinque fotogrammi al secondo e non esisteva il cinema. Quindi, non dirò una gastroneria, affermando che nel diciannovesimo secolo era la natura ad essere di più accessibile contemplazione per un individuo rispetto all’immagine, presupposto che certamente non è valido per il giorno d’oggi.

Stendhal uscendo dalla Santa Croce a Firenze “camminò temendo di cadere e la vita gli sembrò essersi inaridita” per aver visto stupefacenti riproduzioni della realtà, cosa tanto insolita e rara per un uomo d’allora, quanto ordinaria per quello di oggi. Quindi, persuasa dalle mie convinzioni, ho approfondito le mie conoscenze in materia e ho rintracciato non poche nozioni utili ad avvalorare la mia tesi.

Graziella Magherini, la prima psichiatra ad individuare ed analizzare il disturbo nel 1977, ha elaborato una formula che tenta di spiegare il rapporto tra fruitore e oggetto responsabile del malessere, che tradizionalmente è l’opera d’arte ma che noi  sostituiremo con l’opera naturale:

FRUIZIONE ARTISTICA= esperienza estetica primaria + Perturbante + fatto scelto + F

Se per esperienza estetica primaria si intende il primo incontro del bambino con il volto, i seni e la voce della madre, quindi con una bellezza capace di procurare estasi, il Perturbante freudiano consiste in un’esperienza conflittuale passata, rimossa, ma emotivamente molto significativa per il fruitore, che ritorna prepotentemente attiva nel momento in cui avviene il reale incontro/scontro con l’opera, naturale o artistica che sia.

Nel caso del nostro protagonista potrebbe essere l’incapacità di nuotare legata a chissà quale spiacevole episodio o trauma passato e rinvenuta con violenza nella memoria di Lino, nel momento in cui l’amica ammirando il lago inizia a raccontare della sua infanzia trascorsavi a fare i tuffi.  

Con il “fatto scelto” si intende un particolare dell’opera (nel nostro caso il lago di Como) sul quale la persona concentra tutta la sua attenzione, che rievoca sfumature del proprio vissuto personale e perciò conferisce all’opera, un intimo significato emozionale responsabile del malessere. Quello della nostra storia potrebbe essere la “profondità” del lago, data la sofferta incapacità di Lino di nuotare sott’acqua.

Quindi proseguirei con un altro spunto di riflessione. Un’innovativa teoria psicoanalitica ipotizza che a determinare il malessere nel soggetto fruitore non sia unicamente la contemplazione di una magnificenza tanto spaventosa quanto estasiante, ma un sentimento inconscio di invidia esercitato dall’individuo nei confronti della bellezza, ma io oserei suggerire anche dell’immortalità e dell’immutabilità, dell’opera artistica o naturale della quale vorrebbe impossessarsi. Anche in questi termini l’ipotesi rende plausibile il nostro ragionamento, fondamentalmente Lino è una persona anziana e un’esistenza effimera naturalmente sfiorita in bellezza.

A conclusione di questa analisi quindi, la mia Elaborazione consiste nella presa di coscienza che mai come oggi il Mito della Caverna sia stato più esplicativo della momentanea esistenza umana.

Noi figli del XX e del XXI secolo siamo tutti prigionieri sin dall’infanzia in questo mondo fatto di pseudoambienti, ombre e riproduzioni che altro non sono che fantasmi del reale e, come vuole la metafora platonica, nel momento in cui torneremo a slanciarci empaticamente nell’ammirazione della natura ecco che ci bruceranno gli occhi e proveremo dolore, ci sembrerà meno reale e meno bella della finzione a cui siamo abituati, ma con la pazienza torneremo ad apprezzare il sole nel cielo e non unicamente il suo riflesso nell’acqua.

Con tutto ciò non ho il desiderio di convincere voi dell’esattezza della mia interpretazione, che essendo soggettiva non può per natura essere esatta, ma nutro il desiderio di stimolarvi a guardare oltre il superficiale, di scavare nel profondo delle cose e trarre le vostre riflessioni, le vostre idee, i vostri pensieri. Solo in questo modo si distruggeranno superstizioni e pregiudizi, leggende e falsi dei e ci si riuscirà a difendere da qualsiasi tentata, meschina persuasione.

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