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Abraxas, nella giungla di Santana

Parte su Senigallia Notizie una nuova rubrica musicale dal nome "33 giri", a cura di Michela Sartini

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Santana - Abraxas

C’era una volta, in un tempo non troppo lontano dal nostro, uno strano oggetto: aveva un grande piatto girevole, un piccolo braccio meccanico e due orecchie, pardon, casse. Questo ‘animale’ domestico contornato da manopole aveva anche un nome proprio: giradischi.

Per chi non l’avesse capito stiamo parlando di musica, ma che cosa c’entra il giradischi con ‘33 giri’, titolo di questa rubrica?

Gli appassionati di musica ‘analogica’ di ieri e di oggi (ebbene sì i giradischi sono ancora di moda) sanno benissimo che i vecchi supporti musicali, quei cerchi di plastica nera chiamati vinili, avevano una superficie rugosa ed ogni ruga corrispondeva ad un solco. Ogni vinile aveva due lati e su ogni lato era contenuta una certa quantità di canzoni che doveva essere contenuta in circa 33 minuti, quasi un giro al minuto che la puntina doveva tracciare attraverso i solchi. Da qui il titolo per una rubrica di musica che cercherà di parlare dei lavori di piccoli e grandi artisti, facendo attenzione a non limitarsi ad una certo genere, ad una data epoca o ad una particolare tecnologia.

Ho scelto di inaugurare questa rubrica proprio con un grande classico: ‘Abraxas’ di Carlos Santana, un album colpevole, per così dire, di aver aperto le mie innocenti orecchie di bambina. Dovete sapere che, quando ero piccola, invece di ascoltare le Spice Girls ed impazzire per le boyband, ero incuriosita dalla musica ‘vecchia’. Ogni tanto il finesettimana andavo dai miei nonni e mentre aspettavo il pranzo, aprivo la porta del salotto e fissavo il giradischi che troneggiava spavaldo in un angolo, sopra il mobile con l’abat-jour. Un giorno, vincendo la mia ritrosia, chiesi a mio padre cosa fosse quell’oggetto e lui, in tutta risposta, prese Abraxas di Santana e lo mise sul piatto facendo partire il brano ‘Oye como va’. A quel punto nulla fu più come prima.

Carlos Santana è il chitarrista messicano che lega per la prima volta il rock ai canoni della musica latinoamericana, quella messicana in primis. Con un cespuglio di capelli ricci neri e due baffetti da sparviero non fa fatica, sul palco di Woodstock, a consacrarsi eroe della musica ‘latin’ con il brano ‘Soul sacrifice’, un vero è proprio groove orgiastico perfetto per un festival di pace, musica e tanto amore. Dopo un esordio sfolgorante, nel 1970 Santana pubblica ‘Abraxas’, il biglietto da visita che lo proietta nell’Olimpo del Rock.

Già dalla copertina, il disco non manca di dare nell’occhio. L’artwork dell’album è la riproduzione di un quadro del pittore tedesco Mati Kalrwein e riesce a rappresentare perfettamente l’essenza della musica di Santana attraverso le immagini.

Il centro della scena è una sensuale annunciazione tutta al femminile: una donna-angelo nuda arriva in sella ad una conga per annunciare la buona novella ad una ‘maya desnuda’ in versione afro che l’ascolta sdraiata ad occhi chiusi, con una colomba bianca tra le gambe. Tutto intorno a loro è il trionfo della natura: fiori, frutti e scorci di un paradiso caraibico. Uno scenario esotico che si rivela appropriato tanto quanto il titolo dell’album: Abraxas. E’ lo stesso Santana a fornire la spiegazione.

Nel retro di copertina infatti, sotto la colonna con la track-list e la formazione della band, compare anche una citazione tratta da ‘Demian’ di Herman Hesse“We stood before it and began to freeze inside from the exertion. We questioned the painting, berated it, made love to it, prayed to it: We called it mother, called it whore and slut, called it our beloved, called it Abraxas…”.

La citazione dice: “noi stavamo lì davanti e cominciavamo a congelarci dentro per lo sforzo. Mettemmo in discussione il dipinto, lo rimproverammo, ci facemmo l’amore, lo pregammo: lo chiamammo madre, lo chiamammo puttana e sgualdrina, lo chiamammo amore, lo chiamammo Abraxas…”.

Il messaggio è chiaro: Santana vuol far godere l’ascoltatore e quest’ultimo, dopo esser stato stuzzicato a dovere, non può che dare la parola alle canzoni e verificare se sapranno essere all’altezza di tali premesse.

Posizionato sul grande piatto nero del giradischi, il disco può iniziare a ruotare. La puntina viene adagiata sui solchi e dopo alcuni secondi di fruscio l’ascoltatore è dentro al dipinto, dentro Abraxas.

Il primo brano è la strumentale ‘Singing Winds, Crying Beasts’: un’introduzione molto soft dove l’inconfondibile chitarra di Santana inizia a levare un dolce lamento. E’ lei la bestia che vaga piangente nella foresta di Abraxas attraversata del vento animato dalle percussioni e dall’organo Hammond.

Passano pochi minuti e con una coda strumentale si arriva al secondo pezzo del disco, che diventerà un successo internazionale ripreso più tardi dai Fleetwood Mac: ‘Black Magic Woman/Gypsy Queen’. L’inizio del brano è come un colpo di tosse, la chitarra si schiarisce la voce dopo tanto piangere ed inizia a raccontare la storia di questa ammaliatrice zingara nera. La struttura della canzone è molto particolare: da una parte c’è l’uomo che perde la testa per questa donna tanto da dire “I need you so bad” (‘ho un disperato bisogno di te’), dall’altra c’è la melodia della chitarra ad impersonare la donna tentatrice e sfuggente, un essere che allontana e richiama a sé come le onde del mare. Questo sensuale passo a due viene poi stemperato dal trillo birichino dell’organo Hammond di “Oye como va”, presa in prestito dal genio di Tito Puente. La terza canzone di Abraxas è esplosiva: il basso scandisce un ritmo sicuro, poi le percussioni ed infine il riff della chitarra. Qui le parole sono funzionali alla musica e si ripetono: “Oye como va, mi ritmo/Bueno pa gozar, mulata”. Il concetto è sempre quello:gozar, ossia godere, gioire. La canzone è estremamente accattivante (o per dirla in termini moderni: marpiona) e diventa anch’essa uno dei singoli di maggiore successo dell’album.

La fine della canzone è un vortice in crescendo, con le percussioni e l’Hammond che danno vita ad ritmo sempre più frenetico. Poi l’organo mette fine alla festa, pausa e si ricomincia con “Incident at Neshabur”. Si cambia decisamente registro, l’energica introduzione di chitarra, basso e batteria ricorda più il rock dell’Emisfero nord del pianeta, galassia Led Zeppelin, ed l’impulso sudista sembra leggermente affievolirsi. Seguendo una struttura circolare, che troveremo anche nel lato B, “Incident at Neshabur” è anch’esso un brano strumentale e potrebbe senza grandi problemi: la città della canzone in cui avviene l’incidente, Neshabur, è un’incrocio tra realtà e finzione: la parola vanta una notevole assonanza con la città iraniana di Nishapur. Negli ultimi minuti del brano, invece, si torna ad avvertire il richiamo al Sudamerica e, come all’inizio, la melodia torna dolce quasi a voler dire all’ascoltatore riposiamoci un attimo che poi ricominciamo.

Dopo di che si deve girare il disco e riposizionare la puntina sul vinile, per scoprire che le sorprese non sono ancora finite. Come molti brani di Abraxas molte composizioni sono riprese da altri autori e riarrangiate da Santana e dal suo gruppo. Proprio su questo lato sono presenti due omaggi al percussionista nicaraguense Jose Areas detto ‘Chepito’, le canzoni che aprono e chiudono il lato.

Si riprende da dove avevamo lasciato: “Se a cabo” è il filo di collegamento con l’ultimo brano del lato A, ritmo latino e atmosfera da spy story. La velocità è sempre sostenuta dal comparto ritmico: percussioni, congas e basso mentre la chitarra e l’organo si fronteggiano tracciando le linee melodiche della canzone. Anche questo pezzo è in gran parte strumentale anche se verso la fine della canzone si aggiunge al caos sonoro il coro martellante che scandisce il titolo del brano. La seconda canzone del lato è invece in lingua inglese: “Mother’s daughter”. Si torna a parlare di donne ma, al contrario di Black magic Woman qui non c’è dolcezza, anzi il ritmo, pur seguendo sempre i canoni latini, è decisamente più tirato ed anche il testo non scherza: “your stupid game is about to end/you played it out/thought you had it made” ( il tuo stupido gioco sta finendo, pensavi di avercela fatta ed invece il gioco non ti è riuscito).

Contrariamente al lato A, che iniziava piano per poi accelerare, il B side parte forte e poi rallenta, anche se per poco. Arriva il pezzo centrale del secondo lato e dell’intero album: “Samba pa ti”. Questa canzone è il ‘marchio di fabbrica’ del suono di Santana e una delle poche composizioni originali del disco. E’ interamente strumentale e, per la prima volta, la chitarra è assoluta protagonista e non viene più sommersa dal ‘muro del suono’ di organi e percussioni che, come animali mansueti, si lasciano ammaliare dal tocco magico di Santana. Questo brano diventerà un cavallo di battaglia del chitarrista, in Italia verrà utilizzato come sottofondo nella pubblicità di un gelato e diventerà il banco di prova di tanti aspiranti chitarristi. Ma torniamo all’album.

Dopo questa serenata d’amore arriva un nuovo stacco: “Hope you are feeling better”, seconda canzone di lingua inglese il cui titolo è tutto un programma. L’ascoltatore fa nuovamente ‘armi e bagagli’ e si ritrova ancora nell’emisfero Nord (Led Zeppelin, Creedence Clearwater Revival, insomma roba forte). Ritmo sostenuto e arrangiamento solido, in questo brano la chitarra e l’organo esplodono nella parte finale con una bella progressione armonica ed infine un inseguimento con frenate ed accelerazioni di ritmo. Il disco sembrerebbe chiudersi qui, strizzando l’occhio agli echi del rock occidentale mainstream ed invece c’è ancora un ultimo, piccolissimo, brano a chiudere quasi come una bonus track dal forte carattere latino: “El Nicoya”. Il brano che chiude il secondo lato è il trionfo delle percussioni, omaggio al suo compositore Jose Chepito Arenas. Poi il sabbah finisce, la puntina torna a gracchiare a vuoto sugli ultimi solchi ed il braccio meccanico ritorna nella sua posizione di partenza.

Santana ha mantenuto la promessa, l’ascoltatore è stato stregato dalle sirene di questa musica meticcia, un inno alla vita che, a prescindere dal supporto, risulta all’ascolto sempre fresco anche a decenni di distanza. Per quanto mi riguarda Abraxas è uno dei miei album preferiti ma c’è stato un periodo in cui l’album mi metteva un po’ in soggezione. Quando stavo imparando a suonare la chitarra mio padre mi martellava di richieste musicali, tra cui: “fammi sentire Samba pa ti!”.

Ovviamente quella canzone non l’ho mai imparata, ma Abraxas lo ascolto ancora, rigorosamente, in 33 giri.

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