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Che fine hanno fatto le Subculture?

Gli Who e la Teoria dell’identità sociale in Quadrophenia

Quadrophenia

Certo non si può dire che oggi ci siano delle divisioni ben definite tra i giovani. Appaiono più che altro come masse ambulanti e disomogenee, travestite da manichini.

Concepiscono le stesse idee preconfezionate e indossano esattamente gli abbinamenti che vengono loro propinati da giornali o vetrine, lasciando che il connubio tra moda e media detti loro le leggi di comportamento e di atteggiamento.
Quello che manca però, ed è ben visibile se per puro gusto d’analisi ci si introduce in qualche ambiente saturo d’ormoni effervescenti, è proprio il taglio netto, il muro, gli anni luce di distanza ideologica ed estetica tra un ammasso e l’altro.
Salvo alcune rare e benvenute eccezioni, i ragazzi non hanno ideali ben delineati, sentiti e difesi, e tanto meno idee delle quali andar fieri.

Questa non vuole essere una critica, per carità, ma una semplice constatazione di un tempo che cambia, di una storia sociale che muta. Non ci sono guelfi e ghibellini, tanto meno destrorsi e sinistrorsi, non ci sono dandy, figli dei fiori, rude boys, o rastafariani. I media italiani hanno cercato di convincerci dell’esistenza dei truzzi e degli emo, e devo dire che fortunatamente questi loro tentativi non hanno avuto salda presa nel pubblico da salotto fruitore di MTV. Pur avendoci propinato ore ed ore di My Chemical Romance e Thirty Seconds to Mars, infatti, l’onda dell’alternative rock/emo non ha attecchito con successo, staccandosi poco a poco a piccoli brandelli come un “temporary tattoo” dal corpo ospite, dopo appena una o due stagioni.

Naturalmente qui si escludono le eccezioni, ma parlando di masse non si può certo negare che queste abbiano presto dimenticato l’ideologia emo con pacchetto annesso comprendente di piastra e tinta nera per capelli, vestiti funebri e mp3 dei dARI, noto gruppo del “Wale, tanto wale”. E allora tanto vale definire subito queste ondate migratorie di disagio giovanile, come mero gusto (se di gusto si può parlare) nel vestire e nell’ascoltare, ma certamente non nel riflettere e nel comunicare, perché checché se ne dica io più del beffeggiatissimo “Sono emo, sono triste e la vita mi fa schifo” non ricordo grandi tesi o motti caratterizzanti.

Certo forse a rovinare l’Italia a livello di gusto per gli ideali e di ideali di gusto è stata la pacchiana subcultura dei cosidetti “Paninari”, che professando la religione del “non fatemi pensare, ho voglia solo di cazzeggiare e divertirmi” deambulavano tra un bar e una sala giochi vestiti con i loro griffatissimi piumini Moncler, i Levi’s 501 e un bel paio di scarponcini Timberland, credendosi dei veri Wild Boys.
E se consideriamo che alle origini con il neologismo “hipster” si andava ad indentificare l’appassionato di bebop e hot jazz, e che nel dopoguerra Jack Kerouac utilizzò lo stesso termine per definire le anime erranti portatrici di una speciale spiritualità, possiamo riassumere il grado di decadenza della nostra società contemporanea sottolineando come oggi giorno con il termine “hipster” si indichi semplicemente chi si veste da Zara, e non ha particolare simpatia per il barbiere.

Ebbene ciò che occorre a questo punto come obbligo chiedersi, una volta presa coscienza dell’attuale situazione, è quando quelli che dovevano essere gli “accessori” di un’ideologia di gruppo, sono divenuti i capisaldi della stessa, sovrabbondando al punto da scanzare definitivamente ogni traccia di riflessione comune, e trasformando questi greggi chapliniani in “muets mannequins vivants”?
Sarebbe felice e lieto prospetto, quello di tentare di rispondere al sopraposto quesito attraverso l’analisi del film Quadrophenia (1979) diretto da Franc Roddam ripercorrendo meticolosamente le canzoni contenute nell’omonimo sesto album in studio del gruppo rock inglese The Who, che del film è anche produttore esecutivo.
Prima di diventare una pellicola, Quadrophenia è un opera rock molto parlata, ambientata nelle Londra e Brighton del 1965 circa, che narra le vicessitudini di un “Dottor Jimmy and Mr.Jim”, (tanto per citare un verso degli Who) ovvero di un giovane ribelle portatore di uno squilibrio psicologico rintracciabile nei suoi continui sbalzi d’umore.

Partendo dal medesimo verso (tradotto in italiano) “si può vedere il vero me?” contenuto in due differenti canzoni del famoso album, tali “I am the sea” e “The real me”, possiamo azzardarci ad interpretare l’intera opera/film come un romanzo di formazione che ha inizio con la insistente ricerca da parte del protagonista Jimmy di trovare il vero se stesso, o forse più precisamente di costruire una propria identità e metterla in evidenza, per contrastare il rischio di passare inosservato. Tipica fobia adolescenziale.
E’ proprio per cucirsi addosso una consapevolezza e un ruolo sociale ben definito ed accettato che Jimmy sceglie di essere un Mod, ovvero di appellarsi come esponente di una subcultura fatta di tanti giovani con i quali si sente in armonia per affinità di pensiero, interessi culturali e stile di vita. Ed è proprio questa appartenenza ad un gruppo che gli conferisce gratificazione, senso di realizzazione e prestigio, traducibile con un momentaneo ed astratto senso di appagamento. “I’m one” dice una famosa canzone degli Who, “io sono Uno”. L’essere umano, in questo caso Jimmy, appartenente ad un gruppo diventa “qualcuno” nel momento in cui inizia a far parte di un “qualcosa”.

Secondo la Teoria dell’identità sociale, l’individuo tende a sopravvalutare il proprio Ingroup. Quest’ultimo, in riferimento alla storia di Jimmy, si identifica nella subcultura Mod, e nei suoi interpreti con i quali il giovane protagonista condivide il motto “moving and learning”, il taglio di capelli in stile new french line, il gusto per gli abiti sartoriali italiani, giacche strette a tre o quattro bottoni, pantaloni affusolati modello sta-prest, protetti sotto i giacconi parka dei marines statunitensi adornati con il simbolo della Royal Air Force, la passione per la musica beat ed il rhythm and blues e naturalmente l’utilizzo di scooter italiani (Vespa e Lambretta) adornati con luci e specchietti supplementari. Da non dimenticare anche l’abuso di pillole blu, le anfetamine, all’epoca legali ed utilizzate nelle diete dimagranti, consumate dai Mods per minimizzare le ore di sonno.
L’individuo, ce lo insegna sempre la sociologia, è portato continuamente a confrontare il proprio gruppo di appartenenza con l’Outgroup di riferimento, nel caso di Quadrophenia, il gruppo con il quale i Mods instaurano un conflitto sono i Rockers, un’ulteriore subcultura filoamericana contraddistinta per l’aspetto più mascolino dei propri appartenenti, con i loro tipici capelli impomatati, le motociclette, i giacconi di pelle, le basette lunghe e i baffi.
A far da corollario a questo processo di identificazione e confronto è la tendenza da parte degli individui, in questo caso sempre Jimmy, di far derivare la propria autostima dalla percezione di superiorità del proprio Ingroup nei confronti dell’Outgroup, e ricercando perciò continuamente stimoli ed occasioni di scontro tra subculture.
Vere e proprie lotte queste fra i Mods e i Rockers, durante le quali venivano spesso utilizzati coltelli a serramanico, mazze o ami da pesca cuciti nei risvolti delle giacche. Questi conflitti, famoso quello della Battaglia di Brighton avvenuto nel Maggio del 1964 e riproposto nel film, creavano enorme scompiglio nelle città inglesi e furono fulcro dell’attenzione dei media e loro pretesto per teorizzare sul disagio giovanile e demonizzare le due subculture fino a quando, all’inizio degli anni’70, l’interesse mediatico si spostò focalizzandosi sui due nuovi movimenti culturali emergenti, quello degli hippy e quello degli skinhead.

Rimanendo sempre aggrappati alle semplici nozioni di sociologia che ci sono di supporto per comprendere i meccanismi di comportamento all’interno di uno solo o tra più gruppi, passerei al fenomeno della Deinvidivuazione, quello cioè che secondo Zimbardo consisteva nella perdita di autoconsapevolezza e di autocontrollo e che al contrario per i teorici dell’identità sociale altro non è che il rafforzamento che l’individuo fa della percezione di se non come entità autonoma, ma come elemento integrante del gruppo di cui si trova a far parte.
Di conseguenza, se uno dei dogmi della dottrina Mod è quello di reagire alla tradizione e ribellarsi ai propri genitori, Jimmy non ha dubbi sul comportamento da adottare nei confronti della propria famiglia e dei propri principali in ambiente di lavoro, e ciò a tutela della sua generazione. L’inno dei Mod, quella famosa “My Generation” dei Who dice proprio: “perché non sparite tutti e non cercate di capire meglio ciò che diciamo? Non sto cercando di suscitare scalpore, sto solo parlando della mia generazione”.

Ahimè o fortunatamente, la vita è fatta pure di delusioni, cadute e amarezze che aiutano a crescere e a formarsi. Jimmy, che nella lotta fra Mods e Rockers aveva visto ingenuamente il suo stimolo e ne aveva fatto il proprio “latte più alla mescalina”, ben presto è costretto a rendersi conto di come questi siano parimenti dei “mockers” ovvero degli scimmiottatori, buffoni camuffati da falsi ideali molto diversi da lui che con sincerità e fiducia, di quella filosofia aveva fatto il proprio vissillo.
Un disagio questo che spinge Jimmy ad un suicidio simbolico. Ne ha abbastanza delle sale da ballo, delle pillole, delle lotte di strada, ha visto abbastanza uccisioni, vuole farla finita con le mode e con i comportamenti violenti, lo annoiano l’odio e la passione ed è stanco di dare amore. Tutto ciò viene detto dagli Who nella canzone “I had enough”. Il giovane ribelle percorre quindi a tutta velocità il bordo di una scogliera in sella alla vespa di Ace, uno dei suoi modelli di riferimento quando era un Mod, e al momento opportuno si lancia a terra lasciando che lo scooter italiano simbolo di quella subcultura alla quale spassionatamente apparteneva cada nel vuoto frantumandosi nella roccia.

Tornando perciò al nostro quesito d’origine: quando l’esteriorità, l’involucro, lo stile sono diventati la caratteristica non principale, ma addirittura unica di una subcultura a discapito dell’ideologia, della riflessione e dei desideri?
La mia personale e criticabilissima teoria si traduce nell’esistenza sì di subculture, ma frantumate e disorganiche, che non vivono più in comune le esperienze, gli svagli e gli ideali pur nutrendone di uguali, e di conseguenza non fanno più dell’abito il loro simbolo.
Il potere dell’oggetto estetico è stato distrutto nella sua interezza e tradizione dal gesto di Jimmy. Non è il patrimonio simbolico condiviso a fare di più persone un vero e solido gruppo che abbia il desiderio di durare nel tempo, ma le idee e gli obbiettivi, mutabili nelle circostanze, refrattari ai dettami delle mode che passano e perciò immortali ed inscalfibili.

Quello hipster, vintage, rapper, street basket, skater, hip hop o quello semplicemente molto volgare sfruttatissimo ultimamente soprattutto dalle donne ed incatalogabile, sono solo esempi di stili di abbigliamento che non hanno nulla a che fare con ideologie o subculture, sono solo il frutto della globalizzazione, del neodivismo digitale, dell’ignoranza, dell’eterna nostalgia nei confronti del passato e dell’impersonalizzazione.

Commenti
Solo un commento
O. Manni
O. Manni 2015-09-21 14:32:08
Articolo da 10 e lode, con chiusa finale da incorniciare. Come al solito, complimenti.
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