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Il peccato originale

Quando scompariranno i pesci, ci accorgeremo degli errori fatti nel passato?

Optovolante - Ottica a Senigallia
Navi da pesca ferme al porto di Senigallia, darsena sul piazzale Nino Bixio, porto, navi, pesca, vongolare

Una volta, ragionando con sua figlia, Gregory Bateson disse che se facciamo saltare in aria il pianeta o lo precipitiamo nell’inverno nucleare non ci sarà facile, quando saremo all’Ade, individuare l’istante esatto dell’errore. A quale punto del nostro percorso abbiamo preso la strada sbagliata? Nel momento in cui qualcuno, sia pure costui un iraniano, costruisce la sua brava bomba atomica? O in qualche momento precedente? E se svuotiamo il mare dei suoi abitanti e lo rendiamo una palude morta – vorrei parafrasarlo – a quale punto si colloca l’errore?

Nell’istante in cui abbiamo sistemato i motori sulle barche? O quando li abbiamo adoperati per pescare le vongole? O quando abbiamo aperto un gran numero di ristoranti che servono vongole lungo tutta la costa?
Il peccato originale in effetti può essere interpretato come una propensione a compiere certi tipi di errore epistemologico“, rispose la figlia.

Mezzo chilometro più avanti, Nello Curtatoni ha seguito la stessa traiettoria. Da ragazzo pescava col padre di Lisandr e come seconda attività ha sempre continuato a farlo. Ha lavorato alla Sacelit, del Gruppo Italcementi, per sedici anni; poi si è licenziato apposta per fare a tempo pieno il pescatore. «Il mare per me è la libertà», ripete con convinzione. Anche lui va a pescare col battello e, nell’estate, quando c’è turismo, manda avanti con la moglie e i due figli un piccolo ristorante dove serve, finché basta, il pesce che ha pescato; quando e inverno, che non c’è turismo, lo vende col banchetto alla gente che passa per il lungomare. «La piccola pesca», racconta, «fino agli anni settanta non aveva subito nessuna evoluzione e nessuna concorrenza. La gente della costa aveva sempre pescato nel mare avanti a casa. Raccoglievano a mano le cappole, i cannelli; usavano strumenti piuttosto primitivi come la burazzana, che a Marzocca chiamano la volga, o anche la volliga, un palo fornito di una rete a sacco, che sospinta a braccia raschiava il fondo verso riva: ogni pescatore ce l’aveva e con quella, d’inverno, sfamava la famiglia; la raba, una tavola di legno grande un metro, un metro e mezzo, con due file di chiodi di diversa misura: si tirava con un filo e la tavola affondava nella sabbia con i chiodi più corti, situati sotto; con quelli lunghi, sopra, trascinava quello che incontrava; quando la tavola non attaccava più, slittava sul fondo, voleva dire che aveva preso qualcosa, un pesce piatto come il rombo, per esempio.

La pesca costiera aveva un andamento stagionale. Si pescavano le vongole fino a primavera; poi, con le nasse, da aprile a giugno si prendevano le seppie. La primavera era il tempo dei garagòi. Da maggio a ottobre, con la barca a vela, si pescava pesce azzurro con le reti a imbrocco e, da terra, si tirava la tratta. Gli anziani chiamavano la pesca d’autunno la fraìmma: c’era il novellame, si andava a strascico con la sfoiàra, si calavano i gugulli per la pesca delle anguille, che arrivava a Natale. Alternando le pesche, sotto costa si pescava tutto l’anno.
«Ah, dovevi vedere quanti pesci c’erano una volta! Come entravi nell’acqua subito sentivi un frullare sotto i piedi: era il rombo, era la baraccola, era il pesceragno, anche. Adesso puoi camminare per un giorno intero e sta’ tranquillo che calpesti solo sabbia.
Non solo la fascia costiera: tutto il mare è stanco, e si pesca molto meno; o, meglio, poche barche pescano quello che una volta pescavano molte barche, e anche molto di più. I passi sono stati tanti, e non tutti negativi. Ci voleva un po’ più di controllo con la motorizzazione, le tecniche di pesca, gli ecoscandagli, le grandi potenze: adesso al pesce non gli danno più neanche il tempo di scappare.

Ma di fronte all’irrompere dell’economia industriale, la piccola pesca diventava ancora più marginale di quanto era sempre stata; sempre più un ripiego per gli anziani e per chi non aveva un lavoro vero e proprio. A un certo punto il ghinciofu sostituito con un verricello a motore; poi fu applicato un sifone che, soffiando energicamente sul fondo, permetteva una cattura più rapida e meno faticosa delle vongole. In una parola furono realizzate le turbosoffianti. Questa innovazione trasformò la pesca, che da sola non sfamava nessuno, in un affare colossale. Eppure i primi passi della motorizzazione erano stati incerti: venivano impiegati motori diesel da 12 cavalli a testa calda, coi quali a malapena si riusciva a portare fuori la barca dal porto. Con motori così scarsi e malsicuri, durante l’inverno, col mare burrascoso, non si poteva andare molto al largo. Allora procedevano per linea, tenendosi entro le tre-quattro miglia. Ma vicino alla costa si pescava poco, perché col freddo molte specie abbandonano la riva e riparano in acque più profonde, dove la temperatura rimane costante. Poi l’aumento di potenza divenne inarrestabile e permise prelevamenti molto forti. Non c’era stato mai, da quando si è pescato in Adriatico, un cambiamento tanto decisivo.

Con l’avvento dei motori si è passato il limite della sostenibilità, per dire come si usa dire adesso. Costò la scomparsa di intere marinerie, ridusse drasticamente il numero delle barche e il numero degli occupati nella pesca. Dove riuscì, alzò bruscamente le quote del pescato e impose al mare un prelievo intenso come mai, da che esiste, aveva conosciuto. Con 100, 150 cavalli prendevano, mettiamo, venti casse; anni dopo nel porto di Fano, nel porto di Ancona si cominciava a vedere tanto pesce, si diceva che la volante aveva preso duemila casse di cefali, tremila casse di sardelle: roba fuori dal normale. Chi aveva un motore più grosso faceva saccate enormi, abbassava il prezzo sul mercato e faceva giornata con la quantità, mentre chi l’aveva piccolo prendeva meno, non faceva più giornata ed era costretto ad aumentare la potenza del motore, a buttarsi anche lui sulla grande quantità. Oppure in bocca ai creditori. Lo sfruttamento del mare cominciava a diventare molto intenso. Disponendo di motori potenti si usciva con ogni tempo, e si sa che quando il mare è mosso è il doppio più pescoso. Il guaio è che non c’è un limite alla potenza dei motori. Chi è interessato a venderli, anzi, la promuove. Alla fine hanno dovuto limitare, ma fatta la legge trovato l’inganno: forniscono motori tarati a 300; tolta la taratura, quelli arrivano a 1500 cavalli di potenza.

«Noi una volta non sapevamo la geografia: il nostro mare chissà quanto ci pareva grande; invece è un golfo, è fatto come un fiume, e regge motopesche da 300 cavalli e non di più. Con 1200, 1500 cavalli un peschereccio in Adriatico diventa una nave: invece di tirare, mettiamo, una rete di 50 metri la tira di 150; invece di tirare un rampone, una gabbia a sfoglie, ne tira sei. Con quelle potenze vanno a pescare dove c’è lo sporco – noi chiamiamo così quei posti dove ci sono ciuffi d’alghe e di vegetazione, – al largo. Durante l’inverno il pesce si rifugia là: la seppia, per esempio. Loro vanno a gennaio, a febbraio con grandi reti, grosse catene sotto trascinate da questi motori che tirano sei gabbie, ramponi di tre metri e più, e pescano le seppie dove mai nessuno prima era andato a disturbarle. Ti meravigli poi che non si trova più niente?»

Commenti
Solo un commento
Mario2 2015-08-30 09:21:01
La risposta e molto semplice, l'errore l'abbiamo commesso quando abbiamo delegato le nostre scelte a persone che pensano solo ad arricchirsi alle nostre spalle e soprattutto quando abbiamo iniziato ad imitarle cercando di fregare tutto e tutti per prevalere sugli altri.
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