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L’Adriatico muore?

Leonardo Badioli intervista Roberto Danovaro, docente di Scienze del Mare all'Università Politecnica di Ancona

Roberto Danovaro

Nel dicembre 2007 la rivista Current Biology pubblicò i risultati di una ricerca condotta da Lei, professor Danovaro, e dal Dipartimento di Scienze del Mare dall’Università Politecnica delle Marche, insieme con l’Università di Gent e con il National Oceanographic Centre di Southampton, dal titolo “Il declino esponenziale delle funzionalità dell’ecosistema abissale connesso con la diminuzione della biodiversità bentonica”.

Il 3 gennaio successivo, annunciando in anticipo sulla stampa italiana i risultati della ricerca, il quotidiano francese “Le Monde” scrisse che essi rappresentavano “la dimostrazione scientifica che la conservazione della biodiversità rappresenta una priorità necessaria perché gli oceani possano continuare a svolgere la loro funzione a vantaggio del pianeta”.

A che punto sono gli studi di biologia marina, e qual è oggi la salute del mare? In  questi anni sempre più si rileva una notevole riduzione del pescato…

In questi ultimi tempi si è passati da una filosofia dell’attenzione all’oggetto della pesca, cioè il pesce, al cosiddetto ecosystem fishing: i pesci sono parte dell’ecosistema e interagiscono col sistema; non sono entità indipendenti. Il pesce non esiste solo in relazione al prelievo da parte dell’uomo e al suo consumo.

Però l’interesse degli istituti di biologia marina è prevalentemente orientato verso la pesca…

Molti istituti di biologia marina si occupavano di pesca. Adesso tutti si stanno orientando verso lo studio della pesca nell’ecosistema, colgono cioè l’importanza di quelle che vengono chiamate “le forzanti ambientali” per cui non è solo il prelievo che determina le dinamiche  delle popolazioni ittiche, ma anche fattori casuali: per esempio un anno in cui il reclutamento, ossia il processo di riproduzione, avviene in un momento favorevole per temperature e disponibilità di cibo. L’esempio più semplice da fare è quello di chi, come me, va in cerca di funghi:  sa benissimo che non si trovano tutti gli anni; esiste una coincidenza di situazioni – piovosità seguita da certe temperature – che li favoriscono, e dunque ci saranno anni particolarmente ricchi di funghi.

Questo vale anche per la pesca. Tutto questo si incastra con l’azione di prelievo da parte dell’uomo.

Gli scenari apocalittici che annunciano la morte del mare non hanno dunque attualità? Forse i giornali li raccontano con troppo gusto del sensazionale?

Il Club di Roma negli anni sessanta –  cui fece grande eco l’annuncio di Jacques Cousteau che diceva che nel 2000 il Mediterraneo sarebbe morto – ha tracciato scenari che si sono rivelati sbagliati non nel processo descritto, ma nei tempi: hanno sbagliato la data in cui questo processo sarebbe stato irreversibile. Questo ritardo sui tempi della previsione sta dando spazio a quelli che dicono: “Visto che erano tutte bufale?” e li mette al livello delle profezie di Nostradamus. Non è vero che erano bufale: erano previsioni basate su dati scientifici che poi sono stati confermati, ma non avevano tenuto in considerazione la capacità degli ecosistemi di resistere al cambiamento e attenuare gli effetti; compensarli, anche, parzialmente. Pensavano che la traiettoria fosse lineare; invece il declino ha avuto solo un rallentamento: non perché siano cessati gli effetti, che sono aumentati eventualmente, ma perché sono cambiati gli organismi in grado di rispondere. Quindi abbiamo avuto un effetto ammortizzatore, che però non vuol dire che effetti non ci siano stati e che non ci siano.

Qualche anno fa – mi pare nel 2004 – Lei, applicando al Mare Adriatico la teoria del nastro trasportatore (Ocean Conveyor Belt), disse che il nostro mare correva il rischio di non avere più correnti e di trasformarsi in una palude morta. Questo a causa del riscaldamento e della conseguente attenuazione dei venti di bora. Ricordo anche con sollievo che l’anno dopo una bottiglia con un messaggio lanciata da bambini della Croazia, era stata raccolta sulla costa di Cattabrighe in provincia di Pesaro. Dunque le correnti ci sono ancora… 

Sì, il trasporto c’è sempre. Non può essersi fermato. Ma ci sono due aspetti di questo enorme motore fondamentale per il funzionamento degli ecosistemi. Basti pensare che se si fermassero veramente le correnti mancherebbe l’ossigeno e sarebbe una catastrofe. Abbiamo visto anche un film che sulla base di una pubblicazione scientifica parlava del rallentamento delle corrente meridionale del Golfo del Messico, la quale veniva su scaldando e avrebbe determinato un congelamento immediato…

Arriviamo però all’Adriatico: questo mare ha avuto sempre una circolazione che costeggiando le coste croate poi discende lungo quelle italiane. Si tratta di un moto di circolazione superficiale; poi ce n’è un secondo che invece è determinato soprattutto da un effetto di raffreddamento delle acque superficiali del nord Adriatico che crea correnti che vanno verso il sud dell’Adriatico e poi si inabissano lungo la scarpata dell’Adriatico meridionale e dello Ionio mettendo in moto, per effetto di queste masse fredde molto dense e pesanti che scendono sotto, una circolazione profonda. Questa circolazione profonda è fondamentale non solo per vivificare gli abissi, ma anche perché, spostando queste acque, richiama dal profondo quelle acque ricche di nutrienti che sono fondamentali per rigenerare la produzione primaria, quindi il fitoplancton, e quindi riattivare la catena trofica. E allora ci sono due elementi. Uno: se si rallentano questi processi, o si rendono più rari, possono ingenerarsi problemi di ossigeno connessi a problemi di produzione primaria. Nell’Adriatico negli ultimi decenni si è assistito soprattutto a una fortissima diminuzione della produzione primaria, cioè quello che è la madre della cosiddetta rete trofica: il cibo. Come – per fare un paragone – se i prati non producessero più erba: lentamente avremmo una rarefazione degli erbivori. Noi abbiamo un mare che sembra sempre meno ricco di nutrienti, situazione che determina  inevitabilmente una minore produzione di gamberetti, e poi di pesci, e poi di tutti gli effetti che arrivano fino ai predatori apicali, i tonni, i delfini, gli squali…

Questo malgrado l’azione degli sversamenti in mare dall’agricoltura e attraverso i depuratori fosse additata come responsabile dell’eutrofizzazione delle alghe la cui marcescenza a sua volta determinava situazioni di carenza di ossigeno…

Sì. Esiste sostanzialmente questo aspetto: a partire dagli anni ottanta l’eccessiva eutrofizzazione, la comparsa per questo di fenomeni di ipossia, le mucillagini avevano richiamato la necessità di eliminare i polifosfati nei detersivi. L’eliminazione di queste sostanze ha senz’altro limitato un effetto a carico dell’arricchimento delle acque, e infatti sono meno frequenti di allora questi fenomeni anche se noi non dobbiamo dimenticare che molti di questi concimi vengono direttamente dai fertilizzanti che si usano in agricoltura, dilavati dalle acque piovane e portati a mare; oppure semplicemente tutti gli scarichi urbani che comunque comportano un arricchimento. Quindi noi abbiamo a livello locale ancora dei fenomeni di acquisto. Però a livello di budget generali è senz’altro vero che l’Adriatico, che è sempre stato in assoluto il mare più ricco del Mediterraneo come produzione, sta diventando molto più povero. E, dato che parliamo di principi di fisica e di leggi della termodinamica, se abbiamo meno biomassa, quindi meno energia disponibile, potremo da lì ricavare un pescato inferiore al passato. Questo è ineliminabile, così come ci sono due fattori che si intersecano in questo processo: il primo è che cambiando le condizioni ambientali cambiano le specie quindi in futuro potremmo pensare di avere specie diverse sulla nostra  tavola; il secondo è che sono tutti i cambiamenti in atto: sia quelli diretti, antropici, sia quelli più generali, chiamati “globali”, acidificazione, cambiamenti climatici – l’Adriatico è il mare che si sta riscaldando più rapidamente,  perché è poco profondo, si capisce, un ventesimo del Mediterraneo con una profondità media che è un un duecentoventicinquesimo circa di quella del Mediterraneo…

Il problema più generale, quello del riscaldamento globale, sembra prevalere sugli altri dando luogo a una specie di riduzione a uno della complessità. Ogni volta che ci chiediamo cosa possiamo fare per alleviare l’agonia del mare ed evitarne la morte, ci sentiamo rispondere che dobbiamo produrre meno CO2… 

Il problema globale è il grande scenario di fondo sul quale noi muoviamo le pedine della quotidianità  e dei processi che in essa agiscono. Dobbiamo semplicemente tenere conto che sta cambiando il cartellone di fondo, sta cambiando la dimensione entro la quale ci muoviamo; e non è detto che abbia effetti immediati; però cambia completamente il contesto. Sì, possiamo fare qualcosa. Per farlo dobbiamo pensare globalmente e agire localmente, come ormai molti sanno. Pensare globalmente vuol dire essere consapevoli dell’importanza politica del rispetto del Protocollo di Kyoto e di quei principi generali di abbattimento dei gas e delle sostanze climalteranti, contrastare a livello globale e in questo modo mitigare il riscaldamento. Ognuno può fare qualcosa anche se è una minima cosa. A livello locale si può fare molto per adattarsi. Sapendo che questa cosa comunque avverrà, dobbiamo semplicemente esserne consapevoli. Come dire: accendo una luce in una stanza che è buia e piena di mobili in modo che possa cercare il percorso che mi eviti di inciampare in qualcosa. Noi dobbiamo prendere atto che questi cambiamenti ci sono, non dobbiamo negarli; non dobbiamo neanche più di tanto continuare questa falsa polemica tra chi dice che è colpa nostra e chi dice che non lo è; ci sono e basta. Senz’altro in molta parte è colpa nostra, su questo non c’è dubbio: se qualcuno vuole sottrarsi alla propria responsabilità avrà difficoltà. Però al di là di tutto dobbiamo adattarci, sì, e questo è lo scenario.

Sapendo che Lei è genovese, se per ipotesi noi dirottassimo il Po verso Genova, noi adriatici avremmo un vantaggio?

No, no. Tutte le volte che l’uomo ha fatto interventi importanti, dal Volga al Nilo… Una per tutte: noi stiamo creando migliaia di dighe che trattengono le acque dei fiumi e con questo determiniamo effetti drammatici sugli ecosistemi naturali, in particolare sul mare perché i fiumi sono i principali fornitori di nutrienti; ma in particolare forniscono dei silicati che sono indispensabili alla maggior parte delle alghe e che formano un guscio di silicio. Si chiamano diatomee, e sono l’80% della biomassa, ossia della quantità di cibo che esiste negli oceani. Ecco: con le dighe noi blocchiamo questo flusso di silicati e cambiamo completamente la dinamica trofica del mare.

Non si aggiunge a questa causa anche la scarsità del trasporto fluviale, e anche di acqua corrente, ovunque prelevata prima che arrivi al mare, e dunque la mancanza di un vettore di questi materiali?

Questi sono senz’altro aspetti importanti. Mi viene in mente, tra le cose di cui tutti dovremmo riflettere, un esempio semplice: il prelievo di sabbie dai fiumi. Se noi preleviamo sabbie dai fiumi abbiamo meno sabbie che vengono distribuite sui litorali. I cambiamenti climatici non vogliono dire solo riscaldamento: vogliono dire anche aumento dei fenomeni erosivi perché aumenteranno le mareggiate. Se noi continuiamo a impedire il ripascimento naturale delle spiagge, in una prospettiva di aumento progressivo delle mareggiate avremo un effetto di erosione della fascia costiera ancora più forte con conseguenze sul turismo. Insomma il mare è un sistema complesso.  Bisogna conoscerlo e aiutarlo rendendo le azioni dell’uomo sempre più ecocompatibili.

Tra poco avremo i risultati del primo decennio di attività di censimento della vita marina, alla quale Lei, unico italiano, ha partecipato.

Quest’anno ci sono stati i primi risultati del censimento, ma siamo già nella fase due. Dopo il decennio 2000-2010 di Censimento Globale della Biodiversità (Census of Marine Life), in cui sono stati coinvolti migliaia di ricercatori, migliaia e migliaia di giorni di nave e migliaia di specie scoperte, pochi giorni fa ci siamo incontrati a Montreal e prima a Washington per dare seguito alla fase due, che si chiamerà “La Vita in un Oceano che Cambia” (Life in a Changing  Ocean) e sta dando luogo alla creazione di un gruppo di scienziati di tutto il mondo che, per il decennio a partire dal 2011 affronterà la prossima sfida, che sarà quella di capire e spiegare quanto importante sia la vita per il funzionamento e il mantenimento degli ecosistemi e del benessere per l’uomo. Le alghe dell’oceano producono una molecola su due di quelle che respiriamo. Quindi non è importante solo l’Amazzonia per la nostra sopravvivenza: la depurazione delle acqua, la produzione di biomassa , il pesce che è alimento soprattutto nel terzo mondo   sono elementi fondamentali; per non parlare poi dei gas, petrolio, minerali: gli oceani sono il nostro tesoro. Un tesoro rinnovabile se gli lasciamo il modo di rinnovarsi e un valore fondamentale per il nostro futuro. Questo sarà l’obiettivo scientifico e divulgativo del prossimo decennio.

 

Questa intervista è stata resa dal professor Roberto Danovaro a Leonardo Badioli e a Franck Provvedi nel 2011 per il mensile L’ECO di Letizia Stortini, ma non più pubblicata a causa della cessazione del periodico. 

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