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Costa Concordia, un anno dopo. E la nave è ancora lì

Nella sera del 13 gennaio il naufragio che provocò 30 morti e 2 dispersi

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La Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio

Era la sera del 13 gennaio di un anno fa, 2012. Presso l’Isola del Giglio, in Toscana, una grande nave da turismo – la Costa Concordia della Compagnia Costa Crociere – alle ore 21.42 urtò uno scoglio de Le Scole, ad appena 500 metri dal porto dell’isola, provocando uno squarcio di 70 metri e la morte di 30 persone, ai quali vanno aggiunti due dispersi mai più ritrovati.


A distanza di 12 mesi, si sprecano le iniziative: sabato 12 gennaio nell’isola è stato presentato un progetto di rimozione del relitto, che, a distanza di 365 giorni, è ancora li. Domenica 13 gennaio invece è stata dedicata alla commemorazione con targhe, fiori e la consegna delle onorificenze per i tanti volontari intervenuti in soccorso dei naufraghi. Il lato solidale e umano, della tragedia.

Ma c’è anche altro, che è difficile dimenticare: quel comandante ad esempio, Francesco Schettino, che a detta del Procuratore capo di Grosseto titolare delle indagini, Francesco Verusio, “guidava la nave come fosse un canotto” e che – sempre secondo gli inquirenti – aveva già abbandonato il mezzo alle 23.30, quando, quasi due ore dopo l’impatto, la gran parte dei passeggeri (oltre 3.000 in tutto) non era ancora sbarcata.

E poi c’è il drammatico impatto ambientale – “contenuto”, ci si è affrettati a dire – ma di certo non innocuo.

Difficile poi dimenticare quelle tante, troppe, persone che si sono dedicate al “turismo del lutto” (se non allo sciacallaggio): tanto che le forze dell’ordine della zona hanno dovuto ideare una task force proprio al fine di impedire che “approfittatori, travestiti da finti sommozzatori e da finti soccorritori, si avvicinassero al relitto in realtà per prelevarvi le ricchezze finite in mare“.

Quello che rimarrà del 13 gennaio 2013 per molte famiglie sarà invece soltanto un giorno di lutto e rabbia, per una perdita dei propri cari che è difficile consegnare alla storia come una semplice “tragica fatalità”.

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